VISITA ALLA MOSTRA SU LEONARDO A MILANO, AL CASTELLO SFORZESCO E ALLA CHIESA DI SAN MAURIZIO

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CHIESA DI SAN MAURIZIO AL MONASTERO MAGGIORE

San Maurizio al Monastero Maggiore è una chiesa di Milano, un tempo sede del più importante monastero femminile della città, appartenente all’ordine benedettino, collocata all’angolo tra via Luini e corso Magenta, di origine paleocristiana, ricostruita nel Cinquecento. È decorata internamente con un vasto ciclo affreschi di scuola leonardesca e viene indicata come la “Cappella Sistina” di Milano o della Lombardia.
Il monastero è documentato già in epoca carolingia e riutilizza in parte alcuni edifici romani; ancora oggi fanno parte del complesso una torre poligonale, resto delle antiche mura di Massimiano, e un’altra quadrata, che in origine faceva parte del circo romano.La costruzione della chiesa attualmente esistente ebbe inizio nel 1503, come è inciso su una pietra ritrovata nell’abside. Perduto qualsiasi documento inerente la sua progettazione, è attribuita dalla critica all’architetto e scultore Gian Giacomo Dolcebuono, coadiuvato dall’architetto Giovanni Antonio Amadeo, al tempo responsabili della costruzione del tiburio del duomo di Milano, e attivi anche alla certosa di Pavia e alla chiesa di Santa Maria presso San Celso. L’edificio fu completato in pochissimi anni, tanto che nel 1509 vi furono già collocate le prime lapidi sepolcrali[3]. Per ultima fu conclusa la facciata, nel 1574, da Francesco Pirovano.La chiesa, che comprendeva anche una cripta, oggi inserita nel percorso di visita del museo archeologico, fu concepita divisa in due parti, un’aula anteriore, pubblica, dedicata ai fedeli ed un’alula più grande, posteriore, riservata esclusivamente alle monache del monastero. Le monache non potevano in alcun modo oltrepassare la parete divisoria; le porte di comunicazione fra le due aule furono aperte solo successivamente alla soppressione del convento, nell’Ottocento. Esse potevano assistere allo svolgersi della funzione, che veniva officiata nell’aula dei fedeli, attraverso una grande grata posta nell’arcone sopra l’altare. A tale scopo nella chiesa conventuale il livello del pavimento è più alto di circa mezzo metro rispetto all’aula pubblica. La grata, che un tempo occupava tutto l’arco al di sopra dell’altare, fu ristretta alla fine del Cinquecento su ordine dell’arcivescovo Carlo Borromeo, per rendere più rigido il regime claustrale. Al suo posto fu collocata la pala d’Altare con L’adorazione dei magi oggi ancora in loco.L’imponente decorazione ad affresco, che rese celebre il tempio, lodato da Ruskin e da Stendhal, fu iniziata nel secondo decennio del cinquecento da autori della scuola di Leonardo da Vinci, impegnato in quegli anni a Milano alla Vergine delle Rocce, quali forse Giovanni Antonio Boltraffio.L’impresa maggiore fu finanziata dalla potente famiglia dei Bentivoglio, cui appartenevano Alessandro, governatore di Milano e figlio del Signore di Bologna Giovanni II Bentivoglio, e della moglie Ippolita Sforza, figlia di Carlo Sforza, un figlio illegittimo del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza. Quattro delle loro figlie furono destinate al convento di san Maurizio, e Alessandra ne fu per sei volte badessa. La commissione fu affidata all’artista maggiormente apprezzato dall’aristocrazia milanese del tempo, Bernardino Luini, che raffigurò i membri del casato Bentivoglio e la badessa Alessandra in vari affreschi a fianco dei santi patroni del convento.Gli affreschi delle cappelle laterali, quasi tutte in patronato a personaggi legati ai Bentivoglio, furono realizzati nel corso del Cinquecento. La maggior parte, insieme all’organo, si devono ad un intervento del 1555, probabilmente in adeguamento ai dettati del concilio di Trento.Il convento, fra i più vasti e ricchi della città, fu soppresso per decreto della Repubblica Cisalpina nel 1798. Fu successivamente adibito a caserma, scuola femminile, ospedale militare nel corso dell’Ottocento, quando fu abbattuto il chiostro maggiore e gli edifici connessi per l’apertura delle vie Luini e Ansperto. A seguito dei bombardamenti della II guerra mondiale, fu abbattuto anche il secondo chiostro, e il complesso fu adibito a sede del Civico museo archeologico di Milano.
La facciata è rivestita in pietra grigia di Ornavasso.All’interno, la navata unica è coperta a volta e bipartita in due spazi da un tramezzo che separa lo spazio delle monache, che assistevano alla messa da una grata, da quello dei fedeli. In entrambe le aule la navata è fiancheggiata da alcune piccole cappelle coperte da volta a botte, sormontate da una loggia a serliana.Sia la volta, che le pareti laterali, la parete divisoria e le cappelle sono ricoperte da affreschi realizzati nel corso del Cinquecento: notevoli sono gli influssi, oltre che della scuola lombarda, di quella forlivese, in particolare di Melozzo da Forlì, ma anche di Marco Palmezzano.

Aula dei fedeli

La parete divisoria è decorata con affreschi di Bernardino Luini del terzo decennio del XVI secolo, che affiancano una pala con l’Adorazione dei Magi del cremonese Antonio Campi (1578). Sono ritenuti completamente autografi, per la loro elevatissima qualità, le rappresentazioni di Sante e Angioletti al primo ordine, (Santa Cecilia e sant’Orsola a destra, Sant’Apollonia e santa Lucia a sinistra), le lunette sovrastanti con i Committenti attorniati da santi, e i due riquadri del terzo ordine con il Martirio di san Maurizio e San Sigismondo offre a san Maurizio il modello della chiesa. Il riquadro centrale, con l’Assunzione, di qualità inferiore nell’impostazione, è invece ritenuto di scuola.I due committenti, Alessandro Bentivoglio e Ippolita Sforza, sono ritratti abbigliati con sontuose vesti di corte, e con tratti giovanili, benché all’epoca fossero ormai sulla sessantina, attorniati dai santi che, ponendo loro una mano sulla spalla, indicano loro l’Eucarestia.Il sereno classicismo che pervade gli affreschi di mano di Bernardino, la monumentalità delle figure, la dolcezza dei passaggi chiaroscurali e dell’espressività dei volti, hanno portato molti critici ad ipotizzare una conoscenza diretta dell’arte di Raffaello acquisita attraverso un viaggio a Roma dell’artista, mentre alti ne sottolineano l’ascendenza leonardesca.La controfacciata è ornata da due affreschi di Simone Peterzano (1573).

Cappella della Resurrezione o Bergamina

Prima a sinistra, con il patronato della contessa Bergamina, sorella di Gian Paolo Sforza, genero di Alessandro Bentivoglio, venne affrescata da Aurelio e Giovan Pietro Luini, figli di Bernardino, dopo la metà del secolo;

Cappella di Santo Stefano o Carreto

seconda a sinistra: cappella di Santo Stefano, con patronato della famiglia Carreto, cui apparteneva Giovanni, marito di Ginevra Bentivolgio, fu affrescata intorno al 1550 probabilmente da Evangelista Luini, altro figlio di Bernardino, meno dotato degli altri fratelli

Cappella di San Giovanni Battista o Carreto

terza a sinistra, ancora con patronato della famiglia Carreto, affrescata intorno al 1545 da Evangelista Luini con Biagio e Giuseppe Arcimboldi, secondo la critica. Vi sono raffigurati, al centro, il Battesimo di Cristo, con evidenti citazioni da Leonardo, negli Angeli, e da Michelangelo, negli uomini che si spogliano in secondo piano, sulla parete sinistra, la nascita di san Giovanni e l’imposizione del nome, e a sinistra la Salomè con la testa del Battista.

Cappella della Deposizione o Bentivoglio

Quarta a sinistra, affrescata dopo la metà del cinquecento da Aurelio e Giovan Pietro Luini. Al centro è la deposizione dalla croce, scena che continua anche sulle pareti laterali. La posa di molte delle figure degli uomini che assistono alla deposizione sono tratte dal cenacolo di Leonardo, dipinta mezzo secolo prima.

Cappella di San Paolo o Fiorenza

Prima cappella destra, con patronato della famiglia Fiorenza, fu affrescata per ultima, nel 1571 dal pittore genovese Ottavio Semino, cui sono dovuti anche gli stucchi manieristi che la differenziano dalle altre. È dedicata a san Paolo; nella pala centrale, con La predica di san Paolo, mostra evidenti influssi michelangioleschi nell’impostazione delle figure. Sull’arcone, fra gli elaborati stucchi, sono gli affreschi con le personificazioni delle virtù teologali.

Cappella della Deposizione o Simonetta

Seconda cappella destra, a memoria di Bernardino Simonetta, vescovo di Perugia, imparentato con Ippolita Sforza, affrescata nel 1555 dai pittori lodigiani Furio e Callisto Piazza, cui è dovuta anche la tela centrale con la deposizione. Pregevole, nella lunetta soprastante, il San Francesco riceve le stimmate.

Cappella di Santa Caterina di Alessandria

Terza cappella destra, fu la prima delle cappelle laterali ad essere decorata, nel 1530, e costituisce l’ultima impresa di Bernardino Luini all’interno della chiesa. Fu commissionata dal notaio Francesco Besozzi, zio di Ippolita Sforza, che intendeva esservi sepolto, e che si fece ritrarre inginocchiato con santa Caterina che gli tiene una mano sulla spalla, sulla parete di fondo all’interno della scena principale. La scena è una rappresentazione del Cristo alla colonna, dove appunto un’imponente colonna richiama l’attenzione dello spettatore indirizzandola verso la patetica figura del Cristo, gocciolante di sangue, che viene slegato dai due aguzzini, al di sopra di un basamento dai motivi rinascimentali. Nonostante la crudezza della scena, l’espressione di Cristo è composta e rassegnata, secondo lo stile classico di Luini. Intervengono nella rappresentazione, come si è detto, santa Caterina che protegge il committente, e san Lorenzo alla destra. Completano la parete in alto la Negazione di Pietro e l’Incontro della Vergine con Giovanni.

Sulle pareti laterali sono le Storie di santa Caterina: Caterina è salvata dal supplizio della ruota per l’intervento di un angelo, e a destra la decapitazione della santa. Esse furono molto apprezzate al tempo per la resa della bellezza femminile secondo i canoni classici.

Cappella dell’Ecce Homo o Bentivoglio

La cappella a sinistra del presbiterio (che ricorda lo stesso Alessandro Bentivoglio e Giovanni Bentivoglio, suo nipote morto a 23 anni) fu affrescata dopo la metà del secolo da Aurelio e Giovan Pietro Luini.

Aula delle monache

L’aula destinata alle monache di clausura fu la prima ad essere affrescata, a partire dal secondo decennio del Cinquecento. L’affresco più antico è probabilmente quello che riveste la volta dell’arco del pontile addossato alla parete divisoria della chiesa, sopra il quale si radunavano le monache coriste. La volta è decorata con un fondo blu notte, punteggiato da stelle dorate, sul quale sono raffigurati i quattro evangelisti, angeli musicanti, e al centro un medaglione con il Padre Eterno benedicente. L’opera, di gusto ancora tardo quattrocentesco, è attribuita alla bottega di Vincenzo Foppa, e si distingue per la dolcezza delle figure rappresentate, oltre che per la vivacità dei colori.

Sull’arcone è dipinta anche un’annunciazione, visibile dal coro delle monache, con Maria al leggio all’estrema destra e l’Arcangelo annunziante sulla sinistra, di ispirazione leonardesca, forse riferibile a Boltraffio.

Matroneo con i tondi delle Sante di Antonio Boltraffio

Il loggiato superiore a serliane è decorato da tondi con immagini di Sante, opera di Giovanni Antonio Boltraffio oppure, più probabilmente, dall’anonimo pittore noto come “pseudo-Boltraffio”. Le sante, rappresentate come se si affacciassero effettivamente dai tondi dipinti sulle pareti divisorie delle serliane del matroneo, presentano una forte intensità somatica; per questo si è ipotizzato possa trattarsi di ritratti delle facoltose monache del convento. Sempre alla prima fase decorativa appartengono anche le coppie di santi a figura intera, che affiancano i tondi nelle lunette delle cappelle.

La decorazione proseguì nel secondo decennio del Cinquecento, con l’intervento di Bernardino Luini commissionato dai Bentivoglio, che qui realizzò un vasto ciclo dedicato alla Passione di Cristo nella parte inferiore della parete del tramezzo. L’opera appartiene alla maturità dell’artista, e ne mostra tutti i caratteri distintivi: i colori caldi e vivaci, il disegno morbido e delicato, le figure delineate secondo un’ideale di classica bellezza, rappresentati con espressioni e gesti pacati e composti. La rappresentazione si svolge da destra a sinistra, ed inizia con l’episodio dell’Orazione di Cristo nell’orto, in cui sono inclusi anche i discepoli addormentati, e Giuda che guida i soldati. Prosegue con l’Ecce Homo, dove Pilato abbigliato con sontuose vesti regali indica Cristo deriso dai soldati con espressioni grottesche. Seguono le lunette con l’Ascesa al Calvario e la Deposizione dalla croce. In quest’ultima scena, il personaggio all’estrema destra dalle preziose vesti ricamate in oro è riconosciuto un membro dei Bentivoglio. Alla Sepoltura di Cristo, ridotta in basso nell’Ottocento per l’apertura della porta, assiste invece una monaca, probabilmente la badessa Alessandra. Il ciclo termina a sinistra con la Resurrezione, con il Cristo trionfante nella lunetta e in basso i soldati spaventati, ed il Noli me tangere. Nella parte centrale del tramezzo, ove sono la grata, e le due piccole aperture destinate al passaggio della comunione e all’adorazione dell’Eucarestia, Luini rappresenta delicate figure di Sante, vivaci Angioletti, e i Santi Rocco e Sebastiano.Alla seconda metà del Cinquecento appartengono gli ultimi affreschi, dell’aula, realizzati dai figli di Bernardino in stretta collaborazione: Giovan Pietro, Evangelista e Aurelio. Ai primi due sono attribuite le scene dipinte sulla parete di fondo con la Deposizione dalla croce, la Flagellazione, l’Ultima Cena e la Cattura, e le due scene dipinte sulla parete divisoria sopra l’arcone. Lo stile dei due pittori è tradizionale e pacato. Si distingue invece lo stile del figlio minore, Aurelio, di ispirazione fiamminga, che dipinge episodi con grande attenzione ai particolari e vocazione aneddotica, rendendo le scene particolarmente vivaci e movimentate, come si può vedere nelle Storie dell’arca di Noè e di Adamo ed Eva, dipinte nelle due cappelle di fondo, e nella scena con l’Adorazione dei Magi, a sinistra sopra l’arcone della parete divisoria.

CASTELLO SFORZESCO

Castello Sforzesco è uno dei principali simboli di Milano e della sua storia.[1] Fu costruito nel XV secolo da Francesco Sforza, divenuto da poco Duca di Milano, sui resti di una precedente fortificazione risalente al XIV secolo nota come Castrum Porte Jovis (Castello di porta Giovia o Zobia), e nei secoli ha subito notevoli trasformazioni. Fra il Cinquecento e il Seicento era una delle principali cittadelle militari d’Europa; restaurato in stile storicista da Luca Beltrami tra il 1890e il 1905, ora è sede di importanti istituzioni culturali e meta turistica. È uno dei più grandi castelli d’Europa.

La costruzione di una fortificazione con funzioni prettamente difensive fu avviata nella seconda metà del Trecento dalla dinastia viscontea, che deteneva la signoria di Milano da quasi un secolo, da quando nel 1277 l’arcivescovo Ottone Visconti aveva sconfitto nella battaglia di Desio e cacciato da Milano il precedente Signore, Francesco Mucillo. Nel 1354 l’arcivescovo Giovanni Visconti, morendo, lasciò in eredità il ducato ai tre nipoti Matteo II, Galeazzo II e Bernabò. Tra il 1360 e il 1370 Galeazzo Visconti fece costruire, a cavallo delle mura della città, in corrispondenza della Porta Giovia (o Zobia) una fortificazione detta, appunto, Castello di Porta Giovia, dal nome dell’antico ingresso della cinta delle mura romane dedicato a Giove.L’edificio venne ampliato dai suoi successori: Gian Galeazzo Visconti, che divenne nel 1395 il primo duca di Milano, Giovanni Maria e Filippo Maria, che per primo trasferì la corte stabilmente nel castello dal palazzo ducale che sorgeva presso il duomo (l’odierno palazzo reale). Il risultato è un castello a pianta quadrata, con i lati lunghi 200 m, e quattro torri agli angoli, di cui le due rivolte verso la città particolarmente imponenti, con muri perimetrali spessi 7 m. La costruzione divenne così dimora permanente della dinastia viscontea, per essere poi distrutta nel 1447 dalla neonata Aurea Repubblica Ambrosiana, fondata dai nobili milanesi dopo l’estinzione della dinastia viscontea avvenuta con la morte senza eredi legittimi del duca Filippo Maria.Fu il capitano di ventura Francesco I Sforza ad avviarne la ricostruzione nel 1450 per farne la sua residenza, dopo aver abbattuto la Repubblica ed essersi impadronito di Milano quale marito di Bianca Maria Visconti. Non essendo di nobili origini, e non avendo quindi un proprio blasone, mantenne quale stemma del proprio casato la vipera viscontea. All’epoca gli era pari solo il castello Het Steen di Anversa.[3] Nel 1452 Filarete venne ingaggiato dal duca per la costruzione e la decorazione della torre mediana, che difatti tuttora viene chiamata Torre del Filarete, cui successe l’architetto militare Bartolomeo Gadio. Alla morte di Francesco Sforza, gli successe il figlio Galeazzo Maria che fece continuare i lavori dall’architetto Benedetto Ferrini. in questi anni fu avviata una grande campagna di affreschi delle sale della corte ducale, affidata ai pittori del ducato, di cui l’esempio più pregevole è la cappella ducale cui lavorò Bonifacio Bembo. Nel 1476, sotto la reggenza di Bona di Savoia, fu costruita la torre omonima.

Il castello nel XVI secolo

Nel 1494 salì al potere Ludovico il Moro e il castello divenne sede di una delle corti più ricche e fastose d’Europa, alla realizzazione della quale furono chiamati a lavorare artisti come Leonardo da Vinci (che affrescò diverse sale dell’appartamento ducale, insieme a Bernardino Zenale e Bernardino Butinone) e il Bramante (forse per una ponticella per collegare il castello alla cosiddetta strada coperta), mentre molti pittori affrescarono la sala della balla illustrando le gesta di Francesco Sforza[4]. Di Leonardo resta in particolare la pittura di Intrecci vegetali con frutti e monocromi di radici e rocce nella Sala delle Asse, del 1498, mentre nulla rimane del colossale monumento equestre a Francesco Sforza, distrutto dai Francesi prima di essere completato.

Negli anni a seguire il castello fu infatti danneggiato dai continui attacchi che francesi, milanesi e truppe germaniche si scambiarono; fu aggiunto un baluardo allungato chiamato “tenaglia” che dà il nome alla porta vicina e progettato forse da Cesare Cesariano, ma nel 1521 la Torre del Filarete esplose, perché un soldato francese fece per sbaglio esplodere una bomba dopo che la torre fu adibita ad armeria. Ritornato al potere e al castello, Francesco II Sforza ristrutturò e ampliò la fortezza, adibendone una parte a sontuosa dimora della moglie Cristina di Danimarca.

Sotto gli spagnoli e gli Asburgo

Passato sotto il dominio spagnolo, il castello nel 1535 (governatore Antonio de Leyva) perse il ruolo di dimora signorile, che passò al Palazzo Ducale, e divenne il fulcro della nuova cittadella, sede delle truppe militari iberiche: la guarnigione era una delle più grandi d’Europa, variabile da 1000 a 3000 uomini, con a capo un castellano spagnolo. Nel 1550 cominciarono i lavori per il potenziamento delle fortificazioni, con l’aiuto di Vincenzo Seregni: fu costruito un nuovo sistema difensivo di pianta prima pentagonale e poi esagonale (tipica della fortificazione alla moderna): una stella a sei punte portate poi a 12 con l’aggiunta di apposite mezzelune. Le difese esterne raggiunsero così la lunghezza complessiva di 3 km, e coprivano un’area di circa 25,9 ettari. Le antiche sale affrescate furono adibite a falegnameria e a dispense, mentre nei cortili furono costruiti pollai in muratura. All’inizio del Seicento l’opera fu completata con fossati, che separarono completamente il castello dalla città, e la “strada coperta”.Quando la Lombardia passò dalla Spagna agli Asburgo d’Austria, per mano del grande generale Eugenio di Savoia, il castello conservò la propria destinazione militare. L’unica nota artistica del dominio austriaco è la statua di San Giovanni Nepomuceno, protettore dell’esercito austriaco, posta nel cortile della Piazza d’armi.

Le modifiche napoleoniche

Con l’arrivo in Italia di Napoleone, l’Arciduca Ferdinando d’Austria abbandonò il 9 maggio 1796 la città, lasciando al Castello una guarnigione di 2.000 soldati, sotto il comando del tenente colonnello Lamy, con 152 cannoni e buone scorte di polvere, fucili e foraggiamenti. Respinto un primo, velleitario, attacco di un gruppo di Milanesi filo-giacobini, subì l’assedio francese, protratto dal 15 maggio alla fine di giugno. In un primo tempo Napoleone ordinò di ripristinarne le difese, per alloggiarvi una guarnigione di 4000 uomini. Nell’aprile 1799 questa dovette subire l’assedio delle rientranti truppe austro-russe ma, già un anno dopo, all’indomani di Marengo, il dominio francese venne ristabilito.Già nel 1796 era stata presentata una prima petizione popolare, che richiedeva l’abbattimento del castello, interpretato quale simbolo della ‘antica tirannide’. Con decreto del 23 giugno 1800 Napoleone ne ordinò, in effetti, la totale demolizione. Essa venne realizzata a partire dal 1801, solo in parte per le torri laterali e in toto per i bastioni spagnoli, esterni al palazzo sforzesco, di fronte alla popolazione esultante.Nel 1801 venne presentato dall’architetto Antolini un progetto per il rimaneggiamento del castello in forme vistosamente neo-classiche, con un atrio a dodici colonne e circondato dal primo progetto di Foro Buonaparte: una piazza circolare di circa 570 metri di diametro, circondata da una sterminata serie di edifici pubblici di forme monumentali (le Terme, il Pantheon, il Museo Nazionale, la Borsa, il Teatro, la Dogana), collegati da portici sui quali si sarebbero aperti magazzini, negozi ed edifici privati. Esso venne respinto da Napoleone, il 13 luglio dello stesso anno, perché troppo costoso e, in effetti, sproporzionato ad una città di circa 150 000 abitanti.

Venne quindi ripreso in considerazione un secondo progetto, presentato dal Canonica, che limitava l’intervento alla sola parte rivolta verso via Dante (che porta comunque il nome dell’ambizioso progetto: Foro Bonaparte) mentre la vasta area retrostante venne adibita a piazza d’armi, coronata, anni più tardi, dall’Arco della Pace, opera del Cagnola, a quel tempo dedicato a Napoleone.

Dopo Napoleone

Pochi anni a seguire, nel 1815, Milano e il Regno Lombardo-Veneto, furono annessi nell’Impero d’Austria, sotto il dominio dagli austriaci del Bellegarde e il castello arricchito di cortine, passaggi, prigioni e fossati, divenne tristemente famoso perché durante la rivolta dei milanesi nel 1848 (le cosiddette Cinque giornate di Milano), il maresciallo Radetzky darà ordine di bombardare la città proprio con suoi cannoni. Durante i tragici avvenimenti delle guerre d’indipendenza italiane, gli austriaci si ritirarono per qualche tempo e i milanesi ne approfittarono per smantellare parte delle difese rivolte verso la città. Quando nel 1859 Milano è definitivamente in mano sabauda e dal 1861 parte del Regno d’Italia la popolazione invade il castello, derubando e saccheggiando in segno di rivalsa.Circa 20 anni dopo il castello fu oggetto di dibattito: molti milanesi proposero di abbatterlo per dimenticare i secoli di giogo militare e soprattutto per costruire un quartiere residenziale estremamente lucroso. Tuttavia prevalse la cultura storica e l’architetto Luca Beltrami lo sottopose a un restauro massiccio, quasi una ricostruzione, che ebbe come scopo far tornare il castello alle forme della signoria degli Sforza. Restauro che terminò nel 1905, quando venne inaugurata la Torre del Filarete, ricostruita in base a disegni del XVI secolo e dedicata a re Umberto I di Savoia, assassinato pochi anni prima. La torre costituisce anche il fondale prospettico della nuova via Dante.Nella vecchia piazza d’armi vengono inoltre messe a dimora centinaia di piante nel nuovo polmone verde cittadino, il Parco del Sempione, giardino paesaggistico in stile inglese. Il Foro Bonaparte è ricostruito a scopo residenziale anteriormente al castello.

Nel corso del XX secolo il castello viene danneggiato e ristrutturato dopo la seconda guerra mondiale; negli anni novanta fu costruita in piazza castello una grande fontana ispirata ad una precedentemente installata sul posto che venne smantellata negli anni sessanta durante i lavori per la costruzione della prima linea della metropolitana e non più rimessa dopo il termine dei lavori.Nel 2005 si è concluso l’ultimo restauro di cortili e sale.

Descrizione

Demolita, come si è detto, nel corso dell’Ottocento, la cinta di fortificazioni più esterna, detta “Ghirlanda”, ciò che oggi si vede del castello è la parte più antica, di edificazione trecentesca e quattrocentesca. Questa struttura ha pianta quadrata, con lati della lunghezza di duecento metri circa. I quattro angoli sono costituiti da torri, ciascuna orientata secondo uno dei punti cardinali. Le torri Sud e Est, che incorniciano la facciata principale verso il duomo, hanno forma cilindrica, mentre le altre due, che incorniciano la facciata verso il parco, hanno pianta quadrata e sono dette “Falconiera” la Nord e “Castellana” la Ovest. Tutto il perimetro è ancora circondato dall’antico fossato, ora non più allagato.La facciata che pospetta verso il centro della città fu edificata alla metà del quattrocento durante la ricostruzione voluta dal Duca Francesco. Di tale periodo conservano il loro aspetto originario le due torri laterali rotonde, rivestite di bugnato a punta di diamante, che furono utilizzate nel corso dei secoli come prigioni, e dalla fine dell’Ottocento ospitano cisterne dell’acquedotto. Al loro interno si conservano ancora tracce delle segrete dove venivano rinchiusi i patrioti durante il periodo risorgimentale. Le merlature medioevali sono frutto del restauro ottocentesco; esse erano state infatti abbattute per far posto ai grandi cannoni e alle artiglierie che erano issate sulla cima delle torri e rivolte a minaccia della città, nei secoli in cui il castello ospitava la guarnigione austriaca, come si può vedere dai dipinti dell’epoca.

La torre del Filarete

La torre centrale, la più alta del castello, che ne costituisce l’ingresso principale, è detta Torre del Filarete, dal nome dell’architetto toscano chiamato a progettarla dal Duca Francesco I. Distrutta da uno scoppio all’inizio del sedicesimo secolo, fu ricostruita nei primi anni del Novecento al posto dell’originale scomparsa. La ricostruzione fu affidata all’architetto Luca Beltrami, e avvenne sulla base di raffigurazioni antiche quali furono rinvenute nello sfondo di una Madonna con Bambino di scuola leonardesca[8] oggi custodito all’interno del Castello, e di un antico affresco presente nella Cascina Pozzobonelli, oltre che sull’esempio di costruzioni coeve quali la torre del Castello Sforzesco di Vigevano. Nella struttura ricalca infatti gli elementi di quest’ultima, pur essendo edificata con proporzioni differenti che le conferiscono un aspetto più massiccio. Il poderoso maschio che ne costituisce la base, a pianta quadrata, è sormontato da un’alta fascia di merlature aggettante su mensole in pietra, che reggono i merli a coda di rondine. Su questo corpo, coperto da un tetto, se ne eleva un secondo più stretto, sempre terminante a merli ghibellini, sul quale Beltrami disegnò un orologio con al centro la cosiddetta “razza” viscontea, sole radiante che costituisce l’impresa di Gian Galeazzo Visconti, primo Duca di Milano. Segue un terzo corpo, sempre a base quadrangolare, con un’arcata a tutto sesto che si apre al centro di ogni lato che permette di vedere le campane contenute. A coronamento di tutto, una loggetta ottagonale sorregge un cupolino tondeggiante. A decorazione della torre fu posto, immediatamente sopra l’arcone d’ingresso, un bassorilievo in marmo di Candoglia con re Umberto I a cavallo, il sovrano assassinato presso la reggia di Monza nel 1901, cui fu dedicata la torre alla sua inaugurazione di tre anni successiva. Al di sopra è invece una statua di sant’Ambrogio nella sua iconografia tradizionale con le vesti arcivescovili e la frusta, affiancato dagli stemmi dei sei duchi di Milano della dinastia sforzesca: Francesco I, Galeazzo Maria, Gian Galeazzo, Ludovico il Moro, Massimiliano e Francesco II.

La fronte posteriore e la “ponticella di Ludovico il Moro”

La facciata posteriore è la più antica, trovandosi in corrispondenza dei fabbricati di epoca trecentesca innalzati da Galeazzo Visconti. È divisa in due dalla Porta del Barco, come era detta la zona boschiva situata nell’area dell’attuale corso Sempione, adibita a riserva di caccia. Sul fianco destro del Castello si apre la Porta dei Carmini, mentre più indietro si trova la cosiddetta Ponticella di Ludovico il Moro, una struttura a ponte che collegava gli appartamenti ducali alle mura esterne oggi scomparse. Le sue linee esterne, di purezza geometrica e grazia rinascimentale, si staccano nettamente dal resto della costruzione. Il suo progetto è infatti attribuito, pur senza riscontri certi, a Donato Bramante, che fu alla corte del Moro dalla fine degli anni settanta del Quattrocento. La sua fronte principale è costituita da una lunga loggia che ne occupa l’intera lunghezza, con un’alta trabeazione retta da esili colonnette in pietra liscia. Nelle salette di questo ponte narrano le cronache dell’epoca che si rinchiuse Ludovico a seguito del lutto per l’amatissima moglie Beatrice d’Este, chiamate poi per questo motivo “Salette Nere”.

Sul fianco sinistro, oltre la Porta di Santo Spirito, si trovano invece i resti di un rivellino che apparteneva alle fortificazioni della Ghirlanda, i cui resti sono in parte visibili anche nel lato prospettante su Parco Sempione.

La piazza d’armi

Il quadrilatero attuale del castello racchiude tre corti distinte: l’ampia piazza d’armi, così detta perché destinata ad accogliere le truppe di stanza nel castello, il cortile della rocchetta e la corte ducale, che costituivano invece l’effettiva residenza dei duchi prima,e poi dei governatori. Le due corti sono separate dalla piazza d’armi dal fossato morto, parte dell’antico fossato medievale in corrispondenza del quale sono le fondazioni del castello di porta Giovia.Il lato sinistro della piazza d’armi è occupato dal cosiddetto Ospedale spagnolo, fabbricato  costruito nel 1576 per il ricovero dei castellani infetti da peste, restaurato nel corso del 2015 allo scopo di trasferirvi la Pietà Rondanini di Michelangelo. Il lato destro della piazza è invece adibito ad esposizione di reperti della Milano di epoca rinascimentale. In particolare sono stati qui rimontati i prospetti di due edifici quattrocenteschi demoliti all’inizio del novecento. Il prospetto sulla destra della porta dei carmini, con un portico a colonne e due sovrastanti piani con finestre ad arco, proviene dalla Malastalla, come erano dette le antiche prigioni milanesi, soprattutto destinate agli insolventi, poste in Via Orefici, soppresse nel 1787 quando i carcerati furono trasferiti nel Palazzo del Capitano di Giustizia[10]. Il prospetto con le sue originali decorazioni in cotto fu qui trasferito negli anni trenta a seguito della demolizione dell’antico fabbricato delle prigioni. Il prospetto a fianco invece apparteneva ad una dimora quattrocentesca di Via Bassano Porrone, distrutta nel 1902 con la risitemazione del Cordusio[11].

La Rocchetta

Al centro della piazza d’armi è la statua barocca di san Giovanni Nepomuceno, mentre al suo fianco una porta introduce al cortile della Corte Ducale, di forma rettangolare e con un porticato sui tre lati. Dal lato opposto vi è invece la Rocchetta, la parte del castello più inespugnabile nella quale gli Sforza si rifugiavano in caso di attacco. È costituita da una corte quadrata, con quattro lati dell’altezza di cinque piani. Originariamente aveva un solo ingresso, costituito da un ponte levatoio che scavalca il fossato morto permettendo l’accesso dalla piazza d’armi. Lo stretto passaggio verso la corte ducale fu aperto solo successivamente. I quattro lati della corte non sono uniformi né per stile e decorazione, né per epoca di costruzione. Le prime due cortine a sorgere furono quelle verso l’esterno del castello, e presentano un prospetto omogeneo. Un ampio portico corre a pian terreno sostenuto da colonne in pietra che reggono arcate a tutto sesto, mentre al di sopra si elevano tre ordini di finestre: una prima fascia di piccole aperture rettangolari, seguita da una fascia di ampie monofore ad ogiva ed un’ultima di monofore in scala minore, entrambe con cornici in cotto. Le ultime due ali, aggiunte all’epoca del Moro, presentano prospetti differenti: il lato verso la corte ducale è anch’esso porticato, presenta un quarto ordine di aperture, mentre il lato verso la piazza d’armi, non porticato, è caratterizzato da una fascia di archetti sostenuti da mensole in pietra. I recenti restauri hanno portato alla luce le originali decorazioni a graffio dell’intonaco delle facciate, e le cornici ad affresco delle aperture che simulano decorazioni in cotto. Di particolare bellezza sono gli affreschi a motivi decorativi sulle volte, ed i capitelli in pietra. Fra le decorazioni rinascimentali, essi presentano stemmi con le varie imprese dei Visconti e degli Sforza, fra cui:La colombina col motto “A bon droit” (a buon diritto), la cui invenzione è attribuita a Francesco Petrarca che fu ambasciatore di Gian Galeazzo, come augurio di pace e legalità per il ducato.La rocchetta è difesa da due torri: La torre di Bona di Savoia, fra la rocchetta e la piazza d’armi, e la torre del tesoro o della Castellana, all’angolo ovest del castello. La torre detta di Bona fu costruita nel 1477, durante la reggenza della duchessa piemontese rimasta vedova a seguito dell’assassinio del marito avvenuto il 26 dicembre dell’anno precedente, come è ricordato sul grande stemma in marmo apposto sulla torre. Essa appartiene alle opere di difesa costruite nel periodo di incertezza politica coincidente con il governo di Cicco Simonetta e della duchessa Bona, per conto del figlio Gian Galeazzo di soli sette anni. All’angolo opposto, la torre della Castellana fu detta anche del Tesoro in quanto nelle sale al piano terreno veniva appunto custodito il tesoro del ducato, consistente in monete e metalli preziosi, opere di oreficeria e gioielli descritti dagli ambasciatori dell’epoca che ne erano ammessi alla visita. A custodire la sala è un affresco con la figura di Argo, mitologico guardiano che non dormiva mai, chiudendo solo due alla volta dei suoi cento occhi. L’opera rinascimentale, che ha purtroppo perso la testa durante un rifacimento della volta della sala, risale alla fine del quattrocento ed è stata variamente attribuita a Bramante o al suo allievo Bramantino.

La Corte Ducale

Gli appartamenti dei Duchi ed il fulcro della vita di corte in epoca rinascimentale erano situati in quella che oggi è detta Corte Ducale. La corte ha forma a U, e occupano l’area nord del castello. Essa fu edificata e decorata nella seconda metà del Quattrocento principalmente ad opera di Galeazzo Maria Sforza, che qui venne a risiedere a seguito del suo matrimonio con Bona nel 1468 fino alla sua morte, e di Ludovico il Moro che vi risiedette durante tutto il ventennio del suo ducato. Benché danneggiata e alterata nei quattro secoli successivi in cui fu trasformata in caserma, i restauri ottocenteschi ne hanno ricostruito l’aspetto e le decorazioni rinascimentali. i due lati più lunghi del cortile si presentano ricoperti da intonaco chiaro con decorazioni a graffio, su cui si aprono sui due piani monofore a ogiva con cornici in cotto decorate, restaurate sulla base dei calchi delle cornici meglio conservate.La parete di fondo è occupata dal cosiddetto Portico dell’Elefante, un armonioso porticato retto da colonne in pietra che ospita uno sbiadito affresco raffigurante animali esotici fra cui un leone e, appunto, un elefante. Sotto il portico è oggi posta la lapide, in caratteri latini, che sorgeva di fronte alla “Colonna infame” nell’odierna piazza Vetra, costruita nel 1630 e demolita nel 1778. La colonna fu eretta sul luogo della casa di Gian Giacomo Mora, ingiustamente accusato di avere diffuso la peste come “untore”, e per questo torturato e giustiziato, come fu descritto da Alessandro Manzoni nella sua Storia della colonna infame.L’accesso al secondo piano avviene attraverso una scalinata posta a fianco della porta del Barco, costruita a piccole rampe in modo da poter essere percorsa anche a cavallo, che conduce alla Loggia di Galeazzo Maria, un elegante loggiato retto da eleganti ed esili colonnine, aperto sulla corte. Sul muraglione che divide la corte ducale dalla Rocchetta, è una piccola fontanella di gusto rinascimentale decorata con le imprese sforzesche e Viscontee. Un’atra fontana, a doppia vasca, in cotto, si trova nel cortiletto omonimo, scolpita su modello di un’acquasantiera della collegiata di Bellinzona.

LA MOSTRA SU LEONARDO DA VINCI A PALAZZO REALE

VICENZA, IL TEATRO OLIMPICO E LA MOSTRA ” DA TUTANKHAMON A VAN GOGH” 10/05/2015

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VICENZA

Gli studiosi sono concordi nel ritenere che il primo insediamento, alla confluenza dei fiumi Astico (poi Bacchiglione) e Retrone, sia originato da popolazioni paleovenete che in precedenza vivevano sui Colli Berici e nella valle del Lago di Fimon, almeno a partire dal VI secolo a.C.[18]. Mai asserviti dai popoli circostanti, di cui pure subirono l’influenza culturale, nel II secolo a.C. entrarono nell’orbita di Roma e ottennero la cittadinanza romana nel 49 a.C.Completamente ridisegnata in quegli anni nel suo impianto urbanistico, ancora molto evidente, e dotata delle prime mura, durante il primo periodo imperiale, la città prosperò: lo attestano i resti del Teatro Berga, dei ponti (demoliti ma documentati a fine Ottocento), dell’acquedotto in frazione Lobbia, del Foro sotto Palazzo Trissino e di domus patrizie sotto la piazza del Duomo, con un criptoportico romano ben conservato, scoperto dopo i bombardamenti avvenuti nella città durante la Seconda guerra mondiale.Il cristianesimo si è diffuso in Vicenza probabilmente verso la fine del III secolo[18]. Alla fine del IV o agli inizi del V secolo risale la costruzione sia di una basilica fuori dalle mura, dedicata ai santi Felice e Fortunato, sia di una chiesa cittadina che diverrà poi la cattedrale.Non sembra che in epoca tardo-antica la città sia stata devastata da invasioni barbariche (da Paolo Diacono viene citato solo un saccheggio da parte degli Unni).Il Museo naturalistico e archeologico di Santa Corona e il Museo diocesano di Vicenza conservano importanti reperti risalenti alle origini della città.
Nel 568 fu occupata dai Longobardi (secondo Paolo Diacono fu occupata dallo stesso Alboino) e subito eretta a sede ducale. Durante i circa tre secoli del periodo longobardo e del successivo periodo carolingio Vicenza rivestì un ruolo regionale di un certo rilievo e nel 589 ebbe il suo primo vescovo, Oronzio.Durante il Medioevo a Vicenza trovarono sede molti benedettini che si occuparono, tra l’altro, della bonifica del territorio. La città in origine sorgeva infatti su un terreno acquitrinoso e subito a nord confinava con un lago che andò progressivamente prosciugandosi durante l’epoca medievale. La presenza di due corsi d’acqua (gli attuali Bacchiglione e Retrone) e la scarsa elevazione del terreno favorirono il verificarsi di frequenti alluvioni fino ad epoche recenti.Nel 1184 dei sicari al soldo dei grandi feudatari assassinarono sulla piazza del Duomo il vescovo Giovanni Cacciafronte, che venne poi beatificato da papa Gregorio XVI. Dopo essere stata sotto il controllo di Ezzelino II il Monaco nel 1211, la città finì sotto l’egida degli scaligeri, cui si deve la costruzione delle mura trecentesche, la trasformazione in torre del campanile della basilica dei SS. Felice e Fortunato e il conio dell’unica moneta cittadina, l’aquilino d’argento.
Dal 1404 al 1797, donando nel 1414 le chiavi della città a Venezia (come fecero altre città venete e lombarde) entrò a far parte della Repubblica Serenissima Veneta con la sua capitale o dominante Venezia. Seguirono quattro secoli di pace e benessere, in cui le arti raggiunsero livelli eccelsi e l’economia prosperò.Il 12 giugno 1486 gli ebrei furono espulsi da Vicenza e, per sopperire alle richieste di prestiti di denaro, fu istituito contemporaneamente il Monte di Pietà.Il Cinquecento fu il secolo del grande architetto tardo-rinascimentale Andrea Palladio. Giunto giovane a Vicenza dalla nativa Padova, preso a cuore dal mecenate vicentino Gian Giorgio Trissino che lo fece studiare, Palladio si rivelò come una delle personalità più influenti nella storia dell’architettura occidentale.Le numerose famiglie nobili vicentine (i Porto, i Valmarana, i Thiene, i Trissino solo per citarne alcune) commissionarono a Palladio numerosi palazzi in città nonché altrettante ville che ridisegnarono completamente la scenografia vicentina. Tra le opere principali la Basilica Palladiana nella centrale Piazza dei Signori, il Teatro Olimpico, Palazzo Chiericati e Villa Capra detta la Rotonda posta appena fuori dall’abitato. La tradizione palladiana venne continuata da Vincenzo Scamozzi e da altri architetti fino al XVIII secolo.Sono poche in città le testimonianze del Barocco: tra queste va segnalata la Chiesa di Santa Maria in Araceli, progettata dall’architetto Guarino Guarini, nei cui altari erano collocati dipinti di Giambattista Tiepolo e del Piazzetta, e la Basilica di Monte Berico.
Con l’arrivo dei francesi nel 1797 e la caduta della Repubblica di Venezia, nel Veneto si assistette ad un cambio epocale. Il sistema politico basato sull’oligarchia del patriziato veneziano era considerato talmente superato che, quando il Congresso di Vienna restaurò l’ordine precedente, neppure prese in considerazione la rinascita della Serenissima. Dopo pochi mesi di occupazione (dall’aprile 1797 al gennaio 1798) a Vicenza e nel Veneto, in base agli accordi del Trattato di Campoformio, ai francesi subentrarono gli austriaci, che abrogarono molte delle decisioni prese dalla Municipalità provvisoria e riportarono in vigore la situazione precedente all’invasione napoleonica. I francesi ritornarono nuovamente in città per pochi mesi tra il 1800 e il 1801, ma la Pace di Luneville ridiede Vicenza e il Veneto agli austriaci. Il 4 novembre 1805, per la terza volta, in seguito alla pace di Presburgo che ridiede il Veneto, l’Istria e la Dalmazia alla Francia, le armate di Napoleone rientrarono in Vicenza, che venne annessa al Regno d’Italia – parte dell’Impero francese – e vi rimase fino al novembre 1813.Sconfitto Napoleone nella battaglia di Lipsia, il 5 novembre 1813 gli austriaci rientrarono a Vicenza e questa volta vi si insediarono stabilmente. L’occupazione fu ratificata dal Congresso di Vienna e nel 1816 tutta la regione – e con essa Vicenza – fu inclusa nel nuovo stato, il Regno Lombardo-Veneto, facente parte dell’Impero austriaco.Nel 1848 scoppiò in tutta Europa una serie di moti rivoluzionari. Da marzo le rivolte divamparono anche nel Lombardo Veneto, dove insorsero Milano e Venezia. Il 23 maggio, il feldmaresciallo Josef Radetzky attaccò Vicenza per reprimere l’insurrezione che erano iniziate anche nel territorio berico. I volontari vicentini e le truppe pontificie giunte in loro soccorso, guidati dal comandante Giovanni Durando, riuscirono a bloccare gli austriaci facendoli ritirare a Verona. La notizia dell’eroica impresa fece il giro delle città insorte. Il 10 giugno Radetzky attaccò nuovamente la città con 30.000 soldati e 50 cannoni. La sproporzione era enorme (a difendere la città erano in 11.000 tra volontari e soldati con due soli cannoni) e gli austriaci riuscirono a posizionare i cannoni su Monte Berico, minacciando il bombardamento della città: Vicenza era ormai indifendibile. Radetzky però rimase impressionato dal coraggio e dalla caparbietà dei difensori berici e venne accordata loro la resa con l’onore delle armi, consentendo ai combattenti di lasciare la città senza essere presi prigionieri.Con la Terza guerra di indipendenza del 1866 le truppe austriache abbandonarono la città e il mattino entrarono quelle italiane del generale Cialdini.Nello stesso ottobre il Re Vittorio Emanuele II, giunse a Vicenza per consegnare la prima Medaglia d’Oro al Valor Militare per l’eroismo dimostrato dai patrioti nel difendere la città.

IL TEATRO OLIMPICO

Il Teatro Olimpico è un teatro progettato dall’architetto rinascimentale Andrea Palladio nel 1580 e sito in Vicenza. È il primo e più antico teatro stabile coperto dell’epoca moderna.La realizzazione del teatro, all’interno di un preesistente complesso medievale, venne commissionata a Palladio dall’Accademia Olimpica per la messa in scena di commedie classiche. La sua costruzione iniziò nel 1580 e venne inaugurato il 3 marzo 1585, dopo la realizzazione delle celebri scene fisse di Vincenzo Scamozzi. Tali strutture lignee sono le uniche d’epoca rinascimentale ad essere giunte fino a noi, peraltro in ottimo stato di conservazione.Il teatro è tuttora sede di rappresentazioni e concerti ed è stato incluso nel 1994 nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, come le altre opere palladiane a Vicenza.
Il Teatro Olimpico costituisce l’ultima opera dell’architetto Andrea Palladio ed è considerato uno tra i suoi più grandi capolavori, assieme a Villa Capra detta la Rotonda, alla Basilica Palladiana e al vicino Palazzo Chiericati. Il celebre architetto veneto, rientrato da Venezia nel 1579, riportò in quest’opera gli esiti dei suoi lunghi studi sul tema del teatro classico, basati sull’interpretazione del trattato De architectura di Vitruvio e sull’indagine diretta dei ruderi dei teatri romani, ancora visibili all’epoca (in particolare del Teatro Berga di Vicenza).Il teatro venne commissionato a Palladio dall’Accademia Olimpica di Vicenza, nata nel 1555 con finalità culturali e scientifiche, tra le quali la promozione dell’attività teatrale. Tra i membri fondatori dell’Accademia vi era lo stesso architetto, che per essa progettò numerosi allestimenti scenici provvisori in vari luoghi della città, com’era d’uso all’epoca, fino a che nel 1579 l’Accademia ottenne dalla municipalità la concessione di un luogo adatto ove poter realizzare stabilmente un proprio spazio scenico, all’interno delle prigioni vecchie del Castello del Territorio. Il contesto era una vecchia fortezza di impianto medioevale, più volte rimaneggiata e utilizzata nel tempo anche come prigione e polveriera prima del suo abbandono.La costruzione del teatro iniziò nel 1580, lo stesso anno in cui Palladio morì, ma i lavori furono perseguiti sulla base dei suoi appunti dal figlio Silla e si conclusero nel 1584, limitatamente alla cavea completa di loggia e al proscenio.Si pose dunque il problema di realizzare la scena “a prospettive”, che era stata prevista fin dal principio dall’Accademia ma di cui Palladio non aveva lasciato un vero progetto. Venne quindi chiamato Vincenzo Scamozzi, il più importante architetto vicentino dopo la morte del maestro. Scamozzi disegnò le scene lignee, di grande effetto per il loro illusionismo prospettico e la cura del dettaglio, costruite appositamente per lo spettacolo inaugurale, apportando inoltre alcuni adattamenti e i necessari completamenti al progetto di Palladio. A Scamozzi vengono inoltre attribuite le contigue sale dell’Odèo e dell’Antiodèo, oltre che il portale d’ingresso originale.Il teatro venne inaugurato il 3 marzo 1585 con la rappresentazione dell’Edipo re di Sofocle e i cori di Andrea Gabrieli (ripresa nel 1997 per l’Accademia Olimpica con la regia di Gianfranco De Bosio). In questa e altre rare occasioni le scene, che rappresentano le sette vie della città di Tebe, furono illuminate con un originale e complesso sistema di illuminazione artificiale, ideato sempre da Scamozzi. Le scene, che erano state realizzate in legno e stucco per un uso temporaneo, non furono tuttavia mai rimosse e, malgrado pericoli d’incendio e bombardamenti bellici, si sono miracolosamente conservate fino ai giorni nostri, uniche della loro epoca.Studi recenti hanno dimostrato che l’originale progetto palladiano prevedeva solamente un’unica prospettiva sviluppata in corrispondenza della porta centrale della scena, mentre nei due varchi laterali dovevano trovare posto fondali dipinti. Al tempo stesso risale al progetto palladiano la cesura delle due ali di muro e il soffitto “alla ducale” sopra il proscenio.Con il teatro Olimpico si avvera il sogno, sino ad allora irrealizzato, di generazioni di umanisti e architetti rinascimentali: erigere in forma stabile uno degli edifici simbolo della tradizione culturale classica. Il progetto palladiano ricostruisce il teatro dei romani con una precisione archeologica fondata sullo studio accurato del testo di Vitruvio e delle rovine dei complessi teatrali antichi. In ciò costituisce una sorta di testamento spirituale del grande architetto vicentino. Con l’Olimpico rinasce il teatro degli Antichi, e nel progettarlo Palladio raggiunge una consonanza assoluta con il linguaggio della grande architettura classica, di cui per una vita intera “con lunga fatica, e gran diligenza e amore” aveva cercato di ritrovare le leggi della segreta armonia.Il complesso è stato oggetto di un restauro conservativo tra il 1986 e il 1987.Il teatro è tuttora utilizzato, soprattutto per rappresentazioni classiche e concerti, prevalentemente in primavera (festival “Settimane Musicali al Teatro Olimpico” e “Il Suono dell’Olimpico”) e in autunno (“Cicli di Spettacoli Classici”) poiché, nel timore di danneggiarne le delicate strutture, non è mai stato dotato di impianto di riscaldamento o di condizionamento; ha inoltre una capienza limitata – 470 posti- per motivi di conservazione. Il teatro ospita alcuni eventi tra i quali la cerimonia di assegnazione dei Premi Internazionali Dedalo Minosse alla committenza di architettura e i Premi E.T.I – Gli Olimpici del teatro.

Mostra “Tutankhamon Caravaggio Van Gogh. La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento”