CIVIDALE DEL FRIULI, AQUILEIA E TRIESTE 20/21 GIUGNO 2014

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CIVIDALE DEL FRIULI

La presenza umana nella zona dove oggi sorge Cividale risale a epoche piuttosto antiche, come attestato dalle stazioni preistoriche del Paleolitico e del Neolitico trovate appena fuori della città; ad esse si aggiungono abbondanti testimonianze dell’Età del Ferro e della presenza veneta e celtica risalenti sino al IV secolo a.C. La strategica posizione di questo primitivo insediamento indusse i Romani a stabilirvisi, fondando forse alla metà del II secolo a.C. un castrum, di ovvia natura militare, il quale fu in seguito elevato da Giulio Cesare a forum (mercato) e per tale motivo la località assunse il nome di “Forum Iulii” poi divenuto identificativo di tutta la regione. Successivamente la località fu elevata a municipium, venendo ascritta alla tribù romana Scaptia e assurse infine al rango di capitale della Regio X Venetia et Histria allorché Attila rase al suolo Aquileia nel V secolo.
Nel 568 giunsero dalla Pannonia i Longobardi, di origine scandinava, il cui re Alboino elesse subito la romana Forum Iulii a capitale del primo ducato longobardo in Italia e ponendovi duca il proprio nipote Gisulfo. Ribattezzata la propria capitale Civitas Fori Iulii, ossia “Città del Friuli”, i longobardi vi eressero edifici imponenti e prestigiosi e nei dintorni fondarono strutture fortificate assegnate alle fare, ossia le stirpi nobili di quel popolo germanico; nel 610 Cividale venne saccheggiata e incendiata dagli Avari, chiamati dal re longobardo Agilulfo (allora con sede a Milano) per punire la riottosità del duca “friulano” Gisulfo II. Nel 737, durante il regno di Liutprando e per sfuggire alle incursioni bizantine, il patriarca di Aquileia Callisto decise di trasferire qui la propria sede, così come già fece il vescovo di Zuglio che venne scacciato. La città ebbe così aumentato il suo ruolo anche grazie a quest’importante presenza ecclesiastica; già pochi decenni più tardi, nel 796, qui si tenne il concilio che riconfermò l’indissolubilità del matrimonio.
Nel 775 il Ducato del Friuli fu invaso dai Carolingi e i longobardi, col loro duca Rotgaudo in testa, impugnarono per l’ultima volta le armi fronteggiando l’arrivo dei Franchi. Sconfitti gli antichi dominatori, i Carolingi istituirono la marca orientale del Friuli, mantenendo come capitale la città che cambiò così il nome in Civitas Austriae. Quest’ultima divenne sede di un’importante corte, soprattutto durante il marchesato di Eberardo che attirò uomini di cultura da tutt’Europa. Dalle famiglie che ressero la marca ebbero i natali importanti uomini politici tra cui l’imperatore Berengario, figlio dello stesso Eberardo. Nel X secolo, ossia in epoca ottoniana, la marca friulana venne declassata a contea (o contado) e inserita dapprima nella marca di Verona e quindi in quella di Carinzia (quest’ultima facente dapprima parte del Ducato di Baviera per poi assurgere essa stessa a Ducato). La ricomposizione dei poteri a livello centroeuropeo e norditaliano lasciò un importante spazio ai patriarchi, i quali accrebbero i propri beni e il proprio potere sin dall’inizio del X secolo e nel 1077 divennero liberi feudatari del Sacro Romano Impero su un vasto territorio. Sorse così lo Stato patriarcale durato sino al 1419.
Cividale rimase comunque il massimo centro politico e commerciale di tutto il Friuli, rivaleggiando dal XIII secolo con Udine, la quale era in forte ascesa grazie a una più congeniale posizione geografica. La città vide sorgere monasteri e conventi, palazzi e torri, qui posero residenza le più importanti casate parlamentari del Friuli e ne fiorirono di altrettanto dignitose. Nel 1353 l’imperatore Carlo IV, dopo una sanguinosa vendetta operata da suo fratello il patriarca Lodovico (e scatenata anche contro i cividalesi per punire l’assassinio del predecessore Bertrando), concedette a Cividale l’apertura dell’Università. Le lotte intestine friulane, durante le quali Cividale era spesso alleata dei conti di Gorizia e dei nobili castellani contro Udine, trovarono via via una più serrata intensità sino a concludersi convulsamente nel 1419, quando Venezia si decise di invadere la regione. Cividale si diede per prima alla Serenissima, stipulando una solenne pace e una contestuale alleanza. Nei decenni successivi alcuni nobili progettarono di aprir le porte allo spodestato patriarca Ludovico di Teck, tornato nel 1431 alla testa di 4.000 ungari, ma il progetto fallì.
Scongiurato dopo quasi un trentennio il pericolo dei turchi, i quali pure in queste zone compirono razzie e violenze sino al 1499, nel primo Cinquecento scoppiò la guerra tra Venezia e la Lega di Cambrai e l’Impero tentò di occupare la città assediandola con le armate del duca Enrico VII di Brunswick nel 1509, ma dopo un’epica lotta i cividalesi riuscirono a far desistere l’esercito alemanno. Quest’ultimo, tuttavia, riuscì comunque a occupare Cividale due anni più tardi, ma solo per poche settimane, dovendo abbandonare la città anche a causa di un terremoto e di una pestilenza. Con la pace di Worms (1530) la città perdette la gastaldia di Tolmino e le annesse miniere di mercurio d’Idria: ciò ne decretò un’inesorabile decadenza economica oltre a una marginalizzazione geografica e in seguito viaria dalla quale non ebbe mai più modo di riprendersi. Più di una volta si tentò di riportare a Cividale la sede del patriarcato d’Aquileia ma invano, con l’eccezione di Nicolò Donà nel 1497.
Nel 1553 Cividale ebbe istituito da Venezia un proprio provveditore ordinario, scelto dal Senato nel novero del patriziato veneto, e nel 1559 venne finalmente sancita la sua autonomia e del proprio territorio dalla Patria del Friuli, svincolandosi in tal modo dall’invisa Udine. Tra il 1598 e il 1599 si sviluppò una drammatica epidemia di peste. Tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, Cividale fu teatro di una lunga faida che coinvolse pressoché tutte le famiglie nobili locali creando non pochi grattacapi ai rettori veneti. Nello stesso periodo, alcuni cividalesi si distinsero con le armi non solo durante la guerra di Gradisca (1615-1617), combattuta ovviamente anche in questo territorio, ma pure in varie armate d’Europa. Malgrado il drastico ridimensionamento politico ed economico, qui ebbero i natali parecchi uomini di cultura, talvolta di rilevanza internazionale, nonché importanti uomini d’arme e di chiesa e non si cessò mai di abbellire i palazzi e le chiese avvalendosi di celebri nomi quali il Palladio, Palma il Giovane, e così via.
Nel 1797 con il trattato di Campoformido tra Napoleone e l’Austria Cividale passò all’Impero asburgico; dopo il breve periodo in cui fece parte del napoleonico Regno d’Italia, essa fu riassegnata all’Austria dal Congresso di Vienna (1815). Fra il 1848 ed il 1866 vi fu la presenza di un vivace movimento risorgimentale; nel 1866, dopo la terza guerra di indipendenza, fu annessa al Regno d’Italia col Veneto e il Friuli[11] e nel periodo noto come Belle Époque fu teatro di un’effervescente attività politica.
Durante la Prima guerra mondiale, Cividale ospitò il comando della II Armata e rimase danneggiata da bombardamenti aerei; occupata dagli austro-tedeschi in seguito alla disfatta di Caporetto, la città venne riconquistata dagli italiani alla fine di ottobre 1918 dopo la vittoria sul Piave. Negli anni seguenti fu foriera di illustri personalità date al Fascismo. Nel corso della Seconda Guerra mondiale (1943) la città venne annessa con tutto il Friuli al III Reich e qui vennero anche dislocate truppe cosacche e calmucche alleate dei tedeschi. Sul suo territorio si consumò non solo la guerra civile ma altresì un drammatico episodio di lotta tra partigiani osovani (liberali, cattolici, azionisti e militari monarchici) e garibaldini (comunisti e socialisti, agli ordini del IX Korpus jugoslavo): nel Bosco Romagno i Gappisti comunisti uccisero diversi combattenti Osovani (tra cui il fratello di PierPaolo Pasolini) precedentemente catturati alle malghe di Porzûs.[13][14]Furono diversi gli episodi di scontro tra Osovani e Garibaldini filo-titini. Una situazione ambigua, poiché gli Jugoslavi non nascosero mai il loro desiderio di annettere i territori italiani fino al Tagliamento, in virtù di un’infondata convinzione che il Friuli fosse anticamente abitato da sloveni. Questo provocò una netta contrapposizione tra Osovani e Garibaldini.
Alla caduta della Repubblica Sociale Italiana osovani e soldati fascisti (in particolare del Reggimento alpini “Tagliamento” e del Battaglione Bersaglieri “Mussolini”) fecero fronte comune per bloccare l’avanzata dell’Armata comunista Jugoslava e salvaguardare l’italianità della zona. Nel 1945 i miliziani titini riuscirono comunque a entrare in Città. Tuttavia, l’annessione alla Jugoslavia venne scongiurata appena pochi giorni più tardi, grazie all’ingresso degli inglesi.
Nel secondo dopoguerra, Cividale è stata la sede del comando e di alcuni reparti della Brigata meccanizzata “Isonzo”, posta a difesa della frontiera orientale in caso di invasione da parte del patto di Varsavia, dove alcune componenti della Fanteria d’arresto custodivano diverse opere difensive, tra cui la Galleria di Purgessimo. La particolare posizione in tale contesto storico e geopolitico portò alla presenza in zona dell’Organizzazione Gladio, – articolazione nazionale della Stay Behind della NATO – a cui aderirono principalmente alpini ed ex alpini addestrati ad organizzare una resistenza armata sul territorio in caso di invasione sovietica. La Città e il territorio subirono alcuni danni nel terremoto del 1976, ma le ferite vennero presto rimarginate.

AQUILEIA

Fondata nel 181 a.C. come colonia di diritto latino da parte dei triumviri romani Lucio Manlio Acidino, Publio Scipione Nasica e Gaio Flaminio mandati dal Senato a sbarrare la strada ai barbari che minacciavano i confini orientali d’Italia, la città dapprima crebbe quale base militare per le campagne contro gli Istri, e contro vari popoli, fra cui i Carni e poi per l’espansione romana verso il Danubio.
I primi coloni furono 3000 fanti seguiti dalle rispettive famiglie.
È divisa dal cardine massimo, l’attuale via Giulia Augusta, e dal decumano massimo. Romanizzata la regione, la città, municipio dopo l’89 a.C. si ingrandì in fasi successive, come attestano le diverse cinte murarie. Durante l’inverno tra il 59 ed il 58 a.C., come riportato nel De bello Gallico, Giulio Cesare pose gli accampamenti circum Aquileiam, intorno ad Aquileia[7] e da Aquileia richiamò due legioni per affrontare gli Elvezi. Certamente oltre a questo soggiorno di Cesare ve ne furono altri, da cui la città ottenne parecchi vantaggi.
Divenne centro politico-amministrativo (capitale della X Regione augustea, Venetia et Histria) e prospero emporio, avvantaggiata dal lungo sistema portuale e dalla raggiera di importanti strade che se ne dipartivano sia verso il Nord, oltre le Alpi e fino al Baltico (“via dell’ambra”), sia in senso latitudinale, dalle Gallie all’Oriente. Fin da tarda età repubblicana e durante quasi tutta l’epoca imperiale Aquileia costituì uno dei grandi centri nevralgici dell’Impero Romano.
Notevole fu la vita artistica, sostenuta dalla ricchezza dei committenti e dall’intensità dei traffici e dei contatti.

La peste ad Aquileia
L’Impero dal 165 al 189 venne afflitto da una pestilenza, probabilmente un’epidemia di vaiolo, conosciuta con il nome di Peste antonina o “peste di Galeno”, che durò circa 15 anni e secondo alcune fonti[8] mieté un totale di 5.000.000 vittime. Secondo alcuni si trattò di uno di quegli eventi che cambiarono profondamente la storia romana, quasi da determinare una rottura epocale con il periodo precedente. La città di Aquileia vide a partire dal 168 ammassarsi nel suo territorio immense quantità di truppe e il timore che questo assembramento potesse trascinarsi dietro il pericoloso morbo si rilevò presto fondato. Nella primavera del 168 gli imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero decidono di recarsi nella zona danubiana per raggiungere Carnuntum; Aquileia sarà la prima tappa, lo stato maggiore imperiale era composto dal prefetto del pretorio Tito Furio Vittorino, Pomponio Proculo Vitrasio Pollione, Daturnio Tullo Prisco, Claudio Frontone, Avvento Antistio. I due imperatori giunti ad Aquileia e preoccupati per l’epidemia che intanto aveva già provocato la morte del prefetto Furio Vittorino inviano una lettera a Galeno richiedendolo quale medico personale per la campagna germanica. Finita l’estate dello stesso anno Marco Aurelio si ritira dalla campagna militare con le sue truppe per svernare ad Aquileia qui viene raggiunto da Galeno proprio con lo scoppio dei primi casi di peste in città. La sempre maggiore diffusione di casi di peste ad Aquileia induce gli imperatori a decidere di ritirarsi con la sola scorta personale a Roma; Lucio Vero, che aveva sollecitato questa partenza a causa dei suoi continui malesseri morirà ad Altino, colpito Gli apprestamenti difensivi, potenziati fra il II e il III secolo, le permisero di superare gli assedi dei Quadi e dei Marcomanni (170), e dell’imperatore Massimino il Trace, che in seguito all’elezione a suo discapito da parte del Senato romano degli imperatori Pupieno e Balbino che accettarono Gordiano come Cesare, scese in Italia dalla Pannonia con l’esercito (nel 238) ma la città di Aquileia dove contava di fare approvvigionamenti gli chiuse le porte, costringendolo all’assedio; Rutilio Crispino e Tullio Menofilo furono incaricati dal Senato di organizzare la difesa (bellum Aquileiensis), cosa che fecero egregiamente rinforzando le mura e accumulando cibo e acqua in quantità. Massimino mandò sotto le mura degli inviati per invitare la popolazione ad arrendersi; Crispino arringò il popolo (il discorso è riportato da Erodiano), invitandolo a confidare nel Senato romano e a guadagnarsi il titolo di liberatori d’Italia dalla tirannia di Massimino. Persi d’animo dal protrarsi dell’assedio, i soldati di Massimino lo uccisero. Menofilo e l’altro comandante della guarnigione, Tullio Menofilo, si recarono presso Cervignano dove l’esercito di Massimino era accampato lungo il fiume Ausa recando le effigi di Pupieno, Balbino e Gordiano coronate con alloro; dopo aver acclamato da soli gli imperatori, si voltarono e chiesero all’esercito di riconoscere per acclamazione gli imperatori scelti dal Senato e dal popolo di Roma.

L’avvento del Cristianesimo
Nel 300 l’Imperatore Massimiano si stabilì nei palazzi imperiali di Mediolanum e Aquileia ed in queste città fece erigere costruzioni di enormi proporzioni tanto da farle apparire come una sorta di “seconda capitale”. Nonostante la Crisi del III secolo vi si ripercuotesse dolorosamente, la città, sede di numerosi uffici e istituzioni autorevoli, risultava ancora, alla morte dell’Imperatore Teodosio I (395), la nona città dell’Impero e la quarta d’Italia, dopo Roma, Milano e Capua, celebre per le sue mura e per il porto.
Nel IV-V secolo d.C. si intensificarono le presenze imperiali e molti scontri sanguinosi risolsero contese fratricide (Costantino II, 339; Magnenzio, 350) o episodi di usurpazione: Teodosio I vi sconfisse Magno Massimo (388); Valentiniano III vi uccise Giovanni Primicerio (425).
Aquileia esercitò una nuova funzione morale e culturale con l’avvento del Cristianesimo che, secondo la tradizione, fu predicato dall’apostolo san Marco, ed il cui sviluppo fu in ogni caso fondato su una serie di vescovi, diaconi e presbiteri che subirono il martirio. I primi furono Ermagora e Fortunato (circa 70 d.C.). Nativo di Aquileia dovrebbe essere stato papa Pio I (m. 154). Altri martiri della chiesa aquileiese furono, nel III secolo, Ilario (m. 284) e Taziano. Agli inizi del IV secolo furono martirizzati Crisogono, Proto e i fratelli Canzio, Canziano e Canzianilla, il culto dei quali trovò ampia diffusione in tutti i territori della Diocesi di Aquileia, dal Veneto all’Istria, dalla Carinzia alla Slovenia. Nel 313 l’imperatore Costantino pose fine alle persecuzioni. Col vescovo Teodoro (m. 319 circa) sorse un grande centro per il culto composto da tre aule splendidamente mosaicate, ciascuna delle quali conteneva oltre 2.000 fedeli.
I vescovi di Aquileia crebbero di importanza nei secoli seguenti, dando un vigoroso contributo allo sviluppo del cristianesimo occidentale, sia sotto il profilo dottrinario (celebre e decisivo per la lotta contro l’arianesimo il concilio del 381, che interessò tutte le chiese d’Occidente) sia per l’autorità esercitata (fu metropoli per una ventina di diocesi in Italia e una decina oltre le Alpi)
La distruzione da parte di Attila
Aquileia resistette alle ripetute incursioni di Alarico (401, 408) ma non ad Attila che in seguito all’incidentale crollo di un muro della fortificazione riuscì a penetrare nella città il 18 luglio del 452, devastandola e, si dice, spargendo il sale sulle rovine. Attila costrinse i legionari che aveva fatto prigionieri a costruire macchine da assedio in uso presso i romani e massacrò o fece schiava gran parte della popolazione. Alla figura di Attila sono legate due leggende: una inerente al crollo delle mura di Aquileia ed un sogno premonitore grazie al quale Attila conquistò la città; l’altra sul tesoro di Aquileia, sepolto per evitare che fosse depredato. Sopravvissero l’autorità della sua chiesa e il mito di una città che era stata potente, benché ormai il suo dominio diretto si limitasse ad un territorio di ridotta estensione che aveva i suoi punti di forza nell’area urbana con lo scalo marittimo e nel borgo di Grado. Quest’ultimo si sviluppò ed acquistò un’importanza sempre maggiore a seguito dell’invasione longobarda del 568. Da quel momento la regione di Aquileia venne suddivisa fra romano-bizantini (che ne occuparono la zona litoranea) ed i Longobardi (la parte interna). Nell’VIII secolo la sede del patriarcato viene trasferita nella più sicura Cividale.
Verso l’anno Mille si assisté alla rinascita della città, che tornò ad avere grande prestigio con il patriarca Poppone (1019-42), che riportò la sede ad Aquileia.
Il 1420 segnò la fine del potere temporale dei patriarchi ed Aquileia passò sotto il dominio della Serenissima. Aquileia tuttavia continuò a dare il suo nome al patriarcato omonimo.
Nel 1509 fu conquistata dal Sacro Romano Impero durante la Guerra della Lega di Cambrai.
Con il trattato di Noyon, poi confermato dalla pace di Worms (1521), Aquileia rimase sotto dominio imperiale[10], diventando uno dei 16 capitanati[11] della Contea di Gorizia; la perdita di Aquileia, assieme a Cervignano, isolava per via di terra Monfalcone dagli altri domini veneziani[10].
Con il lodo arbitrale di Trento del 1535, Aquileia venne restituita al Patriarca.
Nel 1543 Nicolò Della Torre, capitano di Gradisca, fece insediare un presidio austriaco ad Aquileia, ponendo fine al dominio temporale dei patriarchi sulla città, ripristinato solo da pochi anni. Da allora la località fu sottoposta al capitanato di Gradisca.
Giacomo d’Attems, che ricoprì la carica di capitano sino alla morte, nel 1590, diede al capitanato di Gradisca una fisionomia precisa, sottoponendo a esso la città di Aquileia, oltre alla fortezza di Gradisca e le ville di Farra, Villanova, Mossa, Ruda, San Nicolò di Levata (commenda dell’Ordine di Malta), Sant’Egidio, Fiumicello, Villa Vicentina, la gastaldia di Aiello (con Joannis, Tapogliano e Visco).
Nel 1647 la città di Gradisca d’Isonzo venne infeudata come contea a sé stante sotto i conti di Eggenberg, la quale ebbe giurisdizione anche su Aquileia; nel 1754, Gradisca fu riunificata a Gorizia creando la Contea di Gorizia e Gradisca.
Dopo il Trattato di Campoformido e al successivo Trattato di Lunéville, rimase alla Monarchia asburgica.
Con la pace di Pace di Presburgo passò al Regno d’Italia napoleonico; la successiva Convenzione di Fontainebleau del 1807 e il seguente trattato di Schönbrunn (1809) confermarono poi tale assegnazione fino al 1814, sotto il Dipartimento dell’Adriatico.
Col Congresso di Vienna nel 1815 rientrò in mano austriaca nel Regno d’Illiria; passò in seguito sotto il profilo amministrativo al Litorale austriaco nel 1849 come comune comprendente le frazioni di Beligna, Belvedere, Monastero e Sant’Egidio (l’attuale San Zilli).
Dopo la prima guerra mondiale fu annessa al Regno d’Italia e venne congiunto alla Provincia di Gorizia.
In seguito all’abolizione della stessa Provincia nel 1923, il comune passò alla provincia del Friuli e venne inserito nel Mandamento di Cervignano del Circondario di Gradisca[13] e subito dopo al Circondario di Udine.

Leggende
Nella memoria collettiva l’invasione degli Unni e la conquista di Aquileia da parte di Attila hanno lasciato una profonda impressione. Ancora oggi, nei modi di dire comuni del territorio, viene dato l’appellativo di “Attila” a chi si dimostra particolarmente aggressivo o distruttivo. Sono numerose le leggende nate su questo personaggio in relazione alla città, tre sono le più ricorrenti.

“L’assedio”. Aquileia stava opponendo una dura resistenza agli invasori. Attila stava quasi per ordinare ai suoi la ritirata, quando vide allontanarsi in volo delle cicogne con i loro piccoli. Compreso che ormai la città non aveva più le provviste necessarie per sfamare la popolazione, mantenne l’assedio ancora per qualche giorno e riuscì a conquistarla.

“Il colle”. Una volta incendiata la città, Attila, ormai lontano, diede ordine ai guerrieri di portare della terra nei loro elmi e di riversarla in un punto prestabilito. I soldati erano molto numerosi ed in breve tempo riuscirono a formare una collinetta con la terra riportata, dalla quale Attila poté osservare i fumi elevarsi dalla città incendiata. Si dice che il colle sia quello di Udine, su cui sorge il castello, ma anche altre località della regione rivendicano di avere la stessa origine.

“Il pozzo d’oro”. Alcuni abitanti di Aquileia erano riusciti a fuggire prima dell’incendio, trovando rifugio nell’isola di Grado. Prima della fuga però avevano fatto scavare ai loro schiavi un pozzo in cui avevano nascosto tutti i tesori e gli oggetti d’oro. Per mantenere il segreto, gli schiavi furono annegati; il pozzo d’oro non fu mai ritrovato. Questo mito era ritenuto talmente verosimile che, fino alla Prima guerra mondiale, i contratti di compravendita dei terreni includevano la clausola “Ti vendo il campo, ma non il pozzo d’oro”, assicurando l’eventuale ritrovamento al precedente proprietario.

TRIESTE

Sin dal II millennio a.C. il territorio della provincia di Trieste fu sede di importanti insediamenti protostorici, i castellieri, villaggi arroccati sulle alture e protetti da fortificazioni in pietra, i cui abitanti appartenevano a popolazioni di probabile origine illirica e di stirpe indoeuropea. Fra il X e il IX secolo a.C. la popolazione autoctona entrò in contatto con un’altra etnia indoeuropea, i (Venetici, Heneti o Eneti), da cui venne notevolmente influenzata sotto il profilo culturale. Il nome Tergeste è di origine preromana, con base preindoeuropea: terg = mercato, ed il suffisso –este, tipico dei toponimi venetici. In alternativa, si ritrova proposta l’origine latina del nome “tergestum” (riportata dal geografo di età augustea Strabone), legata al fatto che i legionari romani dovettero combattere tre battaglie per avere ragione delle popolazioni indigene (“Ter-gestum bellum”, dal latino “ter” = tre volte e “gerere bellum” = far guerra, cui il participio passato da “gestum bellum”).
Con le conquiste militari dell’Illiria da parte dei Romani, i cui episodi più salienti furono la guerra contro la pirateria degli Istri del 221 a.C., la fondazione di Aquileia nel 181 a.C. e la guerra istrica del 178-177 a.C., ebbe inizio un processo di romanizzazione ed assimilazione delle popolazioni preesistenti. Tergeste fu colonizzata alla metà del I secolo a.C. in epoca cesariana (Regio X Venetia et Histria), ed è probabile che la fortezza principale fosse situata sulle pendici del colle di San Giusto. I Tergestini sono menzionati nel De bello Gallico di Giulio Cesare, a proposito di una precedente invasione forse di Giapidi: “Chiamò T. Labieno e mandò la legione quindicesima (che aveva svernato con lui) nella Gallia Cisalpina, a tutela delle colonie dei cittadini romani, per evitare che incorressero, per incursioni di barbari, in qualche danno simile a quello che nell’estate precedente era toccato ai Tergestini che, inaspettatamente, avevano subito irruzioni e rapine. (CAES. Gall. 8.24). Tergestum fu citata poi da Strabone, geografo attivo in età augustea, che la definì come phrourion (avamposto militare) con funzioni di difesa e di snodo commerciale. Tergeste si sviluppò e prosperò in epoca imperiale, imponendosi come uno dei porti più importanti dell’alto Adriatico sulla via Popilia-Annia[senza fonte]. Il nucleo abitativo nel 33 a.C. venne cinto da alte mura (ancora visibile la porta meridionale, il cosiddetto Arco di Riccardo) da Ottaviano Augusto (murum turresque fecit) e venne arricchito da importanti costruzioni quali il Foro ed Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, Trieste (?e???st? in greco bizantino) passò sotto il controllo dell’impero bizantino fino al 788, quando venne occupata dai franchi.
Nel 1098 risultava già diocesi vescovile con il nome latino di Tergestum.
Nel XII secolo divenne un Libero Comune.
Dopo secoli di battaglie contro la rivale Venezia, nel 1283 la città fu occupata dai Veneziani, ma le truppe Goriziane e quelle Patriarcali la riconquistarono.
Successivamente Trieste si pose sotto la protezione (1382) del duca d’Austria conservando però una notevole autonomia fino al XVII secolo.
La città di Trieste fu risparmiata dai saccheggi dei turchi, che nel 1470, durante una incursione diretta in Friuli, incendiarono il paese di Prosecco, a soli 8 km da Trieste.
Trieste nel XVII secolo, si nota la coltura alta della vite accoppiata ad alberi
La presenza di numerosi documenti dedicati alla viticoltura nella Trieste medievale testimoniano l’importanza che l’attività vitivinicola aveva nell’economia cittadina, in passato prettamente agricola. Infatti sino allo sviluppo dell’attività mercantile marittima seguito alla proclamazione del Porto franco, buona parte degli abitanti del piccolo borgo fortificato si dedicava alla viticoltura, che era praticata su tutto il territorio comunale, su terreno marnoso-arenaceo, nei punti più soleggiati, anche a ridosso della città. Trieste era quindi un borgo fortificato circondato da viti, caratteristica riprodotta in numerose stampe d’epoca e descritta da viaggiatori stranieri. Il ruolo assolutamente centrale che il vino aveva nell’economia triestina è comprovato dalla presenza, sia in ambito ecclesiastico che civile, di decime e sistemi tributari basati solo ed esclusivamente sul computo della redittività delle vigne, che quasi tutti i cittadini possedevano. Massimo successo di questa attività agricola triestina è senz’altro il Prosecco, vino nato dall’identificazione del castello di Prosecco con il castellum nobile vino Pucinum di memoria classica. La produzione di questo vino ben presto si allargò oltre i confini triestini nel goriziano, in Friuli, Dalmazia e Veneto, dove si sviluppò sino a diventare uno dei vini più famosi al mondo il Teatro.Nel 1719 divenne porto franco e, in quanto unico sbocco sul mare Adriatico dell’Impero Austriaco, Trieste fu oggetto di investimenti e si sviluppò moltissimo, passando dai 3000 abitanti di inizio Settecento a più di 200.000 ad inizio Novecento e diventando, nel 1867, capoluogo della regione del cosiddetto “Litorale Adriatico” dell’impero (l’Adriatisches Küstenland). In questo periodo nacque e prosperò una nuova borghesia mercantile arricchitasi grazie al commercio marittimo. La città consolidò una particolare fisionomia urbanistica che in parte la caratterizza ancora oggi e che risulta di grande effetto per chi la visita per la prima volta. Grazie al suo status privilegiato di unico porto commerciale della Cisleithania e primo porto dell’Austria-Ungheria, Trieste divenne una città fortemente cosmopolita, plurilingue e plurireligiosa, come dimostra il censimento del comune del 31 dicembre 1910: quasi due terzi degli abitanti (64,7%) era italofona (pari al 51,8% della popolazione urbana), a cui si aggiungevano gli italiani immigrati dal Regno d’Italia e pertanto considerati stranieri (12,9%), il 24,8% degli abitanti era di lingua slovena, il 5,2% di lingua tedesca, mentre si contavano molte comunità minori (i serbi, i croati, gli armeni, gli ebrei, i greci, gli ungheresi, gli inglesi e gli svizzeri). Nel XVIII secolo in città il dialetto triestino (idioma settentrionale di tipo veneto[18]) sostituì il tergestino, l’antico dialetto locale di tipo retoromanzo. Il triestino, parlato anche da scrittori e filosofi, continua ad essere tuttora l’idioma più usato in ambito familiare e in molti contesti sociali di natura informale e talvolta anche formale, affiancandosi, in una situazione di diglossia, all’italiano, lingua amministrativa e principale veicolo di comunicazione nei rapporti di carattere pubblico.rieste fu, con Trento, oggetto e al tempo stesso centro di irredentismo, movimento che, negli ultimi decenni del XIX secolo e agli inizi del XX aspirava ad un’annessione della città all’Italia. Ad alimentare l’irredentismo triestino, minoritario nella popolazione, erano soprattutto le classi borghesi in ascesa (ivi compresa la facoltosa colonia ebraica), le cui potenzialità ed aspirazioni politiche non trovavano pieno soddisfacimento all’interno dell’Impero austro-ungarico. Quest’ultimo veniva visto da molti come un naturale protettore del gruppo etnico slavo (verbali del consiglio dei ministri imperiali asburgici del 1866, dopo la perdita di Venezia, per ridurre dove possibile l’influenza dell’elemento italiano, in favore di quello germanico o slavo quando questi fossero presenti) che viveva sia in città che in quelle zone multietniche che costituivano il suo immediato retroterra (che iniziò ad essere definito in quegli anni con il termine di Venezia Giulia).
Nella città, durante manifestazioni pro italiane seguenti una petizione firmata da 5.858 cittadini verso l’Inclito Consiglio della città, richiedente il diritto della lingua italiana nelle scuole statali, avvenute tra il 10 e il 12 luglio 1868, scoppiarono scontri e violenze nelle strade principali cittadine con gli sloveni locali arruolati fra i soldati asburgici, che provocarono la morte dello studente Rodolfo Parisi, ucciso con 26 colpi di baionetta e di due operai Francesco Sussa e Niccolo’ Zecchia.
In realtà agli inizi del Novecento il gruppo etnico sloveno era in piena ascesa demografica, sociale ed economica, e, secondo il censimento del 1910, costituiva circa la quarta parte dell’intera popolazione triestina. Ciò spiega come l’irredentismo assunse spesso, nella città giuliana, dei caratteri marcatamente anti-slavi che vennero perfettamente incarnati dalla figura di Ruggero Timeus. La convivenza fra i vari gruppi etnici che aveva da secoli contraddistinto la realtà sociale di Trieste (e di Gorizia)[senza fonte] subì, pertanto, un generale deterioramento fin dagli anni che precedettero la prima guerra mondiale.
Nel 1918 il Regio esercito entrò a Trieste acclamato da quella parte della popolazione che era di sentimenti italiani, dichiarando lo stato di occupazione ed il coprifuoco. La sicura imminente annessione della città e della Venezia Giulia all’Italia, fu però accompagnata da un ulteriore inasprimento dei rapporti tra il gruppo etnico italiano e quello sloveno, traducendosi talvolta anche in scontri armati. A tale proposito furono emblematici, il giorno 13 luglio 1920, i disordini scoppiati a Trieste in seguito ad un attentato contro l’esercito italiano di stanza a Spalato, che aveva causato due vittime fra i militari, secondo ricostruzioni storiche le manifestazioni contro il gruppo etnico sloveno sfociarono in seguito all’assassinio di un manifestante italiano “Giovanni Ninni” nell’assalto da parte di alcuni squadristi guidati da Francesco Giunta all’Hotel Balkan, ove aveva sede il Narodni dom (Casa Nazionale), centro culturale degli sloveni e delle altre nazionalità slave locali, che fu dato alle fiamme e cercarono di ostacolare l’intervento dei pompieri. Lo stesso giorno dei squadristi devastarono anche gli uffici delle “Jadranska banka”, la filiale della “Ljubljanska kreditna banka”, la tipografia del settimanale “Edinost”, la Cassa di Risparmio Croata, la scuola serba e numerosi altri centri di aggregazione delle comunità etniche presenti a Trieste.
Con la firma del Trattato di Rapallo del novembre 1920, Trieste passò definitivamente all’Italia, inglobando, nel proprio territorio provinciale, zone dell’ex Contea Principesca di Gorizia e Gradisca, dell’Istria e della Carniola.
Il periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale fu segnato da numerose difficoltà per Trieste. L’economia della città fu colpita infatti dalla perdita del suo secolare entroterra economico; ne soffrì soprattutto l’attività portuale e commerciale, ma anche il settore finanziario. Trieste perse la sua tradizionale autonomia comunale e cambiò anche la propria configurazione linguistica e culturale. Quasi la totalità della comunità germanofona lasciò infatti la città dopo l’annessione all’Italia.Con l’avvento del fascismo l’uso pubblico delle lingue slovena e tedesca fu proibito e vennero chiuse le scuole, i circoli culturali e la stampa della comunità slovena. A causa della persecuzione etnica, circa il 10% degli sloveni residenti in città scelse di emigrare nel vicino Regno di Jugoslavia. Dalla fine degli anni venti, si sviluppò l’attività sovversiva dell’organizzazione antifascista e irredentista sloveno-croata TIGR, con alcuni attentati dinamitardi anche nel centro cittadino.
Nonostante i problemi economici e il teso clima politico, la popolazione della città crebbe negli anni venti del Novecento, grazie soprattutto all’immigrazione da altre zone dell’Italia. La prima metà degli anni trenta furono invece anni di ristagno demografico, con una leggera flessione della popolazione dell’ordine di circa l’1% su base quinquennale (nel 1936 si contarono infatti quasi duemila abitanti in meno che nel 1931). Nello stesso periodo, e successivamente, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, furono portate avanti alcune importanti opere urbanistiche; tra gli edifici più rilevanti vanno ricordati il palazzo dell’Università e il Faro della vittoria.Nel periodo che va dall’armistizio (8 settembre 1943) all’immediato dopoguerra, Trieste fu al centro di una serie di vicende che hanno segnato profondamente la storia del capoluogo giuliano e della regione circostante e suscitano tuttora accesi dibattiti.
Campo di concentramento Risiera di San Sabba a Trieste
Luogo dove si trovava il forno crematorio in cui i nazisti incenerivano i corpi delle loro vittime
Luogo dove si trovava il forno crematorio in cui i nazisti incenerivano i corpi delle loro vittime
Nel settembre del 1943 la Germania nazista occupò senza alcuna resistenza la città che venne a costituire, insieme a tutta la Venezia Giulia una zona di operazioni di guerra, l’OZAK (Operationszone Adriatisches Küstenland), alle dirette dipendenze del Gauleiter di Carinzia Friedrich Rainer. Egli tollerò in città la ricostituzione di una sede del PFR, diretta dal federale Bruno Sambo, la presenza di un’esigua forza di militari italiani al comando del generale della GNR Giovanni Esposito e l’insediamento di un reparto della Guardia di Finanza. Si riservò però la nomina del podestà, nella persona di Cesare Pagnini, e del prefetto della provincia di Trieste, Bruno Coceani, entrambi ben accetti ai fascisti locali, alle autorità della RSI e allo stesso Mussolini, che conosceva personalmente Coceani. Durante l’occupazione nazista la Risiera di San Sabba – oggi Monumento Nazionale e museo – venne destinata a campo di prigionia, e di sterminio per detenuti politici, ebrei, partigiani italiani e slavi, con forni crematori che funzionavano a pieno regime. In seguito, nei primi anni cinquanta la Risiera fu usata come campo profughi per gli esuli istriani, fiumani e dalmati in fuga dai territori passati alla sovranità jugoslava.
Monumento ai 71 italiani fucilati a Trieste per rappresaglia dai nazisti il 3 aprile 1944
Nonostante la dura repressione attuata dalle autorità tedesche e italiane centinaia di abitanti del comune di Trieste si aggregarono alle unità partigiane slovene operanti in Venezia Giulia per contrastare le truppe degli occupatori tedeschi. Molti di essi morirono nelle azioni di guerriglia partigiana o nei lager tedeschi oltre che nella Risiera. I loro nomi risultano scolpiti sui monumenti eretti a loro ricordo in quasi tutte le frazioni della città.
Le autorità tedesche e italiane commisero nei confronti della popolazione civile numerosi crimini; la maggior parte di questi furono compiuti nella stessa Trieste.
Il 3 aprile 1944 i nazi-fascisti fucilarono al poligono di Opicina 71 italiani, scelti a caso tra i detenuti delle carceri triestine, per rappresaglia allo scoppio di una bomba ad orologeria, che il giorno precedente, in un cinema di Opicina, aveva provocato la morte di 7 militari germanici. I cadaveri degli italiani vennero utilizzati per collaudare il nuovo forno crematorio costruito in Risiera, che da allora, fino alla data della liberazione, fu adoperato per bruciare i corpi di oltre 3500 prigionieri della Risiera, soppressi direttamente dal personale carcerario ivi operante. La Risiera, oltre ad essere usata come campo di smistamento di oltre 8000 deportati provenienti dalle Provincie orientali destinati agli altri campi di concentramento nazisti, fu adoperata in parte anche come luogo di detenzione, tortura ed eliminazione di prigionieri sospettati di attività sovversiva nei confronti del regime nazista. La presenza del forno crematorio nella Risiera testimonia che non fu utilizzata solo come luogo di smistamento e di detenzione di prigionieri, ma anche come campo di sterminio. Si tratta dell’unico campo di concentramento nazista presente in territorio italiano.
Il 23 aprile 1944 i nazisti impiccarono altri 50 italiani scelti a caso tra i detenuti del carcere triestino del Coroneo, per rappresaglia in seguito al decesso di 5 tedeschi morti in un attentato partigiano al circolo Soldatenheim nel palazzo Rittmeyer di via Ghega, nello stesso stabile in cui fu compiuto l’attentato.
2 maggio 1945 militari jugoslavi a Trieste
L’insurrezione dei partigiani italiani e jugoslavi a Trieste fu contraddistinta da uno svolgimento anomalo. Il 30 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale del quale era presidente don Edoardo Marzari, composto da tutte le forze politiche antifasciste con l’eccezione dei comunisti, proclamò l’insurrezione generale; al tempo stesso le brigate dei partigiani jugoslavi con l’appoggio del PCI attaccarono dall’altipiano. Gli scontri si registrarono principalmente nelle zone di Opicina (sull’altipiano carsico), del Porto Vecchio, del castello di San Giusto e dentro il Palazzo di Giustizia, in città. Tutto il resto della città fu liberato. Il comando tedesco si arrese solo il 2 maggio alle avanguardie neozelandesi, che precedettero di un giorno l’arrivo del generale Freyberg. Le brigate partigiane jugoslave di Tito erano già giunte a Trieste il 1º maggio e i suoi dirigenti convocarono in breve tempo un’assemblea cittadina composta da cittadini jugoslavi e da due italiani. Questa assemblea proclamò la liberazione di Trieste, così presentando i partigiani di Tito come i veri liberatori della città agli occhi degli alleati spingendo i partigiani non comunisti del CLN a rientrare nella clandestinità.
Gli jugoslavi esposero sui palazzi la bandiera jugoslava, il Tricolore italiano con la stella rossa al centro e le bandiere rosse con la falce e martello. Le brigate jugoslave, giunte a Trieste a marce forzate per precedere gli anglo-americani nella liberazione della Venezia Giulia, non contenevano nessuna unità partigiana italiana inserita nell’Esercito jugoslavo, mandate invece a operare altrove, benché molti triestini (italiani e sloveni) vi fossero compresi. Gli alleati (nello specifico la Seconda divisione neozelandese, che fu la prima ad arrivare in città), riconobbero che la liberazione era stata compiuta dai partigiani di Tito e in cambio chiesero e ottennero la gestione diretta del porto e delle vie di comunicazione con l’Austria (infatti, non essendo ancora a conoscenza del suicidio di Hitler, gli angloamericani stavano preparando il passo ad un’invasione dell’Austria e quindi della Germania).
L’esercito jugoslavo assunse i pieni poteri. Nominò un Commissario Politico, Franc Štoka, membro del partito comunista. Il 4 maggio vennero emanati dall’autorità jugoslava a Trieste, il Comando Città di Trieste (Komanda Mesta Trst) gli ordini 1, 2, 3 e 4 che proclamano lo stato di guerra, impongono il coprifuoco (a combattimenti terminati) e uniformano il fuso orario triestino a quello jugoslavo. Limitarono la circolazione dei veicoli e prelevarono dalle proprie case centinaia di cittadini, sospettati di nutrire scarse simpatie nei confronti della ideologia che guidava le brigate jugoslave. Fra questi non vi furono solo fascisti o collaborazionisti, ma anche combattenti della Guerra di Liberazione che vennero deportati massa in campi di concentramento quali quello di Borovnica o di Goli Otok da cui non fecero più ritorno o uccidendoli direttamente gettandoli nelle foibe. Un memorandum statunitense dell’8 maggio recitava:
« A Trieste gli jugoslavi stanno usando tutte le familiari tattiche di terrore. Ogni italiano di una qualche importanza viene arrestato. Gli Jugoslavi hanno assunto un controllo completo e stanno attuando la coscrizione degli italiani per il lavoro forzato, rilevando le banche e altre proprietà di valore e requisendo cereali e altre vettovaglie in grande quantità. »
(Il memorandum stilato dal Dipartimento di Stato USA in data 8 maggio 1945.L’otto maggio proclamarono Trieste città autonoma in seno alla Repubblica Federativa di Jugoslavia. Sugli edifici pubblici fecero sventolare la bandiera Jugoslava affiancata dal Tricolore italiano con la stella rossa al centro. La città visse momenti difficili, di gran timore, con le persone dibattute tra idee profondamente diverse: l’annessione alla Jugoslavia o il ritorno all’Italia. In questo clima si verificarono confische, requisizioni e arresti sommari. Vi furono anche casi di vendette personali, in una popolazione esasperata dagli eventi bellici e dalle contrapposizioni del periodo fascista. Invano i triestini sollecitarono l’intervento degli Alleati. Il comando alleato e quello jugoslavo raggiunsero infine un accordo provvisorio sull’occupazione di Trieste. Il 9 giugno 1945 a Belgrado, Josip Broz Tito, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo, concluse l’accordo con il generale Alexander che portò le truppe jugoslave a ritirarsi dietro la linea Morgan. Gli alleati assunsero allora il controllo della Città e del suo hinterland.
Con il Trattato di Parigi (1947), Trieste divenne una città stato indipendente sotto la protezione delle Nazioni Unite con il nome di Territorio libero di Trieste (TLT). Il territorio fu diviso in due zone amministrative: la Zona A che includeva la città di Trieste veniva temporaneamente amministrata dagli Angloamericani e la Zona B che comprendeva la costa istriana settentrionale, temporaneamente amministrata dall’esercito jugoslavo.
Con il Memorandum di Londra (1954) l’amministrazione della Zona A passò sotto giurisdizione provvisoria all’Italia in sostituzione degli eserciti angloamericani.
Con legge costituzionale del 31 gennaio 1963 ed entrata in vigore il 16 febbraio 1963 viene formata la regione Friuli Venezia Giulia di cui Trieste diviene capoluogo.
Nel 1975, con la sottoscrizione del Trattato di Osimo, l’Italia e la Jugoslavia convennero di dare forma definitiva alla divisione tramite la rettifica di alcune controversie confinarie e la conferma dell’amministrazione della zona A al Governo italiano e della zona B a quello jugoslavo.
Nel 2004, assieme ad altri Paesi, la Slovenia entra a far parte dell’Unione Europea e solo 3 anni più tardi la vicina Repubblica aderisce al trattato di Schengen, facendo venir meno la figura di Trieste quale città di confine.

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