Autore: arcicremanoa
VISITA ALLA MOSTRA”VAN GOGH DISEGNI E DIPINTI” A BS 18/01/09
LA MOSTRA
Per la prima volta in Italia l’occasione irripetibile di vedere indagata l’opera disegnata di Van Gogh nella più stretta relazione con le sue opere pittoriche. Al Museo di Santa Giulia, dal 18 ottobre 2008 e fino al 25 gennaio 2009, sarà possibile ammirare 100 opere di Van Gogh, 85 disegni e 15 quadri.Questa, in estrema sintesi, l’eccezionale opportunità che la città di Brescia offre agli appassionati d’arte. Com’è noto infatti, i disegni non sono mai esposti in permanenza nei musei, a causa della loro fragilità e dell’impossibilità di restare esposti per lungo tempo alla luce. Occorre dunque riferirsi alle rarissime occasioni espositive. Da qui il privilegio che Brescia offre al pubblico italiano.Oltre ai disegni dunque, anche quindici importanti dipinti dello stesso Van Gogh, che saranno posti a diretto e puntuale confronto, nell’identità del tema e del soggetto, proprio con i disegni. Ben si conosce lo stretto rapporto che in lui esisteva tra disegno e pittura, come il suo straziante epistolario ci conferma giorno per giorno. E la mostra intende dunque ricostruire questo laboratorio del pensiero e della bellezza tragica. Facendolo con l’aiuto, davvero miracoloso, del Kröller-Müller Museum di Otterlo in Olanda, l’istituzione che assieme al Van Gogh Museum di Amsterdam conserva ben oltre i due terzi dell’intera produzione del grande artista. E non va dimenticato che del genio olandese proprio il Kröller-Müller custodisce le opere riconosciute di maggiore qualità, secondo il giudizio di molti critici.
Da Otterlo giungono infatti, con un prestito generoso che ha dell’incredibile, tutte le oltre cento opere esposte. Che saranno divise in cinque grandi sezioni che corrispondono ai diversi periodi creativi della vita di Van Gogh: tra la regione mineraria del Borinage, Bruxelles e Etten nel 1880 e nel 1881, all’Aia tra 1882 e 1883, nel Drenthe a fine 1883, a Nuenen tra 1884 e 1885 e infine in Francia tra il 1886 a l’anno della morte, il 1890. Così, disegni e quadri famosi consentiranno di tracciare questo percorso dell’anima.Ma dallo stesso museo, come meravigliosa introduzione alla mostra, altri sedici quadri permetteranno di raccontare l’avventura di collezionista di Helene Kröller-Müller, che dal 1938 ha il museo a lei, e al marito Anton, intitolato nella grande foresta di Hoge Veluwe in Olanda. Luogo mitico da visitare per tutti i viaggiatori d’arte del mondo. Per qualche mese spostato a Brescia.Sulle pareti di Santa Giulia saranno dunque raccontate anche le altre passioni pittoriche di Helene e Anton: l’’impressionismo da Corot a Fantin-Latour, a Pissarro; il post impressionismo da Seurat a Signac; il simbolismo da Rops a Redon; le avanguardie da Gris a Mondrian e infine la prediletta pittura olandese da Prikker a Toorop.Van Gogh dunque al centro di un contesto eccezionale.
VISITA ALLA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI E ALLA CITTA’ DI PADOVA 18/10/2008
LA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI (1303-1305)
Sette secoli fa, nell’anno del primo Giubileo (1300), fu posta la prima pietra della Cappella che Enrico Scrovegni, ricco banchiere e uomo d’affari padovano, aveva fatto erigere a completamento del palazzo.Per adornare l’edificio, destinato ad accogliere lui stesso e i suoi discendenti dopo la morte, Enrico chiamò due tra i più grandi artisti del tempo: a Giovanni Pisano commissionò 3 statue d’altare in marmo raffiguranti la Madonna con Bambino tra due diaconi, a Giotto la decorazione pittorica della superficie muraria.Giotto era un artista già celebre: aveva lavorato per il papa nella Basilica di S.Francesco in Assisi e in S.Giovanni in Laterano a Roma, a Padova nella Basilica di S.Antonio e nel Palazzo Comunale (detto “della Ragione”).
A lui venne affidato il compito di raffigurare una sequenza di storie tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento che culminavano nella morte e resurrezione del Figlio di Dio e nel Giudizio Universale, allo scopo di sollecitare chi entrava nella Cappella a rimeditare sul suo sacrificio per la salvezza dell’umanità.Egli immaginò una struttura architettonica in finti marmi dipinti che sorregge la volta dall’aspetto di cielo stellato e i riquadri con le storie della Vergine e di Cristo.L’opera fu ultimata in tempi molto brevi tanto che nel 1305, dopo 2 soli anni di lavoro, la Cappella era tutta decorata e veniva consacrata per la seconda volta.Non si sa nulla, ancora oggi, della storia della Cappella fino all”800, quando rischiò di scomparire per il disinteresse dei nuovi proprietari che avevano lasciato crollare il portico sulla facciata ed il palazzo fatto costruire da Enrico.Questi eventi si rifletterono negativamente sulla Cappella, rimasta senza appoggio e priva di protezione sul lato sinistro e sulla facciata. L’intervento del Comune, che nel frattempo l’aveva acquistato (1881), servì ad impedirne la perdita, ma sia l’edificio che gli affreschi erano già gravemente danneggiati.Furono messi in opera radicali interventi di restauro soprattutto a fine ‘800 e agli inizi degli anni ’60. Ma più recentemente si era venuto a creare un nuovo fenomeno di degrado causato dall’inquinamento, per cui il colore si polverizzava e cadeva.Per capire come interviene, per alcuni anni furono effettuate indagini scientifiche mirate dai cui risultati si potè dedurre cosa fare per rallentare il degrado e, soprattutto, per impedire che in futuro esso subisse di nuovo pericolose accelerazioni.Gli interventi conseguenti ebbero conclusione quando, il 31 maggio 2000, venne attivato il Corpo Tecnologico Attrezzato (CTA), “polmone tecnologico” a protezione del più importante ciclo pittorico di Giotto ed uno dei più importanti di tutti i tempi.Solo dopo averne controllato per un anno il corretto funzionamento di prevenzione ambientale si sono potute iniziare le operazioni di conservazione e di restauro.
IL RESTAURO EFFETTUATO
I criteri seguiti, esposti in occasione della presentazione al pubblico del progetto di restauro il 12 giugno 2001. presso il Museo civico agli Eremitani, sono:
Interventi conservativi d’urgenza nelle zone a massimo rischio
Attenuazione delle disomogeneità cromatiche derivanti da differenti interventi di restauro (Botti e Bertolli fine ‘800, Tintori inizi anni ’60)
Quanto al punto 1. si è proceduto al consolidamento dell’intonaco e della pellicola pittorica ed alla rimozione delle efflorescenze saline, che ottundevano il rilievo plastico delle immagini oltre a mantenere attivo il degrado; per il punto 2. gli aspetti più importanti riguardano, per la loro estensione, le mancanze del colore azzurro di fondo e le stuccature di lacune dell’intonaco dovute a vecchi restauri. Le lacune nell’azzurro vengono “abbassate” cioè fatte arretrare otticamente in modo da non dare fastidio a chi guarda pur senza ripristinare il colore mancante e si cerca di fare assumere alle stuccature un aspetto il più possibile omogeneo, di “intonaco abbassato”, perchè interferiscano al minimo nella lettura dell’immagine.In casi particolarmente significativi (per esempio la finta architettura dipinta che sorregge tutta la decorazione e sostiene riquadri) le lacune vengono reintegrate “a tratteggio”e – come sempre negli interventi sulle lacune – ad acquerello.Nel cantiere, diretto da Giuseppe Basile hanno lavorato restauratori e allievi della scuola di restauro dell’ICR (coordinati da F. Capanna e A. Guglielmi), affiancati, per ciò che riguarda gli interventi di massima urgenza, dalle Ditte di restauro di opere d’arte Conservazione e restauro di Colalucci-Bartoletti, Pinin Brambilla Barcilon, Giantomassi-Zari, Conservazione Beni Culturali, Tecnireco di Fusetti-Virilli.A supporto del cantiere: i laboratori ICR, scientifici (coordinatore M. Marabelli) e di documentazione digitale (coordinatore F. Sacco), il Comitato internazionale di esperti nel restauro di dipinti murali, la Commissione interdisciplinare per il restauro della Cappella, costituita da funzionari tecnici del Comune e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e da esperti universitari e coordinata da Annamaria Spiazzi.
PADOVA
Secondo un’antica leggenda riferita da Tito Livio e da Virgilio, Padova sarebbe stata fondata nel 1184 a.C. da Antenore, eroe Troiano. La nascita della città si deve in realtà far risalire agli Illiri che, dopo aver fondato Ateste (Este), si diffusero in tutto il Veneto. Patavium (questo era il suo nome romano) stipula un accordo commerciale con Roma nel 226 a.C. e nel 49 a.C. Giulio Cesare concede alla città la pienezza del diritto romano iscrivendo i suoi abitanti nella tribù Fabia, diventando in breve un ricco centro agricolo e produttivo. Le grandi strade romane Popilia, Postumia ed Annia collegavano Roma con Padova e con i suoi fiumi navigabili. Decadde nel periodo delle invasioni barbariche e nel 602 fu distrutta dal longobardo Agilulfo.Dal 1138 Padova si diede ordinamenti comunali e partecipò alle guerre contro il Barbarossa, arricchendosi con la lavorazione della e dellaseta. Nel 1222 fu fondata la celebre Universitas Studiorum, tra le prime al mondo, con la particolarità di essere un organismo universitario controllato dagli studenti. Nel 1231 vi morì il predicatore francescano che venne santificato come sant’Antonio da Padova. Dopo la dominazione di Ezzelino da Romano, agli inizi del Trecento Padova riconquistò un ruolo di prestigio nel territorio. Durante il periodo delle signorie, Padova raggiunse il massimo splendore con la signoria di Jacopo da Carrara, ospitando artisti importanti come Giotto. Nel 1405 la città passò sotto il controllo di Venezia, di cui da allora seguì le sorti, mantenendo tuttavia per tutto il secolo una certa preminenza nel campo dell’arte, grazie all’opera di maestri del Rinascimento toscano, fra cui Donatello, e del padovano Mantegna. Lo studio divenne uno dei fattori morali della fama di Padova, conosciuta per i suoi ideali di libertà di pensiero e di parola che attiravano studenti da tutta Europa. La città fu successivamente dominata dai Francesi e dagli Austriaci e infine annessa al Regno d’Italia nel 1866, dopo che la popolazione aveva partecipato attivamente ai moti del 1848, progettati nello storico Caffè Pedrocchi.Padova è oggi una città molto attiva, in continuo sviluppo, attestato dai nuovi moderni quartieri periferici industriali e residenziali. Da tempo il maggior mercato del Veneto e punto obbligato di transito delle linee di traffico con i Paesi dell’Europa centro orientale, è oggi un importante nodo stradale, ferroviario e fluviale. Padova rappresenta insomma uno stupendo compromesso tra una città moderna e unaculla di mille arti.
VISITA ALLA REGGIA DI VENARIA E CENA ALL’AGRITURISMO ” DA NONNA PAPERA” CASALBORGONE 28/06/08
REGGIA DI VENARIA
Il complesso de La Venaria Reale è un unicum ambientale-architettonico dal fascino straordinario, uno spazio immenso, vario e suggestivo, dove il visitatore non può che restare coinvolto in atmosfere magiche raccolte in un contesto di attrazioni culturali e di loisir molteplici: spettacoli, eventi, concerti, mostre d’eccezione si alternano infatti ad occasioni di svago, contatto diretto ed intimo con la natura, relax, intrattenimento sportivo e cultura enogastronomica.La Venaria Reale è il Borgo antico cittadino, scrigno di eventi e vicissitudini storiche; è l’imponente Reggia barocca che, con i suoi vasti Giardini, rappresenta uno dei più significativi esempi della magnificenza dell’architettura e dell’arte del XVII e XVIII secolo; è il Parco de La Mandria, una della maggiori realtà di tutela ambientale europea in cui vivono liberamente numerose specie di animali selvatici e domestici, e dove è custodito un notevole patrimonio storico-architettonico.I nuovi splendori e la strepitosa qualità delle architetture della Reggia restaurata, l’immensità e la bellezza dei Giardini e degli spazi naturali del Parco, consentono di trascorrere amabilmente il proprio tempo immergendosi in sensazioni nuove e cogliendo esperienze diverse, secondo una concezione moderna ed alla portata di tutti del “gusto”, del “loisir” e dell'”arte di vivere”. La Reggia di Venaria Reale e la residenza de La Mandria sono stati dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.
“Tra tutte le meravigliose residenze di piacere, in cui Sua Altezza Reale il duca di Savoia si reca abitualmente per ristorarsi dalle fatiche, la più importante e meritevole di essere visitata è quella che viene chiamata Venaria Reale, distante più di tre miglia da Torino. Fu il duca che le diede questo nome, perché riteneva che quella fosse una zona in cui si sarebbe potuto praticare la caccia secondo lo stile dei re”.
Così il , monumentale opera a stampa in 142 tavole illustrate, che dal 1682 presenta la magnificenza dei domini e delle residenze sabaude. I toni della propaganda sono utilizzati con il gusto dello spettacolo per sorprendere i potenti d’Europa e testimoniare la gloria di una famiglia ancora Ducale che si affermerà come Reale.
La relazione fra i giardini storici e le architetture di cui costituiscono contorno, di norma intensa e articolata, è ancor più forte nel caso di complessi barocchi come quello di Venaria Reale.
Nel Seicento e nel Settecento la progettazione delle residenze e dei parchi ad esse legati è infatti spesso opera del medesimo architetto; i borghi, i palazzi, i giardini e il territorio circostante sono regolati dalle leggi dell’architettura e crescono sulle medesime assialità, generando sistemi a grandissima scala.
A Venaria Reale questo aspetto emerge chiaramente osservando gli antichi disegni, le incisioni, i dipinti e la realtà stessa degli edifici: la prospettiva della strada Maestra del Borgo (oggi via Mensa) attraversa la Sala di Diana e prosegue nei Giardini lungo la medesima retta, lo stesso accade per la fuga di stanze e di gallerie che prosegue in quello che era un lungo viale di olmi nel Giardino.
La Citroniera offriva la sua grande facciata come fondale al viale più lungo del Parco, l’Allea Reale. Per questi motivi l’assenza totale dei Giardini, scomparsi all’inizio dell’Ottocento, costituiva un fatto grave, capace di ledere la possibilità di comprendere il senso e il valore del complesso, e di rendere mutilo il semplice restauro delle architetture.
L’antica composizione verde, peraltro, era ben nota e documentata grazie a disegni di progetto e rilievi di fine Settecento e confermata da una eccezionale foto aerea che certificava -al di sotto delle distese prative- la complessa trama di viali diagonali e ortogonali, e la presenza delle fondazioni delle architetture del giardino seicentesco.
In questo contesto, quindi, al restauro del palazzo e delle sue pertinenze (scuderie, maneggi, rimesse, cappella) si è affiancata la necessaria riproposizione di un Giardino. Non un restauro, ma un Giardino contemporaneo consapevole del rapporto strategico con l’architettura della residenza.
I nuovi Giardini di Venaria Reale riprendono quindi le assialità, le proporzioni, le dimensioni, i temi del Parco settecentesco ma svolgendoli in chiave del tutto contemporanea, in una reinterpretazione dell’antico.
I resti “archeologici” dell’impianto seicentesco (le fondazioni del Tempio di Diana, la struttura della Fontana d’Ercole, le grotte e il muraglione di sostegno, il viale delle piramidi) diventano temi e momenti qualificanti della composizione; nelle vicinanze della Reggia di Diana viene marcato il profilo seicentesco del complesso riproponendo la grandissima Peschiera, così come presente nelle incisioni del 1674.
