RACCONIGI E TORINO 09/04/2011 MOSTRA “VITTORIO EMANUELE II, IL RE GALANTUOMO”

Questo slideshow richiede JavaScript.

IL CASTELLO DI RACCONIGI

Il Castello Reale di Racconigi (in piemontese ël Castel ëd Racunis) è situato a Racconigi, in provincia di Cuneo ma poco distante da Torino. Era residenza ufficiale del Ramo dei Savoia-Carignano e sede delle “Reali Villeggiature” della famiglia reale d’Italia nei mesi estivi e autunnali. Fa parte delle Residenze Sabaude entrate nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO.
Fa parte anche del sistema dei “Castelli Aperti” del Basso Piemonte e si presenta come un’imponente palazzo in mattoni rossi e tetti a pagoda, orientaleggianti, a più padiglioni. Dimora autunnale preferita di Carlo Alberto di Savoia e di tutti i re d’Italia della dinastia sabauda, è ora un frequentato polo culturale e museale.Le prime notizie del castello di Racconigi si hanno intorno all’anno mille, quando Bernardino di Susa ricostruì un antico maniero, poi trasformato in un monastero.

Nel XIII secolo, Racconigi entra a far parte delle proprietà dei Marchesi di Saluzzo, poi dei Falletti, quindi degli Acaja e poi ancora ai Saluzzo. Un figlio illegittimo di Ludovico di Savoia-Acaia, ultimo principe di Savoia-Acaja, ottiene il feudo (e quindi anche il castello) di Racconigi, iniziando la linea dei Savoia-Racconigi estintasi nel 1605.
Nella seconda metà del XVI secolo Racconigi entra nei domini sabaudi e nel 1620 il duca Carlo Emanuele I di Savoia lo regala a suo figlio Tommaso Francesco di Savoia (capostipite dei Savoia-Carignano). In quegli anni la struttura si presenta come il classico castello: un’alta fortezza in mattoni a pianta quadrata, con quattro grandi torri angolari, fossato, ponte levatoio e un alto mastio laterale.
Il figlio di Tommaso, Emanuele Filiberto, commissionò nel 1681 a Guarino Guarini la completa trasformazione della fortezza in “villa di delizie”. Egli innalzò, occupando la corte, un grande corpo centrale con tetto a pagoda; inoltre, al posto delle due torri angolari della facciata nord, sviluppò due grandi padiglioni di quattro piani con tetto a cupola a pianta quadrata e lanterne in marmo bianco.
Nella seconda metà del XVIII secolo un altro Carignano, Ludovico Luigi Vittorio commissionò, all’architetto Giovanni Battista Borra un rifacimento degli interni, innalzò le due torri della facciata a sud, rivestendole di stucchi e decori neoclassici così come l’ingresso, con 4 colonne corinzie e frontone triangolare.
Nel 1832 l’ultimo principe di Carignano, nonché neo Re di Sardegna, Carlo Alberto ritenne necessario ingrandire e abbellire ulteriormente il castello, in ragione del fatto che la residenza da quel momento in poi cessava di appartenere alle proprietà della famiglia Savoia-Carignano per passare a quelle della corona di Sardegna assumendo così lo status di residenza reale e di sede delle reali villeggiature.
Affidò i lavori all’architetto di corte Ernesto Melano. Egli innalzò l’antica struttura quadrata attorno al corpo centrale, costruì due bracci laterali (terminanti con due piccoli padiglioni a pagoda) collegati a C con i padiglioni della facciata nord. Costruì inoltre uno scenografico scalone alla facciata sud. Negli anni tra il 1832 e il 1833 furono rase al suolo alcune case e fabbriche che con la loro presenza nascondevano alla vista la facciata sud del castello, e così si formò l’ampia piazza davanti all’ingresso principale. Gli appartamenti interni furono riadattati alle esigenze dell’epoca e fu affidato a Pelagio Palagi il compito di riarredare e ornare i nuovi ambienti. Con lui operò l’ebanista astigiano Gabriele Capello, detto Moncalvo di cui si ricordano, tra le numerose opere conservate nel castello, i preziosi intarsi che ornano i mobili e le ante delle porte del Gabinetto Etrusco, studio del sovrano.
Trascurato dai successori di Carlo Alberto, con l’avvento al trono del Re Vittorio Emanuele III nel luglio del 1900, il Castello tornò ad essere sede delle Reali Villeggiature estive, a partire dal luglio del 1901. Venne in quegli anni dotato di energia elettrica, acqua calda e fredda e vari conforts quali termosifoni e ascensore. Vennero ammodernati alcuni appartamenti del castello quali ad esempio gli Appartamenti dei principini e l’appartamento di Vittorio e Elena.
Sempre amato dai sovrani sabaudi, nel 1904 nacque qui, negli appartamenti del secondo piano, l’ultimo re italiano Umberto II che lo ricevette come dono di nozze nel 1930 e qui raggruppò la quadreria dei ritratti di famiglia (circa 3.000 dipinti) e tutte le notizie sulla Sindone. Fra i ritratti di famiglia vi sono quelli delle più nobili dinastie d’Italia come gli Armagnac, i Carmagnola, gli Agliè, i Calvi, i Valois e i Cicogna.
Nell’ottobre del 1909 il Castello di Racconigi venne scelto come sede per l’incontro con Nicola II Romanov, zar di Russia.
Nel 1925 ebbero luogo le nozze della principrssa Mafalda di Savoia con il principe Filippo d’Assia.

Sotto il profilo architettonico-artistico il castello nel novecento viene sottoposto a un ammodernamento in relazione alle nuove tecnologie e al nuovo gusto del secolo. Elettrificato lo stabile, esso viene dotato di acqua calda e fredda ai tre piani principali e si installa l’ascensore delle ditta Stigler.Vengono inoltre ristrutturati alcuni blocchi di appartamenti tra cui quelli di Vittorio Emanuele III e Elena (camera da letto matrimoniale e sala da bagno) e del Principe di Piemonte Umberto (sala da bagno e salotto della musica con soffitti e pareti decorati da Giò Ponti).
Il castello diventa dono di nozze del padre Vittorio per Umberto e Maria Josè nel 1931.

Venne chiuso definitivamente con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946

A seguito del referendum in cui i beni appertenenti al re furono avocati dallo stato, le loro altezze reali le principesse Jolanda, Giovanna e gli eredi della già scomparsa Mafalda intentarono una causa sulla illegittimità della donazione del 1930. La corte di cassazione accolse tale ricorso decretando che solo un quinto del palazzo fosse confiscabile, ma che allo stato italiano fosse garantito il diritto di prelazione in caso di vendita a privato. Nel 1980, dopo 46 anni di esilio, l’ormai ex-re Umberto II si convinse, sicuro di non poterne più usufruire, a vendere il castello, che venne comprato dallo Stato Italiano. Unico desiderio che l’ex sovrano mise come clausola alla vendita fu che il castello potesse diventare un centro studi dinastico sui Savoia. Ora il castello, che rimase in uso sino al 1946, è in gran parte visitabile ed è oggetto di costanti restauri di natura conservativa volti a preservare la struttura e a riportare agli antichi splendori i piani nobili dell’edificio. Il castello rappresenta una delle residenze sabaude meglio conservate, vantando una ricca dotazione di arredi, dipinti, suppellettili. Degne di nota sono le attrezzatissime cucine, l’ufficio di Carlo Alberto, meglio noto come Gabinetto Etrusco e il notevole parco.

PALAZZO REALE TORINO

Il Palazzo, destinato a residenza reale, venne progettato tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento da Ascanio Vittozzi. Alla morte di quest’ultimo, i lavori vennero affidati, durante la reggenza di Cristina di Francia, a Carlo di Castellamonte. La facciata presenta una parte centrale affiancata da due ali più alte, secondo il progetto seicentesco di Carlo Morello. Le sale del piano nobile sono decorate dalle immagini allegoriche che celebrano la dinastia reale, realizzate dalle mani di diversi artisti. Alla fine del Seicento Daniel Seiter viene chiamato per affrescare il soffitto della Galleria, che verrà chiamata anche Galleria del Daniel, e Guarino Guarini edifica la Cappella della Sindone per ospitare la preziosa reliquia. Nel Settecento viene chiamato, per alcuni interventi di modifica, l’architetto Filippo Juvarra. Egli realizza per il Palazzo la Scala delle Forbici costituita da doppie rampe e il Gabinetto Cinese decorato dagli affreschi settecenteschi di Claudio Francesco Beaumont, artista di corte durante il regno di Carlo Emanuele III. Nell’Ottocento i lavori di restauro e modifica vengono affidati a Ernesto Melano e Palagio Palagi che si ispirano all’antichità e alla cultura egizia. Il Palagi realizzò la grande cancellata con le statue di Castore e Polluce, che chiude la piazza antistante il Palazzo. Poco dopo l’Unità d’Italia viene realizzato lo Scalone d’Onore sul progetto di Domenico Ferri. Trasferitasi la capitale a Roma, il Palazzo si trasforma da abitazione a Museo pubblico. Il Giardino venne riprogettato a fine Seicento da André Le Nôtre con vari bacini e suggestivi sentieri ornati da fontane e statue. Il Giardino venne negli anni risistemato e restaurato da diversi architetti.
Il palazzo fa parte di un complesso di edifici, siti nel centro cittadino, che si possono annoverare, certamente, tra i più antichi e ricchi di fascino di Torino: non a caso, è prossimo al sontuoso Palazzo Madama, uno dei più singolari connubi tra arte antica, medioevale, barocca e neoclassica che si ricordino. A questo proposito, Palazzo Reale è di origini, se non paragonabili per epoca al ben più remoto Palazzo Madama, quantomeno molto precedenti di quel che l’austera facciata possa far sembrare: in origine, l’edificio era adibito a palazzo vescovile, fino almeno al XVI secolo, cosa che ne fa presupporre una fondazione ben più remota.
Il fasto della dimora vescovile può essere solo immaginato, in quanto ben poco si è salvato del periodo precedente al Cinquecento: in ogni caso, doveva avere un fascino ed una magnificenza superiori al già celebre Palazzo Madama se, al momento di trasferire la sede ducale da Chambéry a Torino, Emanuele Filiberto I di Savoia lo scelse come sua personale dimora, cacciandone il legittimo proprietario, dopo aver passato qualche anno nell’adiacente castello di Palazzo Madama, poco consono, forse, per essere elevato a corte.
Fu così che il vescovo venne lasciato dimorare nell’attiguo Palazzo di San Giovanni, mentre la nuova residenza della corte divenne il Palazzo Ducale di Torino, un passaggio che segnò profondamente l’architettura della piazza e della città stessa: siamo nel Cinquecento, e la geografia urbanistica della capitale sabauda relega l’edificio al limitare del muro di cinta, facendone un facile bersaglio per un ipotetico assedio. Non a caso, quindi, sotto Carlo Emanuele II di Savoia si amplierà la città partendo proprio dal lato del palazzo, creando quindi Via Po e giungendo fino a Piazza Vittorio Veneto.
Vittorio Amedeo III: i lavori che caratterizzarono il suo matrimonio sono quelli forse più visibili nel palazzo

Con la morte di Carlo Emanuele I di Savoia nel 1630, iniziamo a considerare la vera evoluzione del Palazzo, che al tempo del “Grande Duca” aveva visto ben poche modifiche, tra le quali si annovera un tempietto circolare interno. La parentesi di Vittorio Amedeo I di Savoia pone alla sommità del ducato una donna, Maria Cristina di Borbone-Francia, definita “Madama Reale”, grande estimatrice di questi luoghi. Ed è, infatti, per sua volontà che, dopo i disastri provocati dall’assedio del 1640, che danneggiarono sensibilmente l’edificio, vennero ricostruiti gli ambienti, chiamando il grande architetto di corte Carlo di Castellamonte, col figlio Amedeo; essi realizzarono in gran parte la facciata e gli interni, anche se molti dei lavori che li contraddistinsero vennero, come si vedrà, vanificati dai successivi ritocchi al Palazzo, ordinati dagli stessi sovrani a partire dal 1722 in onore dei matrimoni, specie al secondo piano, dei loro primogeniti.

L’epoca d’oro, quindi, risale proprio ai grandi fasti successivi alla fine dei lavori di ricostruzione, e che potremo collocare già dal 1656, anno della fine dell’imponente e severa facciata di Amedeo di Castellamonte. Ma, se sotto l’austero regno di Vittorio Amedeo II di Savoia il lusso sembrò svanire dalla corte, ridotta per numero e molto censurata nei costumi e nelle frivolezze, ecco che dal 1722, anno del matrimonio di Carlo Emanuele, erede al trono con la principessa palatina Cristina di Baviera-Sulsbach, il lusso tornò ad imperversare nella dimora, almeno nel secondo piano, dedicato dal re di Sicilia[1], al figlio: i lavori, in questa fase, furono diretti da Filippo Juvarra, e molto ancora venne realizzato in seguito all’abdicazione di Vittorio Amedeo, quando il nuovo sovrano si dedicò con estrema apertura alla vita mondana.

E, se per gli allestimenti dell’erede Carlo Emanuele venne chiamato a corte Filippo Juvarra, anche per i successivi matrimoni i sovrani non lesinarono sulla committenza: per le nozze di Vittorio Amedeo III con Maria Antonietta di Borbone-Spagna, venne assunto Benedetto Alfieri, che già era rinomato in Piemonte come grande architetto. Poi, quando il secondo genito di Vittorio Amedeo III, Vittorio Emanuele, duca d’Aosta ottenne un’ala della residenza, furono Carlo Randoni e Giuseppe Battista Piacenza a ridisegnare le sale che oggi prendono il nome di Appartamenti del Duca D’Aosta.

Anche Carlo Alberto commissionò dei rifacimenti, per le nozze, questa volta, di Vittorio Emanuele II: l’architetto, molto amato da Carlo Alberto, fu Pelagio Palagi, già autore della grande cancellata, del 1835, visibile innanzi al Palazzo.
Tra il 1799 e il 1815 la residenza ufficiale della famiglia reale e della corte [2], in esilio da Torino, occupata da Napoleone passo al Palazzo Reale di Cagliari. Con l’Unità d’Italia il Palazzo rimane sede della monarchia fino al 1865: di questi anni, e precisamente nel 1862, è il grande Scalone d’Onore, su progetto di Domenico Ferri, voluto da Vittorio Emanuele II per celebrare la nascita della nuova nazione e per rendere, così, degno di tale titolo regio anche il palazzo: in questo ampio ambiente, grandi tele e statue illustrano momenti e personaggi della storia sabauda.

I “PELLYZOMA” ALL’ARCI CREMA NUOVA 31/07/10

Questo slideshow richiede JavaScript.

All’Arci Crema Nuova, sabato 31 luglio alle ore 21.30, grande attesa per l’esibizione dei Pellyzoma, un gruppo di amici fra cui alcune persone diversamente abili che metteranno in scena una commedia divertente dal titolo Sono pazzi questi Pellyzoma in terza età. Il pubblico – magari gustando un panino con la salamella – potrà fare una libera offerta che sarà devoluta in beneficenza alla Cooperativa Ergoterapeutica Artigianale Cremasca di via Silvio Pellico 2 a Crema.

Pellyzoma
Il debutto risale al 2003 all’Oratorio Santissima Trinità di Crema con la riuscita commedia Nessuno se lo poteva immaginare (proprio nessuno). “L’anno successivo – si legge nella biografia – al Galilei di Romanengo la prima serata completamente dedicata al loro lavoro. Il trionfo fu così strepitoso da muovere la generosità degli imprenditori cremaschi, che già dal 2005 li fecero esibire presso le loro attività commerciali ed andarono così bene che ormai al 2007 avevano calcato il palco di alcune tra le più famose sale da cabaret”. Nel 2008 Marino Patrini, titolare della Cooperativa Ergoterapeutica di Crema mise a loro disposizione la palestra dell’istituto.

RAVENNA E MISANO ADRIATICO 04-06/06/10

Questo slideshow richiede JavaScript.

RAVENNA

Insediamento di epoca remota, il [toponimo] si ritiene derivi da un prelatino “*rava”, probabilmente di origine umbra, che in origine designava un “dirupo prodotto da acqua che scorre” e successivamente “canale, palude, bassura, fanghiglia”, unito ad un suffisso “-enna”, di origine etrusca.
Fin dalla preistoria il tratto della Val Padana su cui sorse Ravenna fu caratterizzato dalle frequenti esondazioni dei brevi fiumi ad andamento torrentizio che scendono dall’Appennino verso il Mare adriatico. Ciò portò alla formazione di ampie zone lagunari, che da Ravenna si estendevano fino a lambire il Po (che sfociava più a sud rispetto al corso attuale), creando un vasto agglomerato lagunare chiamato Valle Padusa.
Mancano testimonianze archeologiche della fondazione di Ravenna. Le origini sono incerte. I primi insediamenti della zona furono opera di Tessali, Etruschi ed Umbri, successivamente sul suo territorio si insediarono anche i Galli Senoni, specialmente dal fiume Montone verso sud, comprendendo tutto l’Ager Decimanus, ovvero la campagna a sud di Ravenna, il territorio cosiddetto delle Ville Unite, che non era un territorio lagunare rispetto invece alle zone a nord. L’abitato consisteva di palafitte distribuite su una serie di piccole isole situate all’interno della Valle Padusa, una situazione simile alla Venezia di secoli dopo.
La caratteristica fondamentale di Ravenna per tutta l’antichità fu proprio quella di essere circondata dalle acque ed accessibile solo dal mare. Tale peculiarità non passò inosservata ai Romani. L’imperatore Cesare Ottaviano Augusto dislocò la flotta militare dell’alto Adriatico. Per questo fine l’imperatore fece eseguire importanti lavori di sistemazione idraulica: fece scavare la Fossa Augustea, un canale che collegava il Po con l’ampio specchio di acqua a sud di Ravenna e qui fondò il porto di Classe. Il porto fu realizzato con in criteri di una poderosa macchina militare. Secondo Plinio il Vecchio, poteva contenere fino a 250 triremi e 10000 marinai o classari destinati al controllo di tutto il Mediterraneo orientale (la base destinata al controllo del Mediterraneo occidentale era invece il porto di Miseno sulla costa tirrenica).
Ai tempi dell’Impero romano la città crebbe di importanza: il porto militare divenne anche porto commerciale con traffici mercantili verso tutto il Mediterraneo. Nel 402 l’imperatore dell’Impero romano d’Occidente Onorio trasferì a Ravenna la residenza imperiale da Milano, per sfuggire alle minacce di Alarico.
A Ravenna si giocarono le sorti dell’Impero d’Occidente allorché nel 476 venne deposto l’ultimo imperatore, Romolo Augusto, per mano di Odoacre, re degli Eruli. Il regno di Odoacre ebbe vita brevissima e il re dei Goti Teodorico, nel 493, rivendicò il controllo della città, dopo un lungo assedio. Il sovrano goto, che morì nel 526, si distinse per una politica di distensione soprattutto dal punto di vista religioso.
Divenuto imperatore d’Oriente Giustiniano I, egli avviò un programma politico mirato alla riconquista di quei territori dell’Impero Romano d’Occidente occupati da regni barbarici (Ostrogoti in Italia, Visigoti in Africa e Spagna). Per fare ciò diede l’avvio ad una offensiva militare nota come guerra gotica. Anche l’Italia rientrò ben presto sotto il controllo dell’impero d’Oriente. Giustiniano stabilì nella penisola un protettorato che ebbe sede a Ravenna, successivamente controllato da esarchi. Giustiniano, inoltre, si preoccupò di fare occupare il soglio vescovile ravennate da Massimiano, suo uomo di fiducia, che assunse, per volontà dell’imperatore e per la prima volta nella storia antica della chiesa, il ruolo di arcivescovo.
Nel 751 l’Esarcato cadde sotto l’offesiva dei Longobardi. Per volontà del re dei Franchi Pipino il Breve, la città nel 754 con il patto di Quierzy passò sotto il controllo del papa dando origine in tal modo al potere temporale della chiesa. Il patto di fatto non fu mai operativo in quanto i Longobardi rimasero in città fino al 756 e successivamente a tale data il potere fu esercitato dagli arcivescovi locali con l’appoggio dell’aristocrazia locale ed in forza di antichi privilegi che riconoscevano alla chiesa ravennate l’autocefalia e, quindi, l’indipendenza dal papato di Roma. I privilegi di cui gli arcivescovi godevano unitamente al potere e al prestigio portarono questi ultimi a posizioni di aperto scontro con i papi romani e appoggiarono gli imperatori, dagli Ottoni agli Svevi.
Ravenna ebbe un ordinamento comunale, prima sotto il controllo degli arcivescovi e successivamente fra le famiglie nobiliari che ambivano alla signoria. La prima cronologicamente fu la famiglia dei Traversari che resse Ravenna fino al 1275 a cui subentrò la famiglia dei Da Polenta. Fu in questi anni che Dante Alighieri trovò ospitalità a Ravenna e quivi morì per la malaria contratta durante un’ambasceria a Venezia per conto proprio della famiglia Da Polenta.
La signoria dei Da Polenta durò fino al 1441 anno in cui il controllo della città passò sotto il dominio veneziano. I veneziani governarono Ravenna fino al 1509.
Nel 1512, in occasione della guerra della Lega Santa, Ravenna fu teatro di scempio e sangue per la prima grande guerra con armeria moderna mai subita prima.
Successivamente passò sotto il controllo dello stato pontificio a cui rimarrà legata per i successivi 350 anni.
Dopo il momentaneo dominio napoleonico Ravenna torna nuovamente allo Stato Pontificio finché, nel 1859, in seguito ad un plebiscito, viene annessa al Regno di Sardegna, che diventerà dal 1861 Regno d’Italia.
Ravenna fu insignita del titolo di Città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione in quanto insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale.