CORSO DI DIALETTO CREMASCO

Alla ricerca delle nostre Radici

Il circolo Arci di Crema Nuova ha organizzato una serie di incontri tenuti dal professor Geroldi aventi per argomento il dialetto cremasco:

1) venerdì 21/04/06Origini ed evoluzione del dialetto cremasco

2) venerdì 28/04/06Il rapporto tra il dialetto di Crema e del circondario

3) venerdì 05/05/06Il dialetto nella tradizione popolare cremasca (detti,poesie e canti)

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MERCATINI DI NATALE E UOMO DI SIMILAUN 17/12/2005

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L’UOMO VENUTO DAL GHIACCIO

Val Senales, giovedì 19 settembre 1991. Il sole splende con tutto il suo vigore sui ghiacciai del Similaun.Profittando della eccezionale giornata, il signor Helmuth Simonn di Norimberga, dopo aver passato la notte nel rifugio a quota 3019, decide insieme alla moglie Erika di fare una passeggiata verso Ötztal. Usciti dalla baita, i coniugi Simonn volgono lo sguardo verso il cielo e ridono contenti: fa caldo ed è proprio una mattina stupenda. Sono al loro ultimo giorno di vacanza sui monti dell’Alto Adige e desiderano trascorrerlo felicemente. Si incamminano quindi di buon passo per un viottolo che il ghiaccio disciolto ha tracciato nel suolo. Meno male, così non si bagneranno le scarpe. Ad un tratto la signora Simonn si ferma come impietrita, soffocando un urlo di raccapriccio. Proprio lì, davanti a lei, dal ghiaccio in fusione emerge il cadavere di un uomo. Marito e moglie non si pongono tante domande e fuggono con il cuore in subbuglio verso il rifugio, per dare l’allarme.Più tardi avrebbero saputo della loro straordinaria scoperta e cioè che si erano imbattuti nelle spoglie mummificate di un uomo vissuto nell’età del bronzo!Dopo un palleggio di competenze fra Bolzano ed Innsbruck, si convenne, erroneamente, che “l`Uorno del Similaun”, come nel frattempo era stato battezzato, era stato rinvenuto in territorio austriaco. Così la salma di quest’uomo, morto intorno all’età di trent’anni, probabilmente mentre andava a caccia di camosci, volò per Innsbruck.In Alto Adige si capì, poi, con rammarico, che si trattava di un ritrovamento considerevole, fatto a quota di oltre 3200 metri, ma in territorio italiano. L’antico cacciatore si rivelava un testimone di prim’ordine per quelle che potevano essere le abitudini e il grado evolutivo del suo tempo, e come ci si premuniva per combattere i rigori del freddo. L’uomo aveva guanti di corteccia di betulla imbottiti di paglia, gambali di cuoio molto alti, formati da varie strisce di pelle cucite fra loro, scarpe di vitello ammorbidite all’interno con dell’erba e assicurate al piede con dei lacci. Si sono trovati poi frammenti di una casacca e di pantaloni muniti di cordicelle in fibra, una piccola sacca in pelle con punte di freccia, due funghi secchi forse da usare come stoppini, delle schegge di selce per accendere il fuoco, e una piccola pietra di quarzo, probabile portafortuna del cacciatore. L’arco da caccia, in legno di tasso, era lungo circa due metri ma era privo delle tacche per fissare la corda. La faretra in pelle conteneva 14 frecce, alcune delle quali senza punta. Un coltello d’osso e un’ascia con l’estremità in rame completavano il corredo da caccia. Tipi simili di scure, anche queste in metallo pressochè puro, sono state rinvenute per la prima volta in Italia a Remedello, nel reggiano, databili intorno al 3700 a.C. Ad Arco, nel 1991, sono state trovate altre tre di queste asce, collocate accanto a stele votive.Le analisi di laboratorio hanno accertato che il cacciatore del Similaun è vissuto fra il 3500 e il 3000 a.C.Ma com’era quest’uomo? Alto m 1,58, del peso di circa 50 Kg, aveva una fisionomia asciutta, capelli neri lunghi 9 cm, zigomi alti e sporgenti e tratti tipicamente eurasiatici. Probabilmente la sua tribù abitava le zone più elevate della Pianura Padana. Si presume che sia morto verso la fine di settembre. Lo proverebbe quella susina selvatica rinvenuta in una tasca della sua casacca.L’uomo, forse colto da malore e bloccato da una improvvisa tormenta di neve, si liberò, uno alla volta, dei suoi oggetti. Si coricò quindi al centro di una cavità rocciosa e lì cessò di vivere. Le particolari condizioni atmosferiche portarono in breve alla mummificazione del corpo e la successiva copertura delle nevi perenni fece il resto.Frammenti di grano selvatico, germogliato a quota elevata, e un pezzo di carbone, proveniente da alberi presumibilmente della Val Senales, sono stati ritrovati accanto al corpo. Si è pensato che i funghi rinvenuti nella borsa di pelle che portava intorno alla vita fossero in verità degli allucinogeni. Tale ipotesi, unitamente al ritrovamento di certi tatuaggi che si vorrebbero di simbologia magica, hanno dato il via all’idea che questo nostro antico progenitore fosse uno sciamano. La congettura verrebbe confermata dal tipo di arco in legno di tasso. Il suo raggio d’azione poteva coprire solo 30 metri, considerati insufficienti per colpire un animale di montagna. Ne deriverebbe che l’arco era legato ad un qualche rituale magico come quello di combattere gli spiriti maligni.Recentemente (1995) antropologi, dermatologi e paleopatologi, hanno rilevato, sull’uomo del Similaun, segni di artrosi alla caviglia destra, al ginocchio e alla colonna vertebrale. i tatuaggi della mummia sarebbero simili a quelli praticati ancora nel secolo scorso da tribù nomadi del Tibet per motivi “terapeutici”. Una sorta di agopuntura rafforzata dall’utilizzo di calore. Ci troveremmo, quindi, di fronte ad un capitolo finora inedito sulla medicina dell’antichità, della quale si sono trovate flebili tracce persino fra i ruderi di Pompei. Le analisi condotte da una èquipe di biochimici ha poi accertato che nei resti del vetusto antenato vi erano tracce di un primitivo inquinamento ambientale, legato alla lavorazione dei metalli. La cosa è credibile quando si pensi che ogni membro delle varie comunità dell’epoca si dedicava alla lavorazione del rame, riscaldandolo col fuoco e raffreddandolo successivamente con acqua. La scoperta di questo metallo da parte dell’uomo, come in tutti i casi del genere, avvenne casualmente. Fu utilizzato per la prima volta nella zona ungaro-rumena, dove venne impiegato per la fabbricazione di asce e zappe. Più tardi questa tecnologia si estese alle Alpi Orientali. Sull’altopiano del Renon/Ritten, Colle Hofer, sono state trovate tracce di forni per la fusione del rame.Recenti rinvenimenti nella Ötztal e nelle zone laterali della Val Senales di bivacchi e di depositi di selci fanno presumere che tali luoghi fossero conosciuti molto prima che vi giungesse L’Uorno del Similaun”. Sull’Alpe di Siusi, in Alto Adige, a m 1850 di altitudine, sono stati rinvenuti manufatti di selce riferibili alla fine del Paleolitico superiore.Dovevano essere appena un centinaio gli individui che a quel tempo occupavano le valli dell’Alto Adige. Si è calcolato che per la sopravvivenza di un singolo uomo del tempo, che viveva solo di caccia e forse anche di frutti selvatici, occorrevano parecchie decine di Kmq; e per un gruppo di tre persone addirittura 200 kmq. Altrimenti era la fame.Secondo il paletologo inglese Clark Graham, le regioni meridionali della Gran Bretagna, durante il Paleolitico, non potevano ospitare più di 2000 individui, costretti ad inseguire, in vasti territori, le mandrie di renne durante i loro spostamenti stagionali. Oggi la sola Londra conta circa 8 milioni di abitanti.Diversamente dalla sepoltura naturale nella quale era stata trovata la mummia del Similaun, i contemporanei di quell’uomo venivano inumati in dolmen. Il corpo veniva così composto fra quattro lastre di pietra, che dovevano servire da difesa contro gli spiriti maligni. Posizionato in maniera rannicchiata a simboleggiare l’atteggiamento del sonno, veniva posto nella condizione di affrontare il viaggio nell’aldilà.La pietà verso i morti si manifestava in modo particolare solitamente nel periodo invernale. Così, ogni piccola comunità viveva i cicli comportamentali e lavorativi del divenire delle singole stagioni. In primavera ci si dedicava alla lavorazione del rame, estraendolo tramite gallerie in leggera pendenza, le quali venivano sistematicamente rivestite in legno. Simile a queste ne è stata ritrovata una a Kitzbühel, nel Tirolo austriaco.In estate ci si dedicava al commercio del vasellame, di manufatti fabbricati durante l’inverno, ed alla raccolta di sementi. 1 contenitori erano costituiti da oggetti più che altro naturali (zucche, cesti impagliati). Nella decorazione si tendeva a caratterizzare i manufatti con motivi tipici di ogni singola comunità. i colori preferiti erano il rosso, il giallo, il marrone. I decori si sviluppavano con elementi geometrici, ad angolo e ad arco.La caccia, momento essenziale per ogni ambito umano, veniva praticata anche come espediente rituale. Non mancava il riferimento alla tentazione dell’uomo di misurarsi con le misteriose quanto temute forze della natura.Gli altri manufatti dei quali si faceva commercio erano in genere beni accessori. In effetti si trattava del baratto fra generi primari di sostentamento ed oggetti ambiti per migliorare il tenore di vita. Beni di lusso, quindi, quali l’ambra, le conchiglie, l’ossidiana. Quest’ultima, detta anche vetro vulcanico, proveniente dalle Eolie, dalle isole greche e dai territori vulcanici dell’Ungheria, sembra che piacesse molto ai nostri antichi progenitori, tanto da farne oggetto d’intenso commercio. Si utilizzava per ricavare piccoli bulini, coltelli di limitate dimensioni, punte di freccia a taglio obliquo.Quanto all’agricoltura dell’età del rame, questa era rivolta verso la coltivazione di cereali, ortaggi, piselli, fagioli, pere, mele. Semi carbonizzati di frumento ed orzo sono stati trovati a Sluderno/Schluderns.Le comunità formate da cacciatori, pastori e dai primi agricoltori, vivevano in Piccoli gruppi, come già accennato, il cui massimo dei componenti raggiungeva appena le 50 unità.Il primitivo villaggio era composto da costruzioni poggiate su gabbioni di legno a pianta rettangolare, fatte di travi sovrapposte e congiunte, mentre il tetto era ricoperto di paglia.

VISITA AI CASTELLI DI GRINZANE CAVOUR E BAROLO 06/11/05 E PRANZO PRESSO IL RISTORANTE”AL CASTELLO” DI BENEVELLO (CN)

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Grinzane Cavour


Certo da secoli presente su quei colli, sue origini si perdono nella notte dei tempi, in quanto non ?dato sapere l?epoca esatta in cui ne vennero poste le fondamenta. E per raccontare la sua storia dobbiamo risalire fino agli eventi che videro protagonista , il mitico cavaliere franco che, come vuole la leggenda, ottenne da I, imperatore del Sacro Romano Impero, tutta la terra percorsa “armato in guerra” cavalcando ininterrottamente tre giorni interi su tre velocissimi cavalli: si dice che allora Aleramo and?dal fertile Monferrato alle coste della Liguria, passando per le alture delle Langhe.Non dovrebbe essere lontano dal vero affermare che, usata in tempo di guerra come centro di raccolta delle milizie, diveniva nei periodi di pace residenza occasionale o forse luogo di sosta fastoso durante le battute di caccia, organizzate dai nobili locali.?
La storia del feudo di Grinzane e del suo castello è assai complessa: oltre nove secoli di vicissitudini, durante i quali ha subito vari passaggi di proprietà, dal Camillo(sindaco di Grinzane) al Carlo Alfieri di Sostegno(deputato di Alba), nonché varie signorie e moltissimi feudatari.La marchesa Alfieri, figlia di Carlo, don?il castello e dieci ettari di terreno all?Amministrazione comunale di Alba, che dal 1931 aveva inglobato quella di Grinzane, allo scopo di istituire una colonia elioterapica per bambini bisognosi. Ritornato autonomo nel , il comune di Grinzane rivendic?la totale propriet?del castello promuovendo un lungocontenzioso finito al Consiglio di Stato che, “salomonicamente”, decretò l’assegnazione ad entrambi i comuni della propriet?indivisa dando vita alla fondazione Adele Alfieri di Sostegno, eretta in Ente morale nel 1957, amministrata oggi da un consiglio paritetico eletto dai due consigli comunali.

Falletti di Barolo

La storia del castello Falletti si ritiene avere inizio, vista l’assenza di documenti storici sulla sua nascita, nel decimo secolo, quando Berengario I consentì al feudatario locale l’erezione di una difesa efficace contro le frequentissime scorrerie degli Ungari prima e dei Saraceni poi. Di quella struttura originaria rimane ben poco: il mastio, ancora oggi visibile, fa parte di essa. prima testimonianza scritta risale al ‘200in un atto di cessione di proprietà da parte dei signori di Marcenasco in favore del comune di Alba che, pochi anni dopo, lo cedette ai Falletti che lo ristrutturarono significativamente e ne fecero dimora stabile di un ramo del casato. Il catasto del 1524 cita la presenza di una trentina di case intorno al castello, case gradualmente scomparse per far posto ad appendici successive del castello stesso. 1544, invece, fu fatto “rovinare” e saccheggiare dal governatore francese della vicina Cherasconel corso delle lunghe guerre dell’epoca. Toccò successivamente a Giacomo e Manfredo riparare i consistenti guasti, apportando ulteriori modifiche migliorative. Il nuovo, frutto dei rimaneggiamenti cinquecenteschi, sostanzialmente immutato fino al 1864, anno della morte di Juliette Colbert, ultima marchesa FallettiNel frattempo il castello era già “decaduto” a residenza di campagna a causa del trasferimento della dimora principale dei Falletti, avvenuto nel 1814, al Palazzo Barolo di Torino. Tra i suoi illustri ospiti durante l’ultima epoca dei Falletti spicca senza dubbio Pellico, presentato alla marchesa da Cesare Balbo dopo la decennale prigionia dello Spielberg, divenuto poi negli anni intimo amico, fidato consigliere nonché amministratore della biblioteca Falletti. Il Pellico e la Marchesa erano soliti trascorrere insieme lunghe giornate tra castello Falletti e il castello della Volta, dediti alla lettura e alla conversazione. Alla morte della Colbert,il castello Falletti passò all’Opera Pia Baroloche, con pesanti lavori di ristrutturazione che ne alterarono profondamente la struttura, trasformò nel Collegio BaroloRuolo del Collegio, attivo fino al 1958, era di dare una possibilità di studiare a ragazzi economicamente in difficoltà. 1970 fu acquistato dal Comune di Barolo, grazie soprattutto a una pubblica sottoscrizione cui furono in molti a contribuire generosamente. Nel corso degli anni è stato restaurato in modo capillare e il risultato non scontenterà certamente i visitatori.

VISITA AL MUSEO EGIZIO DI TORINO 28/11/2004 E PRANZO AL RISTORANTE “LA BARACCA”

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STORIA DEL MUSEO EGIZIO DI TORINO

Il Museo Egizio di Torino è, come quello del Cairo, dedicato esclusivamente all’arte e alla cultura dell’Egitto antico. Molti studiosi di fama internazionale, il primo dei quali fu il decifratore dei geroglifici egizi, Jean-François Champollion, che giunse a Torino nel 1824, si dedicano allo studio delle sue collezioni, confermando così quanto scrisse Champollion: «La strada per Menfi e Tebe passa da Torino».
Il Museo Egizio è costituito da un insieme di collezioni che si sono sovrapposte nel tempo, alle quali si devono aggiungere i reperti acquisiti a seguito degli scavi condotti in Egitto dalla Missione Archeologica Italiana tra il 1900 e il 1935. Il criterio dell’epoca prevedeva che gli oggetti rinvenuti durante gli scavi fossero ripartiti fra l’Egitto e le missioni archeologiche. Il criterio oggi in vigore prevede che i reperti archeologici rimangano in Egitto.

Il primo oggetto giunto a Torino è la Mensa Isiaca, una tavola d’altare in stile egizittizzante, realizzata probabilmente a Roma nel I secolo d.C. per un tempio di Iside e acquistata da Carlo Emanuele I di Savoia nel 1630. Nel 1724 Vittorio Amedeo II di Savoia fonda il Museo della Regia Università di Torino, presso il palazzo dell’Università in Via Po, cui dona una piccola collezione di antichità provenienti dal Piemonte. Nel 1757, Carlo Emanuele III di Savoia, per arricchire il Museo dell’Università, incarica Vitaliano Donati, professore di botanica, di compiere un viaggio in Oriente e di acquistare in Egitto oggetti antichi, mummie e manoscritti che potessero illustrare il significato della tavola stessa. Gli oggetti raccolti dal Donati, tra cui tre grandi statue, giungono a Torino nel 1759 e sono esposti nelMuseo della Regia Università, dove dal 1755 è collocata anche la Mensa Isiaca.
Il Regio Museo delle Antichità Egizie è formalmente fondato nel 1824, con l’acquisizione da parte di Carlo Felice di Savoia di un’ampia collezione di opere riunita in Egitto da Bernardino Drovetti. Questi, di origini piemontesi, aveva seguito Napoleone Bonaparte durante alcune delle sue campagne militari e per i suoi meriti l’Imperatore lo aveva nominato Console di Francia in Egitto. Drovetti, grazie alla sua amicizia con il viceré d’Egitto, Mohamed Alì, riuscì a trasportare in Europa gli oggetti raccolti. La collezione venduta dal Drovetti al sovrano Carlo Felice è costituita da 5.268 oggetti (100 statue, 170 papiri, stele, sarcofagi, mummie, bronzi, amuleti e oggetti della vita quotidiana). Giunta a Torino, è depositata presso il palazzo dell’Accademia delle Scienze (dove si trova tuttora) progettato nel XVII secolo dall’architetto Guarino Guarini come scuola gesuita. 

Mentre la Collezione Drovetti è disimballata, Champollion arriva a Torino e nell’arco di qualche mese di febbrile attività ne produce un catalogo, nonostante i disaccordi circa la conservazione dei reperti con il primo direttore, Giulio Cordero di San Quintino. Nel 1832, le collezioni raccolte presso il Museo dell’Università sono trasferite nel palazzo dell’Accademia delle Scienze. Alla guida del Museo si succedono Francesco Barucchi e Pier Camillo Orcurti. Dal 1871 al 1893 il direttore è Ariodante Fabretti che, coadiuvato da Francesco Rossi e Ridolfo Vittorio Lanzone, elabora il catalogo delle opere allora conservate. Nel 1894 la guida del Museo passa a Ernesto Schiaparelli che organizza scavi in numerosi siti egiziani, tra cui Eliopoli, Giza, la Valle delle Regine a Tebe, Qau el-Kebir, Asiut, Hammamija, Ermopoli, Deir el-Medina e Gebelein, dove le missioni sono proseguite dal suo successore, Giulio Farina.
L’ultima acquisizione importante del Museo è il tempietto di Ellesija, donato all’Italia dalla Repubblica Araba d’Egitto nel 1970, per il significativo supporto tecnico e scientifico fornito durante la campagna di salvataggio dei monumenti nubiani, minacciati dalla costruzione della grande diga di Assuan.
Nelle sale del Museo delle Antichità Egizie sono oggi esposti circa 6.500 oggetti. Più di 26.000 reperti sono depositati nei magazzini, in alcuni casi per necessità conservative, in altri perché rivestono un interesse unicamente scientifico (vasellame, statue frammentarie, ceste, stele, papiri) e sono oggetto di studi i cui esiti sono regolarmente pubblicati.