TOUR DELLA SICILIA ORIENTALE 22-28 GIUGNO 2017

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TOUR SICILIA ORIENTALE
22-28 giugno 2017
1° GIORNO
Partenza in mattinata da Milano e arrivo a Catania aeroporto. Incontro con nostra guida e
trasferimento in pullman in hotel, sistemazione nelle camere e cocktail di benvenuto con breve
descrizione del tour organizzato per il gruppo da parte della guida che accompagnerà durante tutto
il tour.
Pomeriggio: ETNA
Primo pomeriggio escursione sull’Etna, il vulcano attivo più alto d’Europa. Si raggiunge quota 1900
mt e si visitano i Crateri Silvestri (*). Proseguimento per la visita di una delle più importanti cantine
vitivinicole produttrici di Etna D.O.C. con degustazione. Rientro in hotel – Cena tipica con menu
stagionale siciliano e pernottamento.
2° GIORNO
CATANIA – RIVIERA DEI CICLOPI – ACI CASTELLO – ACI TREZZA – ACI REALE
Prima colazione e incontro con la ns guida. Il tour inizia con la visita di Catania, vivace città barocca
dai tesori nascosti: il Teatro Greco e l’Anfiteatro Romano, il medievale Castello Ursino, i palazzi
barocchi, la Via Crociferi detta la Via delle Chiese, il Monastero dei Benedettini (solo esterni) –
secondo più grande in Europa – la Casa Natale del compositore Vincenzo Bellini ed il Teatro Massimo
a lui dedicato. Molto caratteristico il colorato mercato del pesce (aperto la mattina sino alle 13:00
circa), i bar e le pasticcerie del centro storico dove è possibile gustare gli arancini di riso, le paste di
mandorla e di pistacchio, le granite alla mandorla ed alla frutta e tante altre specialità. Pranzo libero.
Si prosegue lungo la Riviera dei Ciclopi per visitare Acicastello con i suggestivi ruderi del suo
Castello Normanno a strapiombo sul mare, Acitrezza, borgo marinaro legato al mito di Ulisse e dei
Ciclopi e Acireale con le sue monumentali chiese barocche. Rientro in hotel – Cena e pernottamento.
3° GIORNO
SIRACUSA – ORTIGIA – NOTO
Prima colazione e incontro con la ns guida. Partenza per la costa Siracusana.
Intera giornata dedicata alla visita di questo autentico gioiello. Si inizia con il Parco Archeologico,
luogo della memoria greca e romana per eccellenza cui fanno seguito il Teatro Greco, l’Ara di Ierone
e l’Orecchio di Dionisio ed altri importanti reperti. Pranzo libero. Si prosegue quindi per Ortigia,
un’isoletta collegata con Siracusa dal ponte Umbertino. Ortigia è lo scrigno prezioso che custodisce
un patrimonio inestimabile di capolavori d’arte: il Tempio di Apollo, il più antico esempio di stile
Dorico dell’Occidente greco, i Palazzi barocchi e la Piazza del Duomo su cui si affacciano straordinari
edifici. La giornata termina con la visita alla città di Noto, capitale del distretto del Barocco Siciliano,
una delle otto città del sud-est della Sicilia (Caltagirone, Catania, Militello Val di Catania, Modica,
Noto, Palazzolo Acreide, Ragusa, Scicli) considerate come esempio di sistemazione urbanistica in
questa zona permanentemente a rischio di terremoti ed eruzioni da parte dell’Etna.
Arrivo in hotel e sistemazione nelle camere – cena e pernottamento.

4° GIORNO
BAROCCO AL SAPOR DI CIOCCOLATO – MODICA – RAGUSA – SCICLI
Prima colazione e incontro con la ns guida. Partenza per la visita di Modica e di Ragusa.
Sarà questo lo spirito della giornata alla scoperta delle cittadine iblee, capitali del barocco siciliano e
patrimonio dell’UNESCO. Visiteremo Ragusa Ibla per poi ammirare la città di Modica e concludere
a Scicli. Cittadine queste, dove si ha la netta sensazione di tornare indietro nel tempo, quando le
parole avevano un notevole valore, ed una stretta di mano concludeva un contratto. Un’escursione
da non perdere per gli amanti dell’arte e del famoso cioccolato di Modica(*). Pranzo libero in zona.
Verso sera trasferimento sulla costa nell’agrigentino – arrivo in hotel – sistemazione nelle camere cena e pernottamento.
LICATA: UN’ESCURSIONE DA NON PERDERE “SULLE ORME DI MONTALBANO”
Dopo cena suggeriamo un salto a Vigata (cittadina di fantasia nella fiction) nella cittadina sul
mare del commissario Montalbano, in provincia di Montelusa (anch’essa inventata!). Toccheremo
con mano la spiaggia di Marinella, visiteremo gli esterni di casa Montalbano (nella realtà si tratta
di un bed and breakfast) immagineremo le nuotate mattutine del commissario nelle splendide
acque del Mediterraneo. E il resto? Natura selvaggia e spicchi di barocco che s’incastrano nelle
scene televisive della fiction, angoli sopraffini pieni di storia.
5° GIORNO
AGRIGENTO
Prima colazione e visita di Agrigento, splendida città situata di fronte al mare, la cui fondazione
come colonia greca risale al 580 a.C., conserva grandiose vestigia in un’area immensa ov’era la città
antica, secondo Pindaro “la più bella delle città mortali”.
La visita alla Valle dei Templi, lungo una indimenticabile Passeggiata Archeologica coi suoi 10
templi eretti nei sec. VI e V a.C. e quella medievale, sarà un’emozione illuminante per comprendere
ed ammirare quanto di bello e di grandioso sapevano fare uomini vissuti 25 secoli prima di noi.
Pranzo libero
Nel pomeriggio trasferimento a Piazza Armerina passando per Caltagirone, conosciuta al
mondo per le sue bellissime e policrome ceramiche che avremo modo di apprezzare durante la visita
del centro storico. Dedicheremo parte del pomeriggio alla visita della famosa Villa Romana del
Casale di Piazza Armerina di cui ammireremo 3.200 m2 di mosaici del III sec. a.c recentemente
restaurati.
Partenza per la zona di Catania/Taormina o zone limitrofe, arrivo in hotel e sistemazione nelle
camere. Cena e pernottamento.
6° GIORNO
GOLE DELL’ALCANTARA – TAORMINA
Prima colazione. Escursione al Parco dell’Alcantara – intera giornata dedicata al relax e
divertimento. Pranzo libero
Le Gole Alcantara sono uno spettacolo unico al mondo. Alte fino a 50 metri, sono un vero e proprio canyon
originato da fenomeni di raffreddamento di antichissime colate laviche solcate al centro dalle acque gelide
del Fiume Alcantara. Il Parco Botanico e Geologico delle Gole Alcantara vi permette di visitare questo
spettacolo della natura in ogni momento dell’anno e nel massimo confort e sicurezza.
Famosa e conosciutissima la spiaggetta delle goleche si trova di fronte all’imbocco delle gole ed alla quale si
può accedere facilmente tramite gli ascensori del Parco Botanico e Geologico o dalla scala del Comune di
Motta Camastra. La parte interna del canyon è accessibile per un tratto iniziale di circa 25/50 mt a causa
delle limitazioni di sicurezza vigenti e delle condizioni climatiche e del livello delle acque del fiume. La parte
a valle delle Gole, ricca di laghetti, formazioni rocciose e cascatelle, è visitabile utilizzando le salopettes che
proteggono dalle acque gelide e che si noleggiano sul posto. Il Sentiero delle Gole vi condurrà alla scoperta
della Terrazza di Venere e del Balcone delle Muse del Gran Canyon lungo percorsi costellati di paesaggi
incantati; il Sentiero Eleonora è la naturale prosecuzione del Sentiero delle Gole e costeggia il corso del fiume
Alcantara nella parte Est a valle delle Gole; il Sentiero dell’Alcantara e il Sentiero di Venere sono adatti a chi
ama il Trekking o il Canyoning in acqua e si svolgono nella parte a valle delle Gole.

Nel pomeriggio visita di Taormina, in posizione spettacolare, posta a oltre 200 m di altitudine a
balcone sul mare e con di fronte l’Etna, è rinomata in tutto il mondo per la quiete del suo ambiente
e la bellezza dei suoi monumenti e giardini. Un aperitivo a Taormina e rientro in hotel. Cena e
pernottamento.
7° GIORNO – CATANIA
Prima colazione – tempo libero – Pranzo libero
Nel pomeriggio trasferimento in aeroporto per partenza
Quota di partecipazione
€ 598,00 a persona
Supplemento camera singola € 20 al giorno
Quota comprende
Pullman GT per tutto il tour compresi i trasferimenti da Aeroporto a hotel e
viceversa + parcheggi – Mezza pensione in hotel 3/4 stelle (con ½ acqua e ¼
vino) – Una degustazione di vini e prodotti tipici locali – Guida come da
programma – Assicurazione
Quota non comprende
Ingressi – Voli a/r (**) – tutto quanto non menzionato in Quota comprende
(*) Per quanto riguarda i VOLI abbiamo una quotazione orientativa gruppo con
Ryanair di ca € 145,00-155,00 per andata il 22 giugno e ritorno il 28 giugno 2017 con
bagaglio a mano.
Note
Si può prevedere anche l’inserimento di tutti i pasti in ristoranti da noi selezionati lungo
tutto il percorso con la differenza rispetto alla mezza pensione di ca. € 150-200 a persona,
da confermare ad hoc.
Ingressi
(*) Etna: si può fare gratuitamente raggiungendo i 1900 metri e rimanere lungo i percorsi
con la guida. Oppure si può andare oltre sulle sommità in funivia oppure con fuoristrada
da organizzare ad hoc dai 25€ a persona in su.
Catania: Teatro greco € 6 – Castello Ursino € 8 – Parco Archeologico Siracusa € 10 –
Parco Archeologico Agrigento € 10 – Villa del Casale Piazza Armerina € 10 – Parco delle
Gole dell’Alcantara € 8
(***) Modica – possibilità di organizzare una visita-laboratorio culturale ma anche di
degustazione di cioccolato a Modica con un costo di ca. € 10-12 a persona

VILLA REALE E DUOMO DI MONZA 19/06/16

VILLA REALE DI MONZA

La Villa Reale di Monza è un grande palazzo in stile neoclassico che fu realizzato e usato come residenza privata dai reali Austriaci, successivamente diventato Palazzo Reale con il Regno d’Italia Napoleonico, e mantenuto in tale funzione – seppur via via diminuendo – dalla monarchia Italiana dei Savoia, ultimi Reali ad utilizzarlo.Attualmente ospita mostre, esposizioni e in un’ala anche l’Istituto Superiore d’Arte e il Liceo artistico di Monza. La costruzione della villa fu voluta dall’imperatrice d’Austria Maria Teresa quale residenza estiva per la corte arciducale del figlio Ferdinando d’Asburgo-Este, Governatore Generale della Lombardia austriaca dal 1771, che inizialmente si era stabilita nella Villa Alari di Cernusco sul Naviglio, presa in affitto dai conti Alari. La scelta di Monza fu dovuta alla salubrità dell’aria e all’amenità del paese, ma esprimeva anche un forte simbolo di legame tra Vienna e Milano, trovandosi il luogo sulla strada per la capitale imperiale.L’incarico della costruzione, conferito nel 1777 all’architetto imperiale Giuseppe Piermarini, fu portato a termine in soli tre anni. Successivamente il giovane arciduca Ferdinando fece apportare aggiunte al complesso, sempre ad opera del Piermarini e usò la Villa come propria residenza di campagna fino all’arrivo delle armate napoleoniche nel 1796.Tra i principali modelli da cui Piermarini prese ispirazione vi sono il Castello di Schönbrunn e la Reggia di Caserta del suo maestro Vanvitelli. Da Schönbrunn è ripresa in particolare la pianta ad U rovesciata, che unisce il forte impatto scenografico che le ali laterali conferiscono alla facciata principale, alla comodità distributiva che prevedeva l’utilizzo del corpo centrale per le funzioni di rappresentanza, le ali laterali per gli appartamenti privati e gli avancorpi per le funzioni di servizio. A tale scopo, il corpo principale presenta solo due piani di altezza doppia rispetto ai locali delle ali laterali, oltre al belvedere centrale situato al terzo piano. Nelle ali destinate a funzioni private i piani sono invece cinque, con due di minore altezza destinati alla servitù. A differenza degli altri palazzi imperiali, è qui preferito l’orientamento est-ovest delle facciate, rispetto al classico orientamento nord-sud che garantiva un maggior irradiamento solare. È discusso se tale scelta fosse dovuta a garantire un clima più fresco nei locali della villa, piuttosto che la volontà di orientare la facciata sui giardini verso le capitali dell’impero austro-ungarico. L’estensione è vastissima: 700 locali per un totale di 22.000 m²[1]. Eugenio di Beauharnais, nel 1805 nominato viceré del nuovo Regno d’Italia, fissò la sua residenza principale nella Villa che quindi in questa occasione assunse il nome di Villa Reale. Il nuovo viceré commissiono al suo architetto di fiducia Luigi Canonica delle migliorie per la villa, oltre alla costruzione di un Teatrino Reale, che fu realizzato nell’ala nord, e di un grande Parco. Infatti tra il 1806 e il 1808 per suo volere al complesso della Villa e dei suoi Giardini fu affiancato il Parco, recintato e vasto 750 ettari, destinato a tenuta agricola e riserva di caccia[2].Dopo la caduta di Napoleone (1815) vi fu il ritorno degli austriaci con la nomina a viceré del Lombardo-Veneto di Ranieri Giuseppe d’Asburgo-Lorena. L’arciduca Ranieri era un appassionato di botanica e fu grazie a lui che il parco raggiunse l’attuale estensione. Fu sempre grazie a lui che nel 1819 fu aperta nel parco una scuola per formare dei giardinieri professionisti atti a curare i giardini delle residenze imperiali. L’arciduca commissionò all’architetto Giacomo Tazzini un riammodernamento della villa. Operò in particolare sugli appartamenti riservati ai figli e alle figlie dell’arciduca, oltre che sui pavimenti, che furono arricchiti di decori preziosi, e sui bagni. Ranieri lasciò Monza nel 1848 e per un brevissimo lasso di tempo vi si stabilì il maresciallo Radetzky. Nel 1857 giunse il nuovo governatore del Lombardo-Veneto l’arciduca Massimiliano d’Asburgo che la occupò in modo sporadico per soli due anni, chiudendo definitivamente il periodo austroungarico della Villa Reale[3].Con la fine della seconda guerra di indipendenza (1859) dunque la Villa Reale divenne patrimonio di Casa Savoia. Nel 1868 la villa fu regalata da Vittorio Emanuele II al figlio, il futuro Umberto I per il suo matrimonio con la cugina Margherita di Savoia. La villa fu un regalo molto gradito e subito utilizzata dalla coppia, che tuttavia attese la morte del re, prima di realizzare dei lavori di ammodernamento, grazie all’ausilio degli architetti Achille Majnoni d’Intignano e Luigi Tarantola.

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Il 29 luglio 1900 Umberto I fu assassinato proprio a Monza da Gaetano Bresci mentre assisteva ad una manifestazione sportiva organizzata dalla società sportiva “Forti e Liberi”, tuttora in attività. In seguito al luttuoso evento il nuovo Re Vittorio Emanuele III non volle più utilizzare la Villa Reale, facendola chiudere, lasciandole un senso di mausoleo e trasferendo al Quirinale gran parte degli arredi. Nel 1934 con Regio decreto Vittorio Emanuele III fece dono di gran parte della Villa ai Comuni di Monza e di Milano, associati. Ma mantenne ancora la porzione sud con sale dell’appartamento del padre, Re Umberto I, sempre costantemente chiusi, in sua memoria. Le vicende dell’immediato dopoguerra della seconda guerra mondiale provocarono occupazioni, ulteriori spoliazioni e decadimento del monumento. Con l’avvento della Repubblica, l’ala sud è diventata patrimonio e amministrata dallo Stato. Il resto della Villa Reale è amministrata congiuntamente dai comuni di Monza e Regione Lombardia.Dopo un lungo periodo di degrado dovuto anche al frazionamento delle amministrazioni, a marzo 2012 sono iniziati i lavori di restauro[4] all’interno della villa, che prevedono il recupero e la valorizzazione del corpo centrale, il recupero parziale delle ali nord e sud, la realizzazione dell’area tecnica esterna alla Villa nel lato nord e il recupero del Cortile d’onore dell’avancorte. Per quanto riguarda la struttura edilizia, è previsto il consolidamento delle murature del piano terra, il restauro e consolidamento delle volte e dei solai lignei, la realizzazione di opere di manutenzione straordinaria per la messa in sicurezza della corte e il ripristino della pavimentazione, della cancellata e della facciata sud dell’area nord. Inoltre, il progetto prevede la riqualificazione del belvedere e il restauro delle sale del piano terra. I lavori sono terminati a febbraio 2014 e il 26 giugno 2014 la villa è stata inaugurata[5]. Attualmente si possono visitare gli appartamenti reali di Umberto I e Margherita di Savoia che conservano ancora parte degli arredi, oltre alle sale di rappresentanza e gli altri appartamenti privati allestiti per la visita dell’Imperatore di Germania Guglielmo II nel 1889, per il Principe di Napoli futuro Vittorio Emanuele III e per la Duchessa di Genova, Elisabetta di Sassonia, madre della Regina Margherita[6]. La Villa, i Giardini Reali e il Parco sono gestiti da un Consorzio unico (Consorzio Villa Reale e Parco di Monza), di cui fanno parte gli enti proprietari della villa. Piermarini realizza un edificio esemplare della razionalità neoclassica adattata alle esigenze di una realtà suburbana. I tre corpi principali, disposti a U, delimitano un’ampia corte d’onore chiusa all’estremità dai due volumi cubici della Cappella e della Cavallerizza, da cui partono le ali più basse dei fabbricati di servizio: si definisce in tal modo uno spazio razionale, costituito dall’ordinata disposizione dei volumi che si intersecano ortogonalmente e che, progressivamente, si sviluppano in altezza. Come nella reggia di Caserta di Vanvitelli e prima ancora a Versailles, nella Villa reale di Monza si sottolinea un percorso che, attraverso un viale principale, collega la villa al centro del potere.La decorazione delle facciate, rinunciando a timpani, colonnati e riquadri a rilievo, si presenta estremamente rigorosa, segnando le superfici di sottili gradazioni. L’essenzialità stilistica dell’edificio è dovuta, oltre che a precise scelte di gusto, anche a ragioni politiche: la corte illuminata di Vienna preferiva evitare un’eccessiva ostentazione di ricchezza e potere in un paese occupato. Anche gli interni si accordano al principio di razionalità e semplicità che caratterizza l’intero progetto. In particolare appare curata la loro funzionalità: i corridoi ad esempio sono tagliati in modo da servire indipendentemente varie sale adibite ad usi diversi.La decorazione interna viene affidata ai principali maestri della neonata Accademia di Brera, fondata per volontà arciducale nel 1776. In particolare gli stucchi e le decorazioni delle sale di rappresentanza sono dovuti al ticinese Giocondo Albertolli, gli affreschi e i dipinti a Giuseppe Levati e Giuliano Traballesi, pavimenti e mobili alla bottega di Giuseppe Maggiolini.Il complesso della Villa comprende la Cappella Reale, la Cavallerizza, la Rotonda dell’Appiani, il Teatrino di Corte, l’Orangerie. Nel primo piano nobile sono le sale di rappresentanza, gli appartamenti di Umberto I e della Regina Margherita. La fronte della Villa rivolta ad est si apre sui Giardini all’inglese progettati dal Piermarini. L’edificio destinato alle serre per il servizio dei giardini della Villa, denominato Orangerie nel progetto originale piermariniano e oggi comunemente noto come il Serrone, fu costruito nel 1790. Voluto dall’archiduca Ferdinando d’Asburgo-Este in occasione del ventesimo anniversario di matrimonio con Maria Beatrice Ricciarda d’Este fu disegnato sul modello dell’Orangerie della reggia di Schönbrunn. Posto sul lato nord della villa era collegato a questa tramite un corridoio chiamato “Passaggio delle dame”. Un piccolo ambiente circolare, ora chiamato la Rotonda dell’Appiani introduceva alla grande serra[10].L’ambiente, imponente per le dimensioni, è esposto e riceve la luce da sud da una lunga serie di finestre. In esso, oltre al ricovero invernale delle piante più delicate ed in generale delle piante esotiche, in età asburgica si soleva tenervi anche spettacoli di vario genere per la Corte.Nella seconda metà del XX secolo, proprio davanti al Serrone, è stato impiantato un vasto roseto nel quale annualmente nel mese di maggio viene indetto un concorso floreale.Dopo i restauri intervenuti, l’edificio oggi è destinato a sede di mostre d’arte temporanee.

LA CAPPELLA TEODOLINDA

La cappella di Teodolinda si trova nel duomo di Monza, a sinistra dell’abside centrale. Vi si conserva, in un’apposita teca nell’altare, la corona ferrea, inoltre è decorata da un ciclo di affreschi degli Zavattari, famiglia di pittori con bottega a Milano, che è il maggior esempio di ciclo pittorico dell’epoca tardo gotica lombarda. La cappella venne eretta, insieme alla gemella di destra dedicata alla Vergine, nell’ambito della rielaborazione della testata absidale che coinvolse la fabbrica trecentesca del duomo di Monza, alla fine del XIV secolo. Non è chiaro se pitture murali che la rivestono siano state commissionate dal duca Filippo Maria Visconti, del quale è raffigurato lo stemma con la scritta “FI MA”, oppure costituiscano il riflesso di un orientamento locale favorevole ad una successione interna alla dinastia attraverso Bianca Maria Visconti, figlia naturale di Filippo Maria, andata in sposa nel 1441 a Francesco Sforza, la cui figura s’intravvede in filigrana dietro le vicende della regina longobarda. Come ha chiarito un decumento notarile rinvenuto alcuni anni fa, la decorazione fu realizzata dalla famiglia Zavattari tra il 1441 circa e il 1446. “Dominus” dell’impresa fu Franceschino Zavattari, figlio del mastro vetraio Cristoforo, coadiuvato dal figlio maggiore Gregorio e da un altro figlio Giovanni (un terzo figlio, Ambrogio, di cui è nota l’attività non è menzionato). Nel 2008 è iniziato un programma di restauro dei dipinti, affidato ad Anna Lucchini e coordinato dalla Fondazione Gaiani con il sostegno del World Monument Found, che si è concluso nel gennaio 2015. L’ambiente, chiuso dalla cancellata progettata alla fine dell’Ottocento da Luca Beltrami, è coperto da una volta costolonata nelle cui vele sono dipinti gli Evangelisti. Si tratta del primo intervento decorativo della cappella, forse da riferire al momento della consacrazione dell’altare, dedicato a san Vincenzo, nel 1433. L’autore resta anonimo, e gli stessi Zavattari nell’iscrizione che firma il ciclo, ci tennero a dichiarare la loro estraneità da questa parte delle pitture. La serie delle Storie di Teodolinda si compone di 45 scene disposte su cinque registri sovrapposti che rivestono interamente le pareti. La decorazione, che avvolge anche gli stipiti, ed è introdotta dal grande arcone di valico verso il transetto nel quale giganteggia la figura di san Giovanni Battista, cui è dedicato il tempio, adorato dalla regina e dal marito Agilulfo. La fonte primaria è l’Historia Langobardorum di Paolo Diacono, integrata dalla cronaca dello storico monzese di età viscontea Bonincontro Morigia. La cappella di Teodolinda è l’unica parte attualmente visibile di un vasto progetto di decorazione della testata absidale che coinvolgeva la cappella gemella di destra, l’abside maggiore e l’arcone trionfale della nave mediana (ora celato al di sopra della volta seicentesca). Di tale progetto fu probabilmente ideatore Franceschino Zavattari, testimoniato a Monza già nel 1420-21, legato alla potente famiglia locale dei Rabia, coadiuvato da figlio maggiore Gregorio, da un altro figlio, Giovanni, e da un aiuto esperto nella macinazione dei colori. La scena 32 è firmata collettivamente “de Zavatarijs” e datata 1444.La numerazione parte dall’alto a sinistra ossia da nord a sud. Le scene da 1 a 23 descrivono i preliminari e le nozze tra Teodolinda e Autari, fino alla morte del re; da 24 a 30 sono raffigurati i preliminari e le nozze tra la regina e il secondo marito Agilulfo; da 31 a 41 si narra la nascita e sviluppo del duomo, la morte di Agilulfo e quella di Teodolinda; dalla 41 alla 45 infine si narra dell’approdo sfortunato dell’imperatore Costante e del suo ritorno a Bisanzio. Il ritmo della narrazione varia da molto veloce a molto lento, sottolineando alcuni episodi storici di particolare importanza, secondo gli autori e i committenti. In particolare si contano ben 28 scene nuziali o di preparazione al matrimonio, che hanno fatto pensare a un collegamento con la vicenda di Bianca Maria Visconti e il passaggio di potere tra i Visconti e gli Sforza: l’analogia con la vicenda della regina longobarda, che scelse il nuovo re prendendolo come marito, legittimerebbe la presa di potere di Francesco Sforza per via matrimoniale nel 1441.Molti sono gli episodi di vita cortese, come i balli, i banchetti, le feste, le battute di caccia, con una preziosa descrizione di abiti, acconciature, armi ed armature, che forniscono uno straordinario spaccato della vita di corte a Milano nel XV secolo.Autari, re dei Longobardi, manda inviati a Childeberto, re dei Franchi, per chiedere la mano della sorella Inganda (lunettone)

Childeberto riceve gli inviati, ma ha già promesso la sorella al figlio re di Spagna (lunettone)

Ritorno in Italia degli inviati longobardi (inizio della seconda fascia, quella più in alto, da sinistra)

Autari incarica gli invitati di recarsi alla corte di Garibaldo duca dei Bavari, per chiedere la mano della figlia Teodolinda

Partenza degli inviati per la Baviera

Garibaldo riceve gli invitati longobardi ed esaudisce la loro richiesta

Ritorno degli invitati in Italia

Autari riceve i suoi invitati accompagnati da una delegazione dei Bavari

Autari si reca in Baviera in incognito

Teodolinda accoglie la delegazione e porge ad Autari la bevanda di benvenuto senza riconoscerlo

Autari torna in Italia

Festa alla corte longobarda

Il re dei Franchi Childeberto muove guerra ai Longobardi e sconfigge il duca di Baviera (inizio della terza fascia, da sinistra)

Garibaldo, Teodolinda e il fratello di lei fuggono in Italia

Arrivo di Teodolinda in terra longobarda

Gli inviati informano Autari dell’arrivo di Teodolinda

Autari a cavallo va incontro a Teodolinda

Incontro di Teodolinda e Autari presso Verona

Matrimonio della coppia (15 maggio 590)

Ingresso della coppia a Verona

Festeggiamenti per il matrimonio a Verona

Autari conquista Reggio Calabria

Autari muore avvelenato a Pavia (5 settembre 590) (inizio della quarta fascia, da sinistra)

Teodolinda viene confermata regina dei Longobardi e ottiene di scegliere il secondo marito. La sua scelta cade su Agilulfo, duca di Torino

Agilulfo riceve un messaggio di Teodolinda

Agilulfo e Teodolinda si incontrano a Lomello

Agilulfo rinnega l’arianesimo, si converte alla fede cattolica e prende il nome di Paolo

Incoronazione di Agilulfo a re dei Longobardi

Matrimonio di Teodolinda e Agilulfo

Banchetto di nozze

Partenza della coppia reale per la caccia

Scena divisa in due parti:

Teodolinda sogna che la colomba dello Spirito Santo le indicherà il luogo dove dovrà erigere la sua chiesa

Partenza della regina alla ricerca del luogo adatto

Apparizione dello Spirito Santo in forma di colomba

Posa della prima pietra del duomo di Monza (inizio della quinta fascia, quella più in basso, da sinistra)

Teodolinda fa trasformare gli idoli pagani nel tesoro cristiano della nuova chiesa

Donazioni di Teodolinda al duomo

Adaloaldo, il giorno della sua incoronazione, dona alla chiesa altri tesori

Morte di Agilulfo

Papa Gregorio Magno consegna al diacono Giovanni doni per il duomo di Monza, fra cui reliquie e codici

Il diacono Giovanni consegna i doni al vescovo di Monza alla presenza di Teodolinda

Morte della regina Teodolinda

L’imperatore Costante IV parte per cacciare i Longobardi dall’Italia

Arrivo in Italia dell’imperatore Costante

Un eremita predice all’imperatore che non riuscirà a sconfiggere Longobardi

L’imperatore Costante lascia l’Italia senza combattere

La tecnica pittorica è molto complessa e preziosa, con affresco, tempera a secco, decorazioni a rilievo, dorature in foglia e in pastiglia, come in una grande miniatura monumentale Anche se in parte rappresentano fatti storici, le scene affrescate esprimono un ambiente ideale, con personaggi nei costumi di epoca viscontea contro un cielo d’oro.Lo stile di queste pitture mostra un’adesione tarda ai modi Michelino da Besozzo, con linee eleganti e colori tenui. Grande attenzione è posta ai dettagli, mentre le figure sembrano attonite e senza peso,Il frontale dell’arco d’ingresso alla cappella e la volta sono dipinti con figure di santi ed evangelisti da un ignoto pittore del XV secolo. Al centro della cappella un altare custodisce lo scrigno della Corona Ferrea, il diadema con il quale furono incoronati re longobardi, re d’Italia ed imperatori del Sacro Romano Impero.Dietro l’altare e contro la parete di fondo si trova il sarcofago nel quale, nel 1308, il corpo della regina Teodolinda fu traslato dalla prima sepoltura nella originaria Basilica longobarda. Contro la parete di fondo della cappella si trova il sarcofago in cui nel 1308 furono traslati i resti della regina Teodolinda. Una ricognizione, compiuta nel 1941, ha confermato la presenza di ossa umane, maschili e femminili, resti di monili d’oro, e alcune monete che i pellegrini medievali infilavano in segno di devozione. I materiali rinvenuti sono esposti nel Museo e Tesoro del Duomo.Al centro della cappella è l’altare neogotico, ideato da Luca Beltrami nel 1888 su richiesta di re Umberto I: al centro si trova la cassa che contiene la teca estraibile della corona ferrea.

LA CORONA FERREA

La Corona Ferrea o Corona di Ferro è un’antica e preziosa corona che venne usata dall’Alto Medioevo fino al XIX secolo per l’incoronazione dei Re d’Italia. Per lungo tempo, gli imperatori del Sacro Romano Impero ricevettero questa incoronazione[1].All’interno della corona vi è una lamina circolare di metallo: la tradizione vuole che essa sia stata forgiata con il ferro di uno dei chiodi che servirono alla crocifissione di Gesù. Per questo motivo la corona è venerata anche come reliquia, ed è custodita nel duomo di Monza nella Cappella di Teodolinda. Verso l’anno 324, su incarico del figlio, Elena, madre dell’imperatore Costantino I, fece dissotterrare tutta l’area del Golgota, area che era stata interrata dall’imperatore Adriano per creare un grande terrapieno all’interno della nuova città Aelia Capitolina fatta sorgere sulle rovine di Gerusalemme dopo le rivolte Giudaiche del II secolo. Durante questi lavori, che portarono all’edificazione della Basilica costantiniana e dell’Anàstasis, secondo la tradizione cristiana furono trovati gli strumenti della Passione di Gesù, tra cui quella che venne identificata come la “vera Croce”, con i chiodi ancora conficcati. Elena lasciò la croce a Gerusalemme, portando invece con sé i chiodi: tornata a Roma, con uno di essi creò un morso di cavallo, e ne fece montare un altro sull’elmo di Costantino, affinché l’imperatore e il suo cavallo fossero protetti in battaglia.La storica Valeriana Maspero ritiene invece che la corona fosse il diadema montato sull’elmo di Costantino, dove il sacro chiodo era già presente. L’elmo e il morso, insieme alle altre insegne imperiali, furono portati a Milano da Teodosio I, che vi risiedeva: Ambrogio li descrive nella sua orazione funebre de obitu Teodosii. Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, l’elmo fu portato a Costantinopoli, ma in seguito fu reclamato dal goto Teodorico il Grande, re d’Italia, il quale aveva a Monza la sua residenza estiva. I bizantini gli inviarono il diadema trattenendo la calotta dell’elmo. Il “Sacro Morso” rimase a Milano: oggi è conservato nel duomo della città. Due secoli dopo papa Gregorio I avrebbe donato uno dei chiodi a Teodolinda, regina dei Longobardi, che fece erigere il duomo di Monza; ella fece fabbricare la corona e vi inserì il chiodo, ribattuto a forma di lamina circolare. La tradizione che legava la corona alla passione di Gesù e al primo imperatore cristiano ne facevano un oggetto di straordinario valore simbolico, che legava il potere di chi la usava a un’origine divina e a una continuità con l’impero romano. La Corona Ferrea fu usata dai re Longobardi, e poi da Carlo Magno (che la ricevette nel 775) e dai suoi successori, per l’incoronazione dei re d’Italia.Indagini storiche più recenti ritengono che la conformazione odierna della corona sia dovuta a interventi databili tra il V e il IX secolo. Essa potrebbe essere stata un’insegna reale ostrogota, passata poi ai Longobardi e quindi ai Carolingi, i quali, dopo averla restaurata, la donarono al Duomo di Monza, chiesa reale fatta erigere da Teodolinda.Gli imperatori del Sacro Romano Impero venivano incoronati tre volte: una come re di Germania, una come re d’Italia, una come Imperatore (quest’ultima corona veniva imposta dal Papa). L’incoronazione con la Corona Ferrea si svolgeva a Milano, nella basilica di Sant’Ambrogio; altre volte tuttavia la cerimonia si svolse a Monza (nel Duomo o nella Chiesa di S.Michele) oppure a Pavia, e saltuariamente in altre città ancora.Tra un’incoronazione e l’altra, la Corona Ferrea risiedeva nel Duomo di Monza, che per questo motivo era dichiarata “città regia”, proprietà diretta dell’imperatore, e godeva di privilegi ed esenzioni fiscali.La corona attraversò tuttavia alcune vicissitudini: nel 1248, insieme al resto del Tesoro del Duomo, fu data in pegno all’ordine degli Umiliati, a garanzia di un ingente prestito contratto dal capitolo del duomo per pagare una pesante imposta straordinaria di guerra, e fu riscattata solo nel 1319. Successivamente, sempre come parte del Tesoro, fu trafugata dal cardinale Bertrando del Poggetto durante l’occupazione crociata di Monza (1323-24) e inviata a suo zio, papa Giovanni XXII ad Avignone. La corona rimase presso il seggio papale dal 1324 al 1345: durante questo periodo fu persino rubata, ma il ladro fu catturato e la refurtiva recuperata. Al momento della restituzione, venne effettuato un nuovo censimento del tesoro nel quale si constatò il danneggiamento della corona a causa della sottrazione di due delle otto placche che la componevano: la reliquia fu quindi affidata nello stesso anno all’orafo Antellotto Bracciforte, che la rinforzò con una corona interna in argento, la quale in seguito venne identificata con il Sacro Chiodo. Da quel momento non fu possibile per un uomo indossare la Corona d’Italia sul proprio capo, date le dimensioni ridotte: le successive incoronazioni vennero infatti effettuate con l’ausilio di speciali copricapi.Papa Innocenzo VI, nel quadro della lotta per le investiture, promulgò nel 1354 un editto con il quale rivendicava il diritto di Monza all’imposizione della Corona Ferrea nel Duomo, subito disatteso.La tradizione della triplice incoronazione si interruppe con Carlo V, che fu incoronato nel 1530 a Bologna: abdicando nel 1556, egli divise l’impero in due, separando così i regni di Italia e Germania. Nel 1576 san Carlo Borromeo istituì il culto del Sacro Chiodo, per celebrare la venerazione della Corona e legarla all’altro Chiodo della Passione nel Duomo di Milano.Due secoli dopo, però, il Ducato di Milano passò all’Austria e la tradizione riprese: l’imperatore Francesco I ricevette la Corona Ferrea nel 1792.L’incoronazione più famosa è però quella di Napoleone Bonaparte, che si incoronò re d’Italia nel 1805: nel rito celebrato nel Duomo di Milano, egli si impose da solo la corona sul capo, pronunciando la frase: “Dio me l’ha data e guai a chi me la toglie!”. Per devozione alla corona Napoleone istituì poi l’Ordine della Corona ferrea. Dopo la parentesi napoleonica, l’incoronazione ritornò prerogativa degli imperatori d’Austria, e Ferdinando I la ricevette nel 1838. Durante le guerre d’indipendenza italiane, la corona fu requisita da Monza e portata a Vienna, ma nel 1866, dopo la sconfitta dell’Austria nella terza guerra d’indipendenza, fu restituita all’Italia e ritornò a Monza.I Savoia tuttavia non la utilizzarono mai per le incoronazioni, poiché conservarono la corona del Regno di Sardegna dal quale nasce l’attuale Italia (anche nello stemma regio). Inoltre essa era diventata negli anni precedenti un simbolo della dominazione austriaca, oltre a ciò il Regno d’Italia era in conflitto con il Papato, in seguito alla presa di Roma, e l’utilizzo di una corona che era anche una preziosa reliquia era poco opportuno. In ogni caso la corona faceva parte delle insegne reali, come testimonia l’esposizione di essa ai funerali di Vittorio Emanuele II (1878), il quale aveva anche istituito l’Ordine cavalleresco della Corona d’Italia. Il re Umberto I forse meditava di incoronarsi con la Corona Ferrea quando il clima politico fosse stato più favorevole: nel 1890 egli inserì la Corona Ferrea nello stemma reale, e nel 1896 donò al duomo di Monza, città in cui egli amava risiedere, la teca di vetro blindato in cui essa è tuttora custodita. Il suo assassinio nel 1900 interruppe i suoi progetti, ma di nuovo alle sue esequie venne esposta la Corona e la sua tomba al Pantheon ne reca una copia bronzea.Il figlio Vittorio Emanuele III non volle alcuna cerimonia di incoronazione.Con la proclamazione della Repubblica Italiana nel 1946, la Corona Ferrea smise definitivamente di essere un simbolo di potere, per essere solo una reliquia e un prezioso cimelio storico.L’ultimo viaggio della corona avvenne durante la seconda guerra mondiale: temendo che i tedeschi volessero impadronirsene, nel 1943 il cardinale Ildefonso Schuster la fece trasferire segretamente in Vaticano, dove rimase fino al 1946. Essa ritornò portata da due canonici del duomo di Monza, nascosta in una cappelliera dentro una valigia.Lo storico monzese Bartolomeo Zucchi, che scriveva intorno al 1600, contò 34 incoronazioni avvenute fino a quel momento. Non tutte queste incoronazioni sono però comprovate da documentazioni storiche.

Tra quelle sicure, oltre a quelle longobarde, si ricordano:

Carlo Magno (800)

Arduino d’Ivrea (1002)

Corrado II (1024)

Corrado III (1128)

Federico Barbarossa (1155)

Enrico VI (1186, in occasione delle nozze con Costanza d’Altavilla)

Enrico VII di Lussemburgo (1311)

Carlo IV (1355, presente Francesco Petrarca)

Carlo V d’Asburgo (1530, a Bologna. Per non far scivolare la corona usò un particolare copricapo a forma di cono)

Napoleone I (1805)

Ferdinando I d’Austria (1838], che usò un’altra corona per contenerla, collegata con catenelle, per non farla scivolare

                      Il prezioso cimelio è in lega di argento e oro all’80% circa, ed è composto di sei placche legate fra loro da cerniere verticali; ha il diametro di cm 15 e l’altezza di cm 5,5; il peso è di 535 grammi. È adornata di ventisei rose d’oro a sbalzo, ventidue gemme di vari colori e ventiquattro placchette floreali a smalto cloisonné. Le gemme rosse sono granati, viola sono ametiste, il corindone è blu scuro. Altre decorazioni sono in pasta vitrea. La lamina circolare che tradizionalmente si identifica con il Sacro Chiodo corre lungo la faccia interna delle sei placche. La corona è troppo piccola per cingere la testa di un uomo: si ritiene perciò che in origine fosse composta di otto placche invece che sei. La corona è custodita nella cassaforte protetta da due porte. È nella teca dal 1885 per volontà di Umberto I.Secondo la ricostruzione di Valeriana Maspero, in origine le placche d’oro avevano soltanto la gemma centrale, come si vede in alcune monete che ritraggono Costantino con il suo elmo in testa. Due corone ritrovate nel XVIII secolo a Kazan’, in Russia, sono del tutto simili; probabilmente anche la Corona Ferrea fu opera di orefici orientali.Le lastrine colorate con le altre pietre furono aggiunte presumibilmente da Teodorico, il quale fece rimontare il diadema su un altro elmo, in sostituzione di quello trattenuto dai bizantini. Carlo Magno fece poi sostituire alcune delle lastrine che si erano rovinate. L’esame al carbonio-14 condotto su due pezzetti di stucco ha infatti datato uno di essi intorno al 500, e l’altro intorno all’800. L’aspetto della corona successivo al restauro di Carlo Magno è testimoniato dai documenti dell’incoronazione di Federico Barbarossa: essa non era più montata su un elmo, ma portava solo un archetto di ferro sulla sommità. Essa aveva ancora la dimensione adatta ad essere portata sulla testa.Le due placche mancanti furono probabilmente rubate mentre la corona era in pegno agli Umiliati, che la conservavano nel loro convento di Sant’Agata (nell’attuale piazza Carrobiolo a Monza). I documenti successivi al 1300 infatti la descrivono come “piccola”. Nel 1345 essa fu affidata per un secondo restauro all’orafo Antellotto Bracciforte, il quale le diede l’aspetto attuale.

L’identificazione della lamina metallica inserita nella corona con il chiodo della passione di Cristo sembra risalga al XVI secolo. San Carlo Borromeo, che rilanciò la venerazione del Sacro Morso custodito nel duomo di Milano, visitò più volte anche la Corona Ferrea e vi pregò davanti. Nel 1602 Bartolomeo Zucchi affermava con certezza che la corona era il diadema di Costantino e che in essa vi era il sacro chiodo. Un secolo più tardi, però, Ludovico Antonio Muratori esprimeva parere contrario; egli notava tra l’altro che, rispetto alla dimensione di un chiodo romano da crocefissione, la lamina era troppo piccola.Nel frattempo anche le autorità ecclesiastiche esaminarono il problema: finalmente nel 1717 il Papa decretò che, pur in assenza di certezza sull’effettiva presenza del chiodo nella corona, ne era autorizzata la venerazione come reliquia, in base alla tradizione ormai secolare in tal senso.Nel 1993, la corona è stata sottoposta ad analisi scientifiche, e il verdetto è stato che la lamina non sarebbe di ferro, bensì d’argento. Secondo alcuni studiosi, essa fu inserita dal Bracciforte nel 1345 per rinsaldare la corona, che era stata danneggiata dal furto di due placche; gli autori cinquecenteschi, perduta memoria di questo intervento, e sapendo dall’orazione di sant’Ambrogio che nella corona era inserito il sacro chiodo, conclusero che doveva trattarsi della lamina[3].Altri ritengono invece che la corona sia effettivamente il diadema di Costantino, e che con il sacro chiodo fossero stati forgiati due archetti incrociati che venivano usati per agganciare il diadema all’elmo (e non il cerchio che si trova oggi nella parte interna della corona). Quando i bizantini sganciarono il diadema per darlo a Teodorico, essi trattennero anche gli archetti. L’elmo rimase esposto nella chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli, appeso sopra l’altare, fino al saccheggio veneziano del 1204, dopo di che se ne ignora la sorte. In ogni caso la Chiesa continua ad autorizzare la venerazione della reliquia, che sarebbe, secondo l’ipotesi dell’archetto dell’elmo, una reliquia di secondo tipo, cioè che deve la sacralità al contatto con una reliquia di primo tipo (oggetto legato direttamente a una figura venerata)[4][5].

Di chiodi asseriti della Croce, oltre a quello della corona e quello del Duomo di Milano, ne esistono un terzo, conservato nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, e un quarto, dalla tradizione più dubbia, nel Duomo di Colle Val d’Elsa in provincia di Siena.

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FERRARA E ABBAZIA DI POMPOSA 06/03/2016

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GIGI, IL DUCA E LA DUCHESSA
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GIGI QUANDO HA FAME!!!!!!

FERRARA

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Fra il VII e l’VIII secolo, a causa delle continue invasioni barbariche che devastarono Voghenza, la sede vescovile venne spostata da Voghenza al Borgo San Giorgio, situato sulla riva destra del fiume Po, proprio in corrispondenza del castrumbizantino del VI secolo che si trovava sulla riva opposta. Questo primo insediamento abitativo di Ferrara è individuabile nel sito dell’antica cattedrale di San Giorgio fuori le mura.

Strappata dai Longobardiall’Esarcato d’Italia di cui faceva parte, quindi conquistata dai Franchi e donata al papa, divenne nel 984, su concessione di Papa Giovanni XV, feudo di Tedaldo di Canossa. In età romanicala città prese a svilupparsi maggiormente sull’altra riva del Po mettendo in ombra il Borgo San Giorgio e di conseguenza la sede vescovile venne spostata nel1135 nell’attuale cattedrale di Ferrara esattamente nel centro della città. Furono questi gli anni delle prime manifestazioni dell’autonomia cittadina che vide la nascita di un piccolo governo comunale nel XII secolo. La città iniziava così a urbanizzare il proprio territorio grazie alla costruzione di numerosi monumenti come la cattedrale o il palazzo del Municipio, e la realizzazione di nuove strade a partire dall’asse delle prime vie, Ripagrande e della sua parallela “di servizio” Via Capo delle Volte, che costeggiavano la riva del Po.

Le guerre di Ferrara

Dopo essere stata al centro di continue lotte fra le famiglie guelfe degli Adelardi e dei Giocoli quelle ghibelline dei Salinguerra e Torelli, passò definitivamente alla parte guelfa grazie al matrimonio di Azzo VI d’Este con l’ultima erede degli Adelardi.[4] Ma l’instaurazione del ducato estense non durò a lungo: agli inizi del Trecento gli Este erano in conflitto conBolognaMantova e Verona e furono pertanto minacciati nel possedimento della stessa Ferrara. Azzo VIII d’Este chiese quindi aiuto a Venezia ottenendo rinforzi. Ma alla morte di Azzo VIII il trono passò al nipote Folco II d’Este e non al figlioFresco d’Este, escluso dalla successione. Francesco, per arrivare al possedimento del trono, offrì il feudo di Ferrara aClemente V con in cambio il riconoscimento del suo potere sulla città.

Le truppe pontificie occuparono così Ferrara in nome della chiesa insediandovi il marchese Francesco d’Este. Il 1308 sancì l’inizio della cosiddetta guerra di Ferrara, terminata nel 1309, dichiarata da Venezia allo Stato della Chiesa dal quale aveva ricevuto ordine della restituzione della fortezza di Castel Tedaldo di proprietà ferrarese e allora in mano ai veneziani. Come conseguenza alla dichiarazione di guerra i legati di Clemente V lanciarono la scomunica al doge di Venezia e a tutti coloro che avessero sostenuto l’occupazione della città. Nonostante la successiva vittoria dei ferraresi e dello Stato della Chiesa su Venezia, Ferrara visse alcuni anni difficili prima del totale insediamento degli Este avvenuto nel 1332.

La seconda e più famosa guerra di Ferrara si svolse dal 1482 al 1484. Promotore ne fu Girolamo Riario, nipote del papa Sisto IV e signore di Forlì ed Imola. Girolamo, che voleva espandere il proprio dominio, promosse un’alleanza tra loStato della Chiesa e la Repubblica di Venezia, nel tentativo di impossessarsi di Ferrara. Nonostante qualche successo militare, la pace di Bagnolo non comportò però le modifiche che Sisto IV e Girolamo Riario desideravano.

Gli Este nell’età medioevale e moderna

Sin dal loro ufficiale insediamento gli Este governarono indiscussi sulla città per quasi tre secoli rendendola capitale di un piccolo, ma culturalmente attivissimo, Stato regionale. Il periodo aureo della città fu la seconda metà del Quattrocento sotto il potere di LeonelloBorso, ed Ercole I d’Este, quando alla corte ducale convenivano personaggi come Piero della FrancescaPisanelloLeon Battista AlbertiAndrea Mantegna e Rogier van der Weyden, mentre si era sviluppata unascuola ferrarese in pittura, con capiscuola del calibro di Cosmè TuraErcole de’ Roberti e Francesco del Cossa. Il 1492 fu l’anno della più importante crescita urbanistica, l’Addizione Erculea progettata da Biagio Rossetti su ordine di Ercole I, che ampliò verso nord la città con uno schema razionale di vie e palazzi, uno dei primissimi progetti urbanistici in una città europea. Nel Cinquecento vissero in città grandi artisti (Dosso DossiTizianoGiovanni Bellini) e letterati (Matteo Maria BoiardoLudovico AriostoTorquato Tasso).

Non è da dimenticare l’importante presenza alla corte estense d’un musicista come Luzzasco Luzzaschi, che forse fu l’autore delle musiche di scena per l’Aminta del Tasso e per Il Pastor Fido del Guarini. Il complesso eccellente del Concerto delle donne (tre virtuose cantanti e strumentiste) era anche un asso nella manica diplomatico della corte estense, che invitava ai concerti riservatissimi soltanto nobili e diplomatici che riportavano nei propri paesi la fama della musica raffinata di Ferrara. Giacché si trattava di musica vocale (in genere di madrigali), assieme alla fama della musica veniva riaffermata l’eccellenza dei poeti d’ambiente ferrarese i cui testi erano musicati. Dopo l’acquisizione di Ferrara da parte dello Stato della Chiesa, e la dissoluzione del raffinato ambiente cortese, Girolamo Frescobaldi, allievo di Luzzaschi, fu accolto a Roma addirittura come organista in San Pietro. Particolarmente importante la vita intellettuale dello Studio ferrarese, dove lavorarono personalità del calibro di Guarino VeroneseCelio CalcagniniGiambattista Giraldi Cinzio e Giovan Battista Pigna.

PALAZZO SCHIFANOIA

 

Il Palazzo Schifanoia è un edificio di Ferrara, risalente al 1385, oggi sede di un museo. Il nome (che, letteralmente, significa “che schiva la noia”) voleva sottolineare il suo carattere di divertissement.
Venne eretto su commissione di Alberto V d’Este (1385) su base quadrangolare, senza le ali laterali: era pensato come un piccolo luogo di ristoro, in cui consumare pasti e dedicarsi all’ozio, con una facciata urbana ed una seconda facciata nel giardino: come equivalente della villa suburbana dell’antica Roma, precedette il modello rinascimentale che a Roma fu rappresentato dal Belvedere costruito daNiccolò V.

L’edificio fu poi trasformato e ampliato soprattutto all’epoca di Borso d’Este, il quale, nel 1452, ricevette il titolo di duca per i feudi imperiali di Modena e Reggio Emilia dall’imperatore Federico III. La sua investitura come duca di Ferrara, ad opera delpapa Paolo II, fu l’occasione encomiastica per commissionare il ciclo di affreschi nel 1469: il retto ordinamento dell’umanità e della natura, sotto il buon governo del duca, era il retrotesto dei dipinti.

Rendendo il palazzo un vero e proprio contraltare del Palazzo della Ragione[1], sede del Comune prima dell’avvento della Signoria , all’architetto Pietro Benvenuto degli Ordini fu commissionato un appartamento ducale al primo piano, con un salone per ricevere ambasciatori e delegazioni. Nel 1468 venne completata la sopraelevazione, mentre nel 1493 il palazzo venne coronato da una cornice di terracotta; ciò ad opera di Biagio Rossetti, cui Ercole I d’Este commissionò anche l’estensione del palazzo in larghezza.

La facciata è caratterizzata da un grande portale marmoreo scolpito, risalente al1470 e recentemente attribuito ad Ambrogio di Giacomo da Milano e Antonio di Gregorio su disegno di Pietro di Benvenuto degli Ordini.[2]. Sopra la porta ad arco, in marmo bianco, si trova un grande stemma estense e l’Unicorno una delle imprese araldiche utilizzate da Borso.

Il palazzo è soprattutto famoso per gli affreschi del Salone dei Mesi, tra i cicli pittorici parietali a carattere profano più importanti del Quattrocento italiano. Il programma iconografico fu affidato all’astrologo e bibliotecario di corte Pellegrino Prisciano, vi parteciparono collettivamente i migliori pittori della scuola ferrarese, tra i quali Baldassare d’Este, Ercole de’ Roberti Francesco del Cossa[3]. Resta controversa la possibile partecipazione alla realizzazione degli affreschi del pittore Cosmè Tura. Il nome della sala deriva dalle personificazioni dei mesi dell’anno, a ciascuno dei quali corrisponde un segno zodiacale e allegorie con le attività lavorative correlate. La fascia inferiore è decorata inoltre da Episodi della vita di Borso d’Este e quella superiore dai Trionfi degli dei. Ci sono pervenuti solo i mesi daMarzo a Settembre, leggibili in senso antiorario.

La successiva sala degli Stucchi o delle Virtù presenta un notevole soffitto a cassettoni e un fregio in legno e stucco realizzato dallo scultore Domenico di Paris e dipinto da Buongiovanni da Geminiano attorno al 1467. Nel fregio sono rappresentate le virtù cardinali, esclusa la Giustizia, e le teologali. Nella decorazione sono riprodotti oltre all’aquila estense gli emblemi e le imprese utilizzati da Borso in quanto l’ambiente era probabilmente destinato a sala per le udienze.

All’interno il percorso museale inizia dall’ala più antica, trecentesca, dove sono ospitate varie collezioni (pittura, bronzetti, avori, tarsie lignee, ceramiche graffite e medaglie). Le sale del quattordicesimo e del quindicesimo secolo contengono collezioni di antichità, monete e medaglie coniate da Pisanello da altri artisti del Quattrocento per commemorare singoli componenti della famiglia d’Este.

Palazzo Schifanoia è parte del patrimonio artistico di Ferrara conservato sotto l’egida dei Musei Civici d’Arte Antica di Ferrara.

ABBAZIA DI POMPOSA


L’abbazia di Pomposa situata nel comune di Codigoro in provincia di Ferraraè un’abbazia risalente al IX secolo e una delle più importanti di tutto il Nord Italia.
L’insula Pomposiana, conosciuta già nell’antichità, era in origine circondata dalle acque (del Po di Goro, del Po di Volano e del mare). Si hanno notizie di un’abbazia benedettina, di dimensioni inferiori a quella attuale, a partire dal IX secolo, ma l’insediamento della prima comunità monastica nell’Insula Pomposiana risale al VIVII secolo, fondato in epoca longobarda dai monaci di San Colombano che vi eressero una cappella. Il primo documento storico che attesti l’esistenza dell’abbazia è comunque del IX secolo: ne fa menzione il frammento di una lettera che papa Giovanni VIII inviò all’imperatore Ludovico II.[1]

Sappiamo inoltre che nel 981 passò alle dipendenze del monastero pavese diSan Salvatore, e che diciotto anni più tardi subiva la giurisdizione dell’arcidiocesi ravennate, affrancandosene in seguito e godendo, grazie a donazioni private, un periodo di grande fioritura.[2]

L’abbazia che noi oggi ammiriamo venne consacrata nel 1026 (quindi edificata prima) dall’abate Guido. Alla basilica ilmagister Mazulo aggiunse un nartece con tre grandi arcate.

Fino al XIV secolo l’abbazia godette di proprietà, sia nei terreni circostanti (compresa una salina a Comacchio), sia nel resto d’Italia, grazie alle donazioni; poi ebbe un lento declino, dovuto a fattori geografici e ambientali, quali la malaria e l’impaludamento della zona, causato anche dalla deviazione dell’alveo del Po (rotta di Ficarolo, 1152).

Ebbe una grande importanza per la conservazione e la diffusione della cultura durante il Medioevo, grazie ai monaciamanuensi che vi risiedevano. In quest’abbazia il monaco Guido d’Arezzo ideò la moderna notazione musicale e fissò il nome delle note musicali. Fra il 1040 e il 1042 vi soggiornò anche il ravennate Pier Damiani, chiamato a istruire i monaci.

Nel 1653 papa Innocenzo X soppresse il monastero, che nel 1802 venne acquistato dalla famiglia ravennate Guiccioli. Alla fine del XIX secolo la proprietà passò allo Stato italiano, è attualmente in gestione al Polo museale dell’Emilia Romagna.

Santa Maria

Il nucleo più antico della basilica risale al VIIIX secolo; nell’XI secolo venne allungata con l’aggiunta di due campate e dell’atrio, e venne aggiunto l’atrio ornato di fregi in cotto, oculi, scodelle maiolicate, vari animali dal valore simbolico-religioso. Negli oculi degli archi è rappresentato l’albero della vita. L’apparato decorativo dell’atrio ha una chiara ascendenza orientale: persiana (ad esempio nelle due transenne circolari i due grifi alati che mangiano i frutti dell’albero della vita), siriaca(il bordo nastriforme racchiudente le transenne stesse), così come orientaleggiante è la disposizione delle fasce che occupano la superficie con andatura orizzontale con i disegni dei racemi, il loro andamento, le figure e i simboli in essi inseriti.[3] Ilnartece riprende nelle forme e, embrionalmente, nell’impianto, i westwerk carolingi.[4]

L’interno della chiesa è a tre navate, divise da colonne romane e bizantine. Il prezioso pavimento di marmo in opus sectilerisale a varie epoche (dal VI al XII secolo) e presenta animali mostruosi, motivi geometrici, elementi vegetali e figurativi. Tra le allegorie il leone simboleggia la resurrezione di Cristo, il drago il male che è sempre sconfitto, il cervo è Cristo, gli uccelli con ali a riposo raffigurano la condizione umana, ecc.[5]

Sulle pareti affreschi trecenteschi di scuola bolognese, con storie dell’Antico Testamento, del Nuovo Testamento e dell’Apocalisse eseguiti rispettivamente sulla fascia superiore, mediana ed inferiore (oltre a San Giovanni nell’estasi diPatmos, tra le immagini dell’Apocalisse: L’Agnello; il tetramorfo; i quattro cavalieri; Dio con il libro dai sette sigilli; i ventiquattro vegliardi; l’arcangelo Michele contro il demonio; la bestia dalle sette teste; l’idra che minaccia la Chiesa raffigurata come una figura femminile sicura poiché domina il tempo, cioè la luna posta ai suoi piedi, ecc.).

Sulla controfacciata, una rappresentazione del Giudizio Universale (in basso a destra, guardando l’uscita: i diavoli che attuano crudeli supplizi, i dannati, Lucifero con le fauci. Dalla parte opposta un angelo conduce verso Cristo i beati nei quali ci sono vescovi abati, ed i patriarchi della Chiesa accolgono le anime del Limbo verso la beatitudine). Il Cristo Giudice sta entro una mandorla mentre sulla fascia superiore c’è il Cristo benedicente tra schiere di angeli e beati: tale immagine allude al trionfo della Chiesa (la Gerusalemme celeste dell’angolo a sinistra) sempre fondato sul sacrificio divino (gli strumenti della passione a destra).

Nell’abside affreschi di Vitale da Bologna, raffiguranti Cristo in maestà con angeli e santi, e, sotto, Evangelisti con i rispettivi simboli, Dottori della Chiesa (sulla destra) e Storie di Sant’Eustachio con la sua conversione e martirio (in basso a destra il santo è martirizzato, dentro un bue di bronzo arroventato). Il Cristo in maestà entro la mandorla è in atto benedicente e tiene nella mano sinistra il libro con le parole “pacem meam do vobis”. A destra del Redentore è raffigurata, con un preziosissimo abito ricamato in oro, la Vergine Maria che presenta l’abate committente Andrea mentre con la mano sinistra regge il cartiglio con la scritta “tuam fili clementiam”, raccomandazione per la comunità di Pomposa e per l’umanità.[7]Accanto a Lei il santo benedettino è Guido, mentre in primo piano stanno le sante Caterina, Orsola, Elena e Maddalena. Nel registro sottostante negli spazi tra le finestre stanno San Martino di Tours san Giovanni Battista. Nei dieci tondi del sottarco sono i profeti, divisi al centro da un angelo che reca un cartiglio con la scritta “Beati oculi qui vident quae vos videtis” (“Beati gli occhi che vedono le cose che vedete”), con riferimento alla visione celeste della gloria di Dio.

Nella navata sinistra nel 2000 fu collocata una reliquia (una tibia) dell’abate pomposiano San Guido i cui resti si trovano nella chiesa di san Giovanni a Spira in Germania e che fu donata all’abbazia dal vescovo della città tedesca. L’abate San Guido morì a Fidenza nel 1046, mentre era in viaggio verso Pavia per partecipare al sinodo indetto dall’imperatore di Germania Enrico III. Per volontà dell’imperatore il corpo fu sepolto a Spira.

Campanile

Altissimo rispetto al resto dell’edificato (48 metri), il campanile è del 1063 in forme romanico-lombarde e ricorda quello, di circa 75 metri, dell’Abbazia di San Mercuriale nella non lontana Forlì. Grazie ad una lastra iscritta conosciamo il nome dell’architetto che progettò il campanile e ne diresse i lavori di costruzione: Deusdedit. Procedendo dalla base verso la sommità del campanile le finestre aumentano di numero e diventano più ampie seguendo una tendenza classica di quel periodo, che serviva ad alleggerire il peso della torre e a propagare meglio il suono delle campane. Dal basso verso l’alto sono presenti monoforebiforetrifore quadrifore.

Monastero

Restano la sala capitolare ornata di affreschi degli inizi del XIV secolo di un diretto scolaro di Giotto; il refettorio che ha sulla parete di fondo il più prezioso ciclo di affreschi dell’abbazia attribuito a un maestro riminese forse il Maestro di Tolentino. Nel refettorio sulla parete est affresco con al centro la Deesis (Cristo tra la Vergine, San Giovanni, San Benedetto, San Guido), a sinistra l’Ultima cena, a destra il miracolo di San Guido (l’abate Guido Strambiati). Nell’aula capitolare affreschi con san Benedetto e profeti (parete nord), San Guido e coppie di profeti (parete sud), Crocefissione (parete est).Notevole anche il palazzo della Ragione, luogo dove gli abati di Pomposa amministravano la giustizia.

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MOSTRA “EGITTO MILLENARIO” A BOLOGNA E BORGO DI DOZZA 31/01/2016

EGITTO MILLENARIO

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Una storia plurimillenaria, una civiltà unica che affascina tutto il mondo: l’Egitto delle Piramidi e dei Faraoni, del dio Osiride e della sua amata Iside. Ma l’Egitto è anche egittologia, scoperte, ricollocamenti, archeologia e collezionismo, settore in cui l’Italia ha una posizione chiave sin dall’inizio dell’Ottocento e che conserva tutt’oggi.
La mostra Egitto, che apre il prossimo 16 ottobre al Museo Civico Archeologico di Bologna, non è solo di fortissimo impatto visivo e scientifico ma è anche un unicum nel suo genere poiché gran parte della collezione egiziana del Museo Nazionale di Antichità di Leiden in Olanda, 500 reperti databili dal Periodo Predinastico all’Epoca Romana, saranno trasferiti nella città delle Due Torri per un’operazione che non ha precedenti nel panorama internazionale.
La collezione di antichità egiziane di Leiden – una delle prime dieci al mondo – e quella di Bologna –  tra le prime in Italia per numero, qualità e stato conservativo – verranno così a fondersi e integrarsi in un percorso espositivo di circa 1.700 metri quadrati di arte e storia.
Inoltre i capolavori di questi due collezioni saranno esposti insieme a importanti prestiti del Museo Egizio di Torino e del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, all’insegna di un network che vede coinvolte le principali realtà egittologiche italiane.
La storia di una civiltà unica svelata in una grande mostra che riunisce capolavori dal mondo e che racconta di Piramidi e di Faraoni, di grandi condottieri e sacerdoti, di dei e divinità, di personaggi che fecero il passato dell’Egitto e che grazie a archeologia, scoperte e collezionismo non smette mai di incantare, rivelarsi, incuriosire, affascinare e ammaliare generazione dopo generazione.

DOZZA

Il Borgo Medievale di Dozza, uno dei cento “Borghi più Belli d’Italia”, si trova a sud di Bologna, a 6 km da Imola ed è posto sul crinale di una collina che domina la valle del fiume Sellustra e scende dolcemente verso la via Emilia.

A Dozza, l’arte si fa paesaggio urbano ed arreda i muri delle case, le strade e le piazze, inondando di luce e stili diversi ogni angolo ed aprendosi a squarci di colori improvvisi. Si tratta di un vero e proprio museo a cielo aperto, in cui si possono ammirare oltre un centinaio di opere realizzate da nomi prestigiosi dell’arte contemporanea. All’interno della Rocca sono conservati gli affreschi e i bozzetti delle opere su muro esposti nel Centro Studi e Documentazione del Muro Dipinto.

LA ROCCA SFORZESCA

Dal grifo che si abbevera, raffigurato nello stemma, al nettare dorato dell’Albana coltivata in un paesaggio che sembra quasi toscano: non c’è miglior paradosso per questo borgo adagiato sulle prime colline che dominano la via Emilia, fra Bologna e Imola, e che si apre discreto al visitatore che ne percorre le stradine selciate fino alla Rocca – potente, massiccia, eppure ben armonizzata con il resto dell’abitato, la cui planimetria è a carena di nave.

E in effetti tutto spinge, converge, fluidifica (acqua, vino, persone, cantine e portici che profumano di vino, esalazioni culinarie) verso l’emergenza architettonica che lo sovrasta dall’alto.

La Rocca,  punto di convergenza delle due strade che attraversano longitudinalmente il paese, è a pianta esagonale con due torrioni e un perimetro di 530 m.

L’aspetto attuale è il frutto delle trasformazioni in palazzo signorile, completate dai Malvezzi nel 1594.

Varcato il ponte levatoio, ricostruito sul modello dell’antico, l’edificio si apre con un cortile centrale sormontato da due logge di gusto rinascimentale.

Il cortile ospita concerti, spettacoli, degustazioni.

Al piano terra vi è la cucina, con fuochi, camini, pozzo e utensili d’epoca.

Il cuore della residenza è al piano nobile, con la sala di rappresentanza arredata con mobili e dipinti del ‘700 e aperta sul grande terrazzo.

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