L’ARCI A LONDRA 30/04-03/05/2008

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Alle 07.00 del 30 aprile 2008 il pullman è passato a prendere, presso il nostro circolo Arci di Crema Nuova, il gruppo di 36 persone in partenza per Londra.Da qui ci ha condottto all’aeroporto di Orio al Serio dove abbiamo preso l’aereo che ci ha portati all’aeroporto di Luton alla periferia della capitale inglese.
Arrivati in albergo, l’hotel Marble Arch inn, che si trova in una via adiacente all’omonima piazza, ognuno ha avuto la giornata libera per poter visitare i luoghi di proprio interesse.C’è chi ha preferito passeggiare nel vicino Hyde Park, chi ha voluto invece testare da subito i famosi pub londinesi, chi ha voluto fare visita alla tomba di Karl Marx subendo una piccola disavventura sulla metropolitana ecc.
La sera ci si trovava nei pub ad assaggiare la famosa birra inglese, una birra devo dire molto leggera.
Il 2 giorno la guida si è presentata in albergo alle 9.00 a.m. e ci ha condotti per un lungo tour che si è protratto fino alle 19.00.
Abbiamo visitato la cattedrale di Westminster, il Parlamento , il Big Bang e il ponte sul Tamigi. Abbiamo assistito al cambio della guardia a cavallo davanti all’Ammiragliato e dopo aver attraversato S. James Park, con fiori bellissimi e moltissimi scoiattoli,abbiamo visto il cambio della guardia a Buckingham Palace, su cui era issata la bandiera che segnalava la presenza della regina all’interno del palazzo.
Dopo aver pranzato in uno dei pub più antichi di Londra ci siamo recati a visitare the Tower of London e il Tower Bridge.Abbiamo poi passeggiato tra gli artisti di strada, i teatri e i pub di Convent Garden per poi recarci nella China town londinese, il quartiere di Soho.
Abbiamo concluso la visita ai magazzini di Harrods, la cui merce è inavvicinabile per via dei prezzi molto elevati.
Il 3 giorno la maggior parte di noi ha visitato il British Museum e in particolare la sua collezione egizia, mentre al pomeriggio ci siamo recati all’O2 center, un’arena enorme dove generalmente si svolgono concerti, mostre e spettacoli e dove abbiamo visitato la mostra sul faraone Tutankhamon.
L’ultimo giorno ci siamo dedicati allo shopping nei mercatini di Portobello per poi nel pomeriggio prendere il bus che ci avrebbe portato all’aeroporto per il rientro in Italia.

AIDA ALL’ARENA DI VERONA E VISITA DELLA CITTA’ 23/06/07

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L’anfiteatro romano, l’Arena, è il monumento veronese più conosciuto. Oggi l’Arena è incastonata nel centro storico a fare da quinta a , ma un tempo, quando i Romani lo costruirono, il monumento fu collocato ai margini dell’urbe, fuori della cerchia delle mura.L’Arena riassume in sé quasi venti secoli di storia locale, ed è diventata nel tempo il simbolo stesso della città. Il suo culto ha radici lontane, che risalgono all’umanesimo carolingio. La fama goduta dall’anfiteatro nella coscienza civica dei veronesi, porta così via via il monumento ad assumere sempre più il carattere di simbolo stesso dell’antica nobiltà. Di qui le cure per la sua conservazione ed i suoi ampi e numerosi restauri. L’Arena servì sempre e soprattutto per manifestazioni spettacolari. In epoca romana, ad esempio, fu usata per spettacoli di lotte fra gladiatori. Nel Medioevo e fino alla metà del Settecento erano usuali in Arena anche giostre e tornei. Nell’Ottocento, invece, erano rappresentati spettacoli di prosa, eseguiti nel tardo pomeriggio fra la primavera e l’autunno. Nel , nel centenario della nascita di Giuseppe Verdi, venne proposto per la prima volta un melodramma, l’Aida verdiana, e in questo modo l’Arena sarà finalmente scoperta per quello che adesso è conosciuto come il primo vero e più importante teatro lirico all’aperto del mondo.
Il più solenne monumento di Verona romana, con vari ordini di gradinate e, al centro, un’area o arena per gli spettacoli di gladiatori, di combattimenti con belve od altre manifestazioni di carattere popolare, è stato costruito con blocchi di marmo ben squadrati, nel I secolo d.C., cioè tra la fine dell’impero di Augusto e quella dell’impero di Claudio. Dei monumenti di tal genere è tra i meglio conservati. Il perimetro della platea attuale è di m. 391 ed includendovi l’Ala è di m. 435.L’anfiteatro è costituito da tre cinte concentriche: della prima esterna ci rimane solamente quella parte, che è comunemente chiamata “Ala”. I gradini dell’anfiteatro sono tutti in marmo veronese. Sotto il piano della platea si trovano (ma ora non si possono visitare) gallerie, anditi e passaggi che un tempo servivano ed in parte servono ancora, per il complesso funzionamento dell’anfiteatro.

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Aida: un’opera sulle rive del Nilo

Il 24 dicembre 1871 debuttò al Cairo la più classica delle opere verdiane.Si può definire Aida un'”opera d’occasione”? Se Giuseppe Verdi l’avesse scritta per l’inaugurazione dell’Opera del Cairo – avvenuta nel 1870 – potremmo affermarlo, ma le circostanze che portarono alla realizzazione della più classica opera verdiana furono altre.Nel 1869, in occasione dei festeggiamenti per l’apertura del Canale di Suez, il Khedive (viceré d’Egitto) commissionò al livornese Pietro Avoscani la progettazione e la costruzione di un teatro d’opera. L’eccezionale impresa, portata a termine in soli sei mesi, esigeva per la sua inaugurazione una rappresentazione che fosse prestigiosa ed inedita. A quel punto il sovrano chiamò in causa il celebre compositore italiano per ideare un’opera all’altezza della circostanza da rappresentare nel nuovo teatro. Verdi rifiutò, non ritenendosi adatto a comporre opere su commissione: all’apertura dell’Opera del Cairo il Khedive dovette perciò accontentarsi di Rigoletto, non abbandonando però il progetto di affidargli un’altra produzione. Il desiderio del viceré incontrò quello dell’egittologo francese Auguste Mariette – da qualche tempo a servizio della corte d’Egitto – che aveva composto un soggetto a carattere egiziano: nulla di più adatto per l’occasione. Mariette approfittò della situazione per contattare Camille Du Locle, direttore dell’Opéra-Comique di Parigi, chiedendogli di trovare un musicista per scrivere un’opera lirica a partire dal suo soggetto. Du Locle vantava una solida amicizia con Verdi dai tempi della loro collaborazione per Don Carlos e ovviamente sottopose la trama all’amico, il quale si mostrò indeciso. Il direttore dell’Opéra sapeva come convincerlo: gli disse che se non avesse accettato, il Khedive si sarebbe rivolto altrove, forse a quel Richard Wagner che stava conquistando la scena europea con una musica ben diversa da quella verdiana. Il compositore italiano fu colto nel suo punto debole e, pur di non cedere il compito a colui che sentiva come rivale, accettò di scrivere Aida.Il compositore fissò il suo compenso nell’astronomica cifra di 150.000 franchi, s’impegnò a comporre il libretto a sue spese e a pagare un direttore d’orchestra che lo sostituisse al Cairo per dirigere la prima. Il contratto prevedeva che l’opera fosse rappresentata nel gennaio del 1871, ma gli eventi storici lo impedirono. Nel 1870 la successione al trono spagnolo causò infatti una guerra tra Francia e Prussia: all’epoca Mariette si trovava proprio a Parigi impegnato nei lavori per l’allestimento e i costumi di Aida. Quando l’esercito prussiano arrivò ad assediare la capitale francese, l’egittologo si ritrovò prigioniero nella città e fu costretto ad interrompere i preparativi.
Nel frattempo Verdi aveva preso contatti con Antonio Ghislanzoni per la stesura del libretto con la supervisione del compositore e si assicurò della possibilità di rappresentare l’opera in prima nazionale al Teatro alla Scala di Milano.Verdi compose la musica molto velocemente, incalzando così il lavoro di Ghislanzoni che gli consegnava i versi mano a mano che venivano composti. Dal momento che era molto più interessato alla prima milanese che non a quella del Cairo e non aveva alcuna intenzione di recarsi in Egitto, Verdi orchestrò l’opera nella propria casa a Sant’Agata, appuntando direttamente sulla partitura precise indicazioni per la messa in scena nel teatro egiziano. Grazie alla velocità del lavoro, nel novembre 1870 l’opera era completata.Non appena l’esercito prussiano entrò nella città, Mariette, scenografie e costumi poterono salpare per il Cairo dove li attendevano gli ultimi preparativi per l’allestimento.Dopo non poche difficoltà, il 24 dicembre 1871 Aida andò finalmente in scena al Cairo davanti ad un Khedive così soddisfatto da premiare il gran compositore con il titolo di Commendatore dell’Ordine Ottomano. Solo due mesi dopo, l’8 febbraio 1872, l’opera andò in scena alla Scala di Milano con un cast di prim’ordine, tra i quali spiccava il soprano Teresa Stolz. Grazie al debutto milanese, Aida fu richiesta dai maggiori teatri italiani ed europei per esservi rappresentata e ciò accrebbe la fama dello spettacolare Grand Opéra: fu l’inizio di una serie di allestimenti che consacrarono Aida tra gli assoluti capolavori della lirica verdiana che ancora oggi trionfano nei teatri di tutto il mondo.

MOSTRA SUL MANTEGNA E VISITA DELLA CITTA’ DI MANTOVA 16/12/2006

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Il circolo arci ha organizzato una visita alla mostra sul Mantegna e alla città di Mantova.Dopo la visita guidata alla mostra abbiamo pranzato al ristorante “MASSERIA”, una volta sede in cui venivano riscosse le tasse.

Arrivato a Mantova nel 1460, dove rimase fino alla morte avvenuta nel 1506, Mantegna diviene pittore di corte dei Gonzaga, riservando il suo genio, per massima parte, al servizio esclusivo della famiglia. Fu, infatti, Ludovico Gonzaga a richiedere fortemente la presenza del pittore a corte, ove dipinse alcune delle sue opere più celebri che sono andate ad arricchire le collezioni dei più importanti musei italiani e stranieri. Il Mantegna, considerato come un “carissimum familiarem” – secondo la definizione data dallo stesso marchese Ludovico – godeva nella vivacissima corte dei Gonzaga di molto prestigio, non solo grazie alle numerose opere realizzate per gli illustri committenti ma anche per la sua fama di massimo esperto di antichità romane, maturata nel soggiorno padovano dove ebbe modo di stringere amicizia con due dei più importanti “antiquari” dell’epoca, Giovanni Marcanova e Felice Feliciano.
Alle tracce indelebili dell’arte del Mantegna lasciate a Mantova e alla pittura mantovana nel periodo di “interregno” tra la morte del Maestro e l’arrivo, nel 1524, dell’altro grande genio che illuminò la città, Giulio Romano, sarà dedicata la mostra “Mantegna a Mantova 1460 – 1506”, che riporterà nella città lombarda molti dei capolavori del maestro realizzati in quegli anni, alcuni dei quali mai esposti in Italia, ed eccezionalmente concessi per l’occasione dai più importanti musei italiani e stranieri.
Alle numerose opere di Mantegna tra cui ricordiamo, la Madonna con Bambino detta Madonna delle cave dalla Galleria degli Uffizi di Firenze, i due monocromi Giuditta e Didone del Museum of Fine Arts di Montreal, la Sacra Famiglia con Santa Elisabetta e il Battista bambino dal The Kimbell Art Museum di Fort Worth, La Vestale Tuccia e Sofonisba dalla National Gallery di Londra, i due straordinari dipinti provenienti dal Louvre, Minerva che caccia i vizi e Giudizio di Salomone, si aggiungeranno opere importanti di Lorenzo Costa e di chi ha lavorato nel suo tempo, come Nicolò Solimani, Francesco Bonsignori e il fratello Girolamo, Lorenzo Leonbruno, Bernardino Parentino, Gian Francesco Caroto, Vincenzo Civerchio, Girolamo da Treviso il Giovane, Gian Francesco Tura, Francesco Verla, nomi senz’altro meno conosciuti dal grande pubblico, ma autori di opere tecnicamente eccellenti, cariche di influssi mantegneschi ma al tempo stesso autonome nel loro percorso creativo, prendendo perciò in esame circa sessant’anni della magnifica arte in voga alla corte dei Gonzaga.La mostra comporta dunque un affascinante percorso di circa sessanta opere che raccontano la vicenda di Andrea Mantegna dal suo arrivo a Mantova sino all’esaurirsi della grande influenza che la sua arte suscitò nei pittori della generazione a lui successiva.

A Mantova il Mantegna entrò in contatto con la dirompente arte del Leon Battista Alberti che sarà protagonista in città con alcuni dei suoi lavori fondamentali: le chiese di Sant’Andrea e di San Sebastiano. Dalla suggestione albertina e dagli studi sui rapporti tra architettura e decorazione dipinta avviati fin dai suoi esordi patavini, a Mantova il maestro realizzò alcuni tra i suoi massimi capolavori, a partire dalla decorazione della Camera Picta detta degli Sposi, affrescata nel Castello di San Giorgio e considerata fin da subito una delle meraviglie di quell’età.


CORSO PER IMPARARE A PREPARARE LA BIRRA IN CASA (AUTUNNO 2006) E VISITA ALLA FABBRICA DELLA MENABREA E AL PUB TROLL (NOVEMBRE 2006)

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CORSO DI HOMEBREWING

Il circolo Arci di Crema Nuova ha organizzato nei propri locali un corso pratico di ”HOMEBREWING”, ossia di birrificazione(metodo ALL GRAIN), tenuto da persone esperte e competenti operanti nel settore e provenienti dalla provincia di Lucca( http://www.birramia.it). Il corso ha avuto la durata di 12 ore e si è svolto nell’arco di due giornate: sabato 14 e domenica 15 ottobre, con la partecipazione di una trentina di persone.

La ricetta che abbiamo seguito per produrre una birra Pilsner è la seguente:

Ricetta: PILSNER
Per produrre 23 litri di Birra chiara, OG 1045 – Alcool 4,5% Vol.

Ingredienti:
Malto Pilsener in grani 5 kg
Luppolo Saaz (aa 3,3) 60 gr (amaro)
Luppolo Saaz (aa 3,3) 28 gr (aroma )
Irish Moss
1 Bustina di Lievito Saf Ale S-04 opp Saf Ale US-56

Metodo di preparazione:

Macinare il malto in grani, quindi preparare la miscela versando il malto macinato in 15 litri di acqua (3 lt/Kg) alla temperatura di 45ºC. Durante la preparazione della miscela la temperatura deve rimanere costante. Quando la miscela è omogenea aumentare la temperatura portandola a 52º (se possibile crescere di 1ºC al minuto). Mantenere la temperatura di 52ºC per 30 minuti, quindi salire a 65ºC e mantenere per altri 30 min. Passare poi alla temperatura di 70ºC e dopo 15 minuti controllare con lo iodio se la saccarificazione è completa (in caso contrario continuare la cottura e controllare ogni 10 minuti). Quando la prova con lo iodio conferma l’avvenuta saccarificazione (in un piattino bianco versare alcune gocce di mosto, aggiungere una goccia di iodio: l’assenza di sfumature di colore blu-violaceo è la conferma), si porta la temperatura a 77ºC a la si mantiene per 10 minuti

Miscela 45º= tempo per impasto
Cottura 52º= 30 minuti
Cottura 65º= 30 minuti
Cottura 70º= dopo 15 minuti controllo iodio
Cottura 77º= 10 minuti

Si può procedere alla filtrazione dell’impasto. Si utilizza un filtro di tela che verrà pulito ogni qualvolta si intasa e non lascia più filtrare il mosto, o un sacco filtrante in materiale sintetico studiato appositamente per questo utilizzo, o un grosso colino. Quando avremo filtrato tutto, per estrarre tutti gli zuccheri disponibili nel malto, lavare le trebbie (resti del malto macinato) con 15 lt. di acqua calda a 78 ºC, e si porta ad ebollizione il mosto, dopo 5 minuti di bollitura si aggiunge 60 gr. di luppolo, si continua a bollire quindi dopo altri 65 minuti si può aggiungere il luppolo che dà l’aroma assieme a 10 grammi di Irish Moss far bollire altri 10 minuti prima di spegnere il fuoco. (Questa bollitura è durata in tutto 80 minuti). Si procede quindi a filtrare il mosto per separare il luppolo. Se possibile accelerare il raffreddamento del mosto immergendo la pentola in una vasca con acqua fredda. Si versi il mosto nel fermentatore controllando la densità con il densimetro. Se la densità risulterà superiore a 1045, aggiungere acqua sino a raggiungere questa misura indipendentemente dai litri di mosto ottenuti

Benché il lievito fermenti a temperature basse, si raccomanda che il mosto sia a temperatura ambiente (18-22 ºC) quando si aggiunge il lievito reidratato, e solo quando la fermentazione è in corso abbassare la temperatura a 10-14 ºC (se non potete proporre questa temperatura usare un lievito ad alta fermentazione) in modo che abbia avuto la possibilità di iniziare a riprodurre un adeguato numero di cellule (dopo 12-24 ore).

Imbottigliamento:

Al termine della fermentazione primaria, verificato con il densimetro che la densità finale sia 1010/1012 e comunque rimanga fissa sullo stesso valore a distanza di 24 ore, si procede all’imbottigliamento aggiungendo lo zucchero necessario per la fermentazione secondaria in bottiglia.
Lo zucchero può essere aggiunto versandolo direttamente nelle bottiglie in proporzione di 5 – 7 grammi per litro (circa 1 cucchiaino per 1/2 litro) oppure, dopo aver sifonato la birra in un altro recipiente accuratamente pulito e sterilizzato, aggiungere 120/150 grammi di zucchero precedentemente sciolto in 1/4 di litro di acqua bollita e mescolare bene senza ossigenare.
È importantissimo che le bottiglie siano accuratamente pulite e sterilizzate prima del riempimento.
Una volta tappate, le bottiglie vanno lasciate in luogo tiepido (18-24 gradi) per 15 giorni e poi riposte in luogo più fresco (cantina).
Lasciate passare almeno 15 giorni prima dell’assaggio, tenendo presente che la maturazione ed il conseguente miglioramento delle caratteristiche organolettiche proseguono nei primi 1 – 2 mesi.

GITA BIRRA

In seguito allo svolgimento del corso di birrificazione Il circolo Arci di Crema Nuova ha organizzato, come tradizionale gita autunnale, una visita alla fabbrica e al museo della birra MENABREA, storico marchio della birra italiana. La Menabrea di Biella ,fondata nel 1846, ha saputo ottenere numerosi riconoscimenti nell’arco di più di 150 anni, alcuni anche attuali come la medaglia d’oro nei campionati del mondo di Chicago nel 1997,1998, 2000,2002 e 2005.Terminata la visita,nel pomeriggio ci siamo spostati nella provincia di Cuneo, dove, in collegamento con il corso di birrificazione tenutosi presso i nostri locali, abbiamo visitato un birrificio-pub dove abbiamo cenato con dell’ottima carne e birra. Si tratta del BREW PUB TROLL che produce diversi tipi di birra e che nel 2005 ha ottenuto un ambito riconoscimento a Londra da parte di GAMBERO ROSSO come miglior birra del 2005.

E ADESSO CI RIPROVIAMO….

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VISITA DELL’ETRURIA DAL 29/04 AL 01/05/06

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Gita in Etruria

Il circolo arci di Crema Nuova ha organizzato,dal 29 aprile al 1 maggio, una visita ai paesi che hanno reso celebre in tutto il mondo la civiltà etrusca.In particolare sono state visitate le località di CERVETERI, PYRGI, TARQUINIA , TUSCANIA e il lago di BOLSENA nell’alto Lazio.

1° giorno: Cerveteri – Ceri – Pyrgi

Come da Vs. specifica richiesta, dopo il viaggio durante la notte…Arrivo prima mattinata in ottimo htl*** nei pressi di Cerveteri, sistemazione e incontro con guida turistica. Visita guidata alla Necropoli della Banditaccia.Migliaia di tombe di vario tipo e dei diversi periodi etruschi (arcaico, orientalizzante, più recente), tumuli grandiosi, vie e piazzette sepolcrali, numerosi sepolcri formano qui una grandiosa, impressionante e monumentale sorta di città dei defunti ove è riflessa la civiltà etrusca. Reperti, arredi e corredi, sculture e altre opere d’arte e di raffinato artigianato etrusco di alto livello sono ora ad arricchire il repertorio di molti musei in Italia e nel mondo.Rapida visita del centro storico di Cerveteri, la Piazza S. Maria, il Museo Archeologico Cerite, gli scorci del Palazzo Ruspoli e delle Case Grifoni (futuro museo e laboratorio didattico), la Chiesa Paleocristiana.Pranzo libero o in Ristorante da noi consigliato nel bellissimo borgo di Ceri, scavato nel tufo e magnificamente conservato.Nel pomeriggio visita di Pyrgi il principale porto di Caere e dell’area dell’Etruria Meridionale (emporio marittimo e commerciale), con annesso importante Santuario dedicato alla dea Uni/Giunone risalente al sec. VI a.C. Dopo il saccheggio siracusano del 384 a. C. Pyrgi andrà in decadenza, seguendo le sorti di Caere e rifondandosi come colonia romana nel sec. III. Oggi vi si può ammirare il bellissimo Castello di Santa Severa a picco sul mare, dove spesso si organizzano eventi artistico-culturali e ove si possono trovare diverse botteghe molto carine.Rientro in hotel per cena e pernottamento.

2° giorno: Tarquinia – Tuscania

Colazione incontro con la guida e partenza per TarquiniaVisita della famosissima Necropoli. Sulla collina Monterozzi, da dove provengono i più preziosi e interessanti reperti del Museo, si trova la Necropoli Etrusca, una delle più importanti tra quelle conosciute. Da qui, oltre che godere di un ottimo panorama sulla costa tirrenica, si possono scoprire le più antiche testimonianze dell`arte pittorica in Italia. In questa necropoli sono circa 6.000 le tombe, di ogni forma e dimensione, molte delle quali completamente dipinte con decorazioni che costituiscono la più completa documentazione delle meraviglie della pittura etrusca.Rapida visita del centro storico di Tarquinia. Dieci secoli di storia hanno lasciato profonde tracce sia sopra sia sotto il sacro suolo di Tarquinia. Accanto alla Tarquinia etrusca, si fa apprezzare la Tarquinia medievale, col suo Centro Storico racchiuso tra lunghi tratti di mura castellane.I suoi mille anni sono bene illustrati nelle sale del rinascimentale Palazzo Vitelleschi (fatto erigere nel 1439 da Giovanni Vitelleschi, detto il “Cardinale di ferro”) sede del Museo Nazionale Etrusco uno fra i più importanti d’Italia.Visita al Museo Nazionale Etrusco.Pranzo libero o in Ristorante consigliato da noi in una trattoria tipica della Tuscia.Nel pomeriggio visita di Tuscania che ci riporta indietro nel tempo fra viuzze linde e silenziose, chiese dall’austero misticismo medioevale la Basilica di San Pietro e la Basilica di Santa Maria Maggiore ed interessanti reperti dell’antica civiltà etrusca. Rientro in hotel per cena e pernottamento.

3° giorno: Lago di BolsenaColazione incontro con la guida e partenza per Bolsena

Bolsena, da cui prende nome l’omonimo lago, fu fondata dagli etruschi nel III sec. a.C.,quando dopo la conquista e la distruzione di Velzna, l’odierna Orvieto, da parte dei romani, i superstiti fondarono Bolsena.La Bolsena odierna, non ha perso niente del fascino medievale che la caratterizzava nel passato, e proprio per questo è conosciuta e rinomata fra tutti i villeggianti e i turisti alla ricerca di qualcosa di diverso, particolare, caratteristico.I monumenti più importanti sono: la Basilica di Santa Cristina, la Rocca Monaldeschi e il Museo territoriale del lago di Bolsena, posto nel Castello Monaldeschi, con varie sezioni riguardanti la preistoria, la fase etrusca fino alla conquista romana.Dopo la visita della cittadina imbarco in battello per l’Isola Bisentina, ricca di angoli suggestivi, ospita le tombe di alcuni componenti della Famiglia Farnese, la Chiesa rinascimentale dei Ss. Girolamo e Cristoforo con un notevole giardino all’italiana e sette cappelle rinascimentali lungo un sentiero che porta in cima al monte dell’isola, il monte Tabor.Pranzo libero o in Ristorante consigliato da noi sul lagoPartenza per il rientro in sede.

GLI ETRUSCHI: IL POPOLO DEI MISTERI


Chi erano gli Etruschi?

Gli Etruschi abitavano la regione che da essi ha preso il nome, l’Etruria, compresa tra i fiumi Arno a Nord e Tevere a Est e a Sud, in quella zona che oggi è formata dalla Toscana (il cui nome deriva da Tuscia, come i Latini chiamavano l’Etruria), dall’Umbria occidentale e dal Lazio settentrionale. Nel periodo della loro massima espansione (VII-VI secolo a. C.) estesero il loro dominio a Sud, fino alla Campania, e a Nord al di là dell’Appennino, dove sono etrusche le città di Misa (Marzabotto), Felsina (Bologna), Spina e Adria.
Successivamente, dopo aver perso l’influenza su Roma con la cacciata dell’ultimo re etrusco Tarquinio il Superbo (fine del VI secolo a. C.), sconfitti dai Greci nella battaglia di Cuma (474-473 a. C.), l’importanza degli Etruschi nella Penisola diminuì; fino a quando, con la caduta di Veio nel 396 a. C. e la sconfitta subita dai Romani nella battaglia di Sentino (295 a. C.), anch’essi dovettero gradualmente piegarsi alla potenza di Roma, in continua espansione, confondendosi e unificandosi con gli altri popoli italici.


Da dove venivano gli Etruschi?

Questa è una domanda che ha fatto discutere gli storici fin dall’antichità e che ancora oggi non ha trovato una risposta definitiva. Secondo il curatore della mostra di Palazzo Grassi, Mario Torelli, gli antenati degli Etruschi sarebbero i Tirreni, un popolo che si sviluppò nella parte nord-orientale del Mare Egeo, dai quali essi si divisero per giungere nella nostra penisola già nella parte finale dell’Età del Bronzo, ma forse anche prima. Come conferma di questa ipotesi il fatto che sia i Tirreni che gli Etruschi possedevano una straordinaria capacità nella lavorazione dei metalli, il rame, l’argento ma soprattutto il ferro; sarebbe stata proprio la necessità di andare alla ricerca di nuove fonti del prezioso metallo a spingere questi ultimi a separarsi dai loro consanguinei e ad arrivare fino in Etruria, il cui territorio, non a caso, è ricchissimo proprio di ferro. Molti studiosi non sono d’accordo con questa ipotesi e sostengono un origine tutta italiana degli Etruschi. Il problema non troverà probabilmente mai una risposta definitiva. Ma tutto sommato, sempre secondo Torelli, non è tanto importante capire l’origine degli Etruschi, quanto piuttosto cercare di spiegare come un popolo in origine posto in una condizione di inferiorità rispetto agli altri popoli italici, sia riuscito con il passare del tempo ad imporre il proprio primato politico, sociale ed economico su gran parte della penisola.


Che tipo di società avevano?

Nel periodo di formazione della civiltà etrusca due furono gli elementi più importanti della struttura sociale: la famiglia e la nascita della proprietà privata. La fine dell’Età del Bronzo vide la formazione della famiglia nucleare e dei primi insediamenti permanenti, che si sostituirono ai ripari nelle grotte, e, a partire dal IX secolo a. C., la divisione degli spazi agricoli, che venivano spesso delimitati per mezzo dei cipressi, elemento tuttora caratteristico del paesaggio toscano. Ad un carattere egualitario della società arcaica si sostituì, a partire dal VIII secolo a. C., una progressiva differenziazione sociale, fondata su diversi livelli di ricchezza, dalla quale nacque e si sviluppò successivamente una classe aristocratica dirigente.
Durante il periodo di massimo splendore della civiltà etrusca il vertice della struttura sociale presentava, infatti, i caratteri di una vera e propria oligarchia. Se dal punto di vista politico non si arrivò mai alla costituzione di uno stato unitario, le molte città-stato che si formarono a partire dal V secolo a. C. erano dominate da un piccolo numero di famiglie aristocratiche che esercitavano un potere assoluto e tenevano in una condizione semi-servile il resto della popolazione, formata da contadini, pastori, artigiani e così via. Il potere dell’aristocrazia era fondato principalmente su due elementi: una fiorente agricoltura e la metallurgia. Proprio il monopolio del ferro, ma anche l’estrazione di altri metalli, come il bronzo, il rame, il piombo e l’argento, costituirono probabilmente un importante fattore, grazie al quale i principi etruschi riuscirono ad imporre il loro dominio politico ed economico su tutta la penisola. Accanto a queste due attività importante fu anche lo sviluppo di un fiorente commercio diretto in particolare verso Oriente, che non di rado assunse i caratteri di una vera e propria razzia: gli Etruschi, infatti, seppero essere anche abili e temibili pirati.
Ma quali erano gli strumenti che i principi usavano per mostrare e legittimare il potere di cui disponevano? Essi amavano innanzitutto ostentare la loro ricchezza, soprattutto con feste e banchetti in occasione di matrimoni o funerali, e lo facevano in modo che venisse loro assicurato un certo consenso sociale (questa caratteristica ci viene testimoniata oggi dalle pitture e dai corredi funerari ritrovati nelle numerose tombe sparse sul territorio della Toscana meridionale e dell’alto Lazio). Accanto all’ostentazione di un’opulenza fino ad allora sconosciuta alle altre popolazioni italiche, molto importante era anche il culto degli antenati, testimonianza di continuità della stirpe: dimostrare di avere alle spalle un’antica dinastia era, infatti, un ottimo mezzo di legittimazione del potere per il presente e per il futuro. Terzo, ma non meno importante elemento, era costituito dalla religione: il prestigio dei principi etruschi era legato ad un’investitura che proveniva direttamente dagli dei: essi esprimevano il loro consenso o meno all’autorità attraverso il volo degli uccelli, che veniva interpretato dagli àuguri con la cerimonia dell’auspicio. Accanto a questa forma di divinazione se ne aggiunsero nel tempo altre, come l’interpretazione dei fulmini e dei tuoni e i vaticini basati sul fegato di animali appositamente sacrificati.
Laà etrusca nel periodo del suo massimo splendore era, dunque, fortemente gerarchizzata; il potere, nelle mani di pochi, veniva esercitato in modo arbitrario e ottuso e coloro che dipendevano dal “signore” erano legati ad esso da pochi diritti e da molti obblighi. Essa era, però, anche una società caratterizzata da undinamismo culturale ed economico, nonché da una propensione all’espansione verso l’esterno, senza paragoni tra le altre popolazioni italiche. L’influenza esercitata dall’ellenismo proveniente damodificò in maniera sostanziale molti aspetti del modo di vivere degli Etruschi, non fece che accentuare queste caratteristiche.invece, l’incontro/scontro con Roma a rivelarsi fatale per la civiltà etrusca bloccandone l’ascesa e causandone il progressivo declino.