VISITA ALLA REGGIA DI VENARIA E CENA ALL’AGRITURISMO ” DA NONNA PAPERA” CASALBORGONE 28/06/08

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REGGIA DI VENARIA

Il complesso de La Venaria Reale è un unicum ambientale-architettonico dal fascino straordinario, uno spazio immenso, vario e suggestivo, dove il visitatore non può che restare coinvolto in atmosfere magiche raccolte in un contesto di attrazioni culturali e di loisir molteplici: spettacoli, eventi, concerti, mostre d’eccezione si alternano infatti ad occasioni di svago, contatto diretto ed intimo con la natura, relax, intrattenimento sportivo e cultura enogastronomica.La Venaria Reale è il Borgo antico cittadino, scrigno di eventi e vicissitudini storiche; è l’imponente Reggia barocca che, con i suoi vasti Giardini, rappresenta uno dei più significativi esempi della magnificenza dell’architettura e dell’arte del XVII e XVIII secolo; è il Parco de La Mandria, una della maggiori realtà di tutela ambientale europea in cui vivono liberamente numerose specie di animali selvatici e domestici, e dove è custodito un notevole patrimonio storico-architettonico.I nuovi splendori e la strepitosa qualità delle architetture della Reggia restaurata, l’immensità e la bellezza dei Giardini e degli spazi naturali del Parco, consentono di trascorrere amabilmente il proprio tempo immergendosi in sensazioni nuove e cogliendo esperienze diverse, secondo una concezione moderna ed alla portata di tutti del “gusto”, del “loisir” e dell'”arte di vivere”. La Reggia di Venaria Reale e la residenza de La Mandria sono stati dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.
“Tra tutte le meravigliose residenze di piacere, in cui Sua Altezza Reale il duca di Savoia si reca abitualmente per ristorarsi dalle fatiche, la più importante e meritevole di essere visitata è quella che viene chiamata Venaria Reale, distante più di tre miglia da Torino. Fu il duca che le diede questo nome, perché riteneva che quella fosse una zona in cui si sarebbe potuto praticare la caccia secondo lo stile dei re”.
Così il , monumentale opera a stampa in 142 tavole illustrate, che dal 1682 presenta la magnificenza dei domini e delle residenze sabaude. I toni della propaganda sono utilizzati con il gusto dello spettacolo per sorprendere i potenti d’Europa e testimoniare la gloria di una famiglia ancora Ducale che si affermerà come Reale.
La relazione fra i giardini storici e le architetture di cui costituiscono contorno, di norma intensa e articolata, è ancor più forte nel caso di complessi barocchi come quello di Venaria Reale.
Nel Seicento e nel Settecento la progettazione delle residenze e dei parchi ad esse legati è infatti spesso opera del medesimo architetto; i borghi, i palazzi, i giardini e il territorio circostante sono regolati dalle leggi dell’architettura e crescono sulle medesime assialità, generando sistemi a grandissima scala.
A Venaria Reale questo aspetto emerge chiaramente osservando gli antichi disegni, le incisioni, i dipinti e la realtà stessa degli edifici: la prospettiva della strada Maestra del Borgo (oggi via Mensa) attraversa la Sala di Diana e prosegue nei Giardini lungo la medesima retta, lo stesso accade per la fuga di stanze e di gallerie che prosegue in quello che era un lungo viale di olmi nel Giardino.
La Citroniera offriva la sua grande facciata come fondale al viale più lungo del Parco, l’Allea Reale. Per questi motivi l’assenza totale dei Giardini, scomparsi all’inizio dell’Ottocento, costituiva un fatto grave, capace di ledere la possibilità di comprendere il senso e il valore del complesso, e di rendere mutilo il semplice restauro delle architetture.
L’antica composizione verde, peraltro, era ben nota e documentata grazie a disegni di progetto e rilievi di fine Settecento e confermata da una eccezionale foto aerea che certificava -al di sotto delle distese prative- la complessa trama di viali diagonali e ortogonali, e la presenza delle fondazioni delle architetture del giardino seicentesco.
In questo contesto, quindi, al restauro del palazzo e delle sue pertinenze (scuderie, maneggi, rimesse, cappella) si è affiancata la necessaria riproposizione di un Giardino. Non un restauro, ma un Giardino contemporaneo consapevole del rapporto strategico con l’architettura della residenza.
I nuovi Giardini di Venaria Reale riprendono quindi le assialità, le proporzioni, le dimensioni, i temi del Parco settecentesco ma svolgendoli in chiave del tutto contemporanea, in una reinterpretazione dell’antico.
I resti “archeologici” dell’impianto seicentesco (le fondazioni del Tempio di Diana, la struttura della Fontana d’Ercole, le grotte e il muraglione di sostegno, il viale delle piramidi) diventano temi e momenti qualificanti della composizione; nelle vicinanze della Reggia di Diana viene marcato il profilo seicentesco del complesso riproponendo la grandissima Peschiera, così come presente nelle incisioni del 1674.

L’ARCI A LONDRA 30/04-03/05/2008

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Alle 07.00 del 30 aprile 2008 il pullman è passato a prendere, presso il nostro circolo Arci di Crema Nuova, il gruppo di 36 persone in partenza per Londra.Da qui ci ha condottto all’aeroporto di Orio al Serio dove abbiamo preso l’aereo che ci ha portati all’aeroporto di Luton alla periferia della capitale inglese.
Arrivati in albergo, l’hotel Marble Arch inn, che si trova in una via adiacente all’omonima piazza, ognuno ha avuto la giornata libera per poter visitare i luoghi di proprio interesse.C’è chi ha preferito passeggiare nel vicino Hyde Park, chi ha voluto invece testare da subito i famosi pub londinesi, chi ha voluto fare visita alla tomba di Karl Marx subendo una piccola disavventura sulla metropolitana ecc.
La sera ci si trovava nei pub ad assaggiare la famosa birra inglese, una birra devo dire molto leggera.
Il 2 giorno la guida si è presentata in albergo alle 9.00 a.m. e ci ha condotti per un lungo tour che si è protratto fino alle 19.00.
Abbiamo visitato la cattedrale di Westminster, il Parlamento , il Big Bang e il ponte sul Tamigi. Abbiamo assistito al cambio della guardia a cavallo davanti all’Ammiragliato e dopo aver attraversato S. James Park, con fiori bellissimi e moltissimi scoiattoli,abbiamo visto il cambio della guardia a Buckingham Palace, su cui era issata la bandiera che segnalava la presenza della regina all’interno del palazzo.
Dopo aver pranzato in uno dei pub più antichi di Londra ci siamo recati a visitare the Tower of London e il Tower Bridge.Abbiamo poi passeggiato tra gli artisti di strada, i teatri e i pub di Convent Garden per poi recarci nella China town londinese, il quartiere di Soho.
Abbiamo concluso la visita ai magazzini di Harrods, la cui merce è inavvicinabile per via dei prezzi molto elevati.
Il 3 giorno la maggior parte di noi ha visitato il British Museum e in particolare la sua collezione egizia, mentre al pomeriggio ci siamo recati all’O2 center, un’arena enorme dove generalmente si svolgono concerti, mostre e spettacoli e dove abbiamo visitato la mostra sul faraone Tutankhamon.
L’ultimo giorno ci siamo dedicati allo shopping nei mercatini di Portobello per poi nel pomeriggio prendere il bus che ci avrebbe portato all’aeroporto per il rientro in Italia.

AIDA ALL’ARENA DI VERONA E VISITA DELLA CITTA’ 23/06/07

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L’anfiteatro romano, l’Arena, è il monumento veronese più conosciuto. Oggi l’Arena è incastonata nel centro storico a fare da quinta a , ma un tempo, quando i Romani lo costruirono, il monumento fu collocato ai margini dell’urbe, fuori della cerchia delle mura.L’Arena riassume in sé quasi venti secoli di storia locale, ed è diventata nel tempo il simbolo stesso della città. Il suo culto ha radici lontane, che risalgono all’umanesimo carolingio. La fama goduta dall’anfiteatro nella coscienza civica dei veronesi, porta così via via il monumento ad assumere sempre più il carattere di simbolo stesso dell’antica nobiltà. Di qui le cure per la sua conservazione ed i suoi ampi e numerosi restauri. L’Arena servì sempre e soprattutto per manifestazioni spettacolari. In epoca romana, ad esempio, fu usata per spettacoli di lotte fra gladiatori. Nel Medioevo e fino alla metà del Settecento erano usuali in Arena anche giostre e tornei. Nell’Ottocento, invece, erano rappresentati spettacoli di prosa, eseguiti nel tardo pomeriggio fra la primavera e l’autunno. Nel , nel centenario della nascita di Giuseppe Verdi, venne proposto per la prima volta un melodramma, l’Aida verdiana, e in questo modo l’Arena sarà finalmente scoperta per quello che adesso è conosciuto come il primo vero e più importante teatro lirico all’aperto del mondo.
Il più solenne monumento di Verona romana, con vari ordini di gradinate e, al centro, un’area o arena per gli spettacoli di gladiatori, di combattimenti con belve od altre manifestazioni di carattere popolare, è stato costruito con blocchi di marmo ben squadrati, nel I secolo d.C., cioè tra la fine dell’impero di Augusto e quella dell’impero di Claudio. Dei monumenti di tal genere è tra i meglio conservati. Il perimetro della platea attuale è di m. 391 ed includendovi l’Ala è di m. 435.L’anfiteatro è costituito da tre cinte concentriche: della prima esterna ci rimane solamente quella parte, che è comunemente chiamata “Ala”. I gradini dell’anfiteatro sono tutti in marmo veronese. Sotto il piano della platea si trovano (ma ora non si possono visitare) gallerie, anditi e passaggi che un tempo servivano ed in parte servono ancora, per il complesso funzionamento dell’anfiteatro.

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Aida: un’opera sulle rive del Nilo

Il 24 dicembre 1871 debuttò al Cairo la più classica delle opere verdiane.Si può definire Aida un'”opera d’occasione”? Se Giuseppe Verdi l’avesse scritta per l’inaugurazione dell’Opera del Cairo – avvenuta nel 1870 – potremmo affermarlo, ma le circostanze che portarono alla realizzazione della più classica opera verdiana furono altre.Nel 1869, in occasione dei festeggiamenti per l’apertura del Canale di Suez, il Khedive (viceré d’Egitto) commissionò al livornese Pietro Avoscani la progettazione e la costruzione di un teatro d’opera. L’eccezionale impresa, portata a termine in soli sei mesi, esigeva per la sua inaugurazione una rappresentazione che fosse prestigiosa ed inedita. A quel punto il sovrano chiamò in causa il celebre compositore italiano per ideare un’opera all’altezza della circostanza da rappresentare nel nuovo teatro. Verdi rifiutò, non ritenendosi adatto a comporre opere su commissione: all’apertura dell’Opera del Cairo il Khedive dovette perciò accontentarsi di Rigoletto, non abbandonando però il progetto di affidargli un’altra produzione. Il desiderio del viceré incontrò quello dell’egittologo francese Auguste Mariette – da qualche tempo a servizio della corte d’Egitto – che aveva composto un soggetto a carattere egiziano: nulla di più adatto per l’occasione. Mariette approfittò della situazione per contattare Camille Du Locle, direttore dell’Opéra-Comique di Parigi, chiedendogli di trovare un musicista per scrivere un’opera lirica a partire dal suo soggetto. Du Locle vantava una solida amicizia con Verdi dai tempi della loro collaborazione per Don Carlos e ovviamente sottopose la trama all’amico, il quale si mostrò indeciso. Il direttore dell’Opéra sapeva come convincerlo: gli disse che se non avesse accettato, il Khedive si sarebbe rivolto altrove, forse a quel Richard Wagner che stava conquistando la scena europea con una musica ben diversa da quella verdiana. Il compositore italiano fu colto nel suo punto debole e, pur di non cedere il compito a colui che sentiva come rivale, accettò di scrivere Aida.Il compositore fissò il suo compenso nell’astronomica cifra di 150.000 franchi, s’impegnò a comporre il libretto a sue spese e a pagare un direttore d’orchestra che lo sostituisse al Cairo per dirigere la prima. Il contratto prevedeva che l’opera fosse rappresentata nel gennaio del 1871, ma gli eventi storici lo impedirono. Nel 1870 la successione al trono spagnolo causò infatti una guerra tra Francia e Prussia: all’epoca Mariette si trovava proprio a Parigi impegnato nei lavori per l’allestimento e i costumi di Aida. Quando l’esercito prussiano arrivò ad assediare la capitale francese, l’egittologo si ritrovò prigioniero nella città e fu costretto ad interrompere i preparativi.
Nel frattempo Verdi aveva preso contatti con Antonio Ghislanzoni per la stesura del libretto con la supervisione del compositore e si assicurò della possibilità di rappresentare l’opera in prima nazionale al Teatro alla Scala di Milano.Verdi compose la musica molto velocemente, incalzando così il lavoro di Ghislanzoni che gli consegnava i versi mano a mano che venivano composti. Dal momento che era molto più interessato alla prima milanese che non a quella del Cairo e non aveva alcuna intenzione di recarsi in Egitto, Verdi orchestrò l’opera nella propria casa a Sant’Agata, appuntando direttamente sulla partitura precise indicazioni per la messa in scena nel teatro egiziano. Grazie alla velocità del lavoro, nel novembre 1870 l’opera era completata.Non appena l’esercito prussiano entrò nella città, Mariette, scenografie e costumi poterono salpare per il Cairo dove li attendevano gli ultimi preparativi per l’allestimento.Dopo non poche difficoltà, il 24 dicembre 1871 Aida andò finalmente in scena al Cairo davanti ad un Khedive così soddisfatto da premiare il gran compositore con il titolo di Commendatore dell’Ordine Ottomano. Solo due mesi dopo, l’8 febbraio 1872, l’opera andò in scena alla Scala di Milano con un cast di prim’ordine, tra i quali spiccava il soprano Teresa Stolz. Grazie al debutto milanese, Aida fu richiesta dai maggiori teatri italiani ed europei per esservi rappresentata e ciò accrebbe la fama dello spettacolare Grand Opéra: fu l’inizio di una serie di allestimenti che consacrarono Aida tra gli assoluti capolavori della lirica verdiana che ancora oggi trionfano nei teatri di tutto il mondo.

MOSTRA SUL MANTEGNA E VISITA DELLA CITTA’ DI MANTOVA 16/12/2006

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Il circolo arci ha organizzato una visita alla mostra sul Mantegna e alla città di Mantova.Dopo la visita guidata alla mostra abbiamo pranzato al ristorante “MASSERIA”, una volta sede in cui venivano riscosse le tasse.

Arrivato a Mantova nel 1460, dove rimase fino alla morte avvenuta nel 1506, Mantegna diviene pittore di corte dei Gonzaga, riservando il suo genio, per massima parte, al servizio esclusivo della famiglia. Fu, infatti, Ludovico Gonzaga a richiedere fortemente la presenza del pittore a corte, ove dipinse alcune delle sue opere più celebri che sono andate ad arricchire le collezioni dei più importanti musei italiani e stranieri. Il Mantegna, considerato come un “carissimum familiarem” – secondo la definizione data dallo stesso marchese Ludovico – godeva nella vivacissima corte dei Gonzaga di molto prestigio, non solo grazie alle numerose opere realizzate per gli illustri committenti ma anche per la sua fama di massimo esperto di antichità romane, maturata nel soggiorno padovano dove ebbe modo di stringere amicizia con due dei più importanti “antiquari” dell’epoca, Giovanni Marcanova e Felice Feliciano.
Alle tracce indelebili dell’arte del Mantegna lasciate a Mantova e alla pittura mantovana nel periodo di “interregno” tra la morte del Maestro e l’arrivo, nel 1524, dell’altro grande genio che illuminò la città, Giulio Romano, sarà dedicata la mostra “Mantegna a Mantova 1460 – 1506”, che riporterà nella città lombarda molti dei capolavori del maestro realizzati in quegli anni, alcuni dei quali mai esposti in Italia, ed eccezionalmente concessi per l’occasione dai più importanti musei italiani e stranieri.
Alle numerose opere di Mantegna tra cui ricordiamo, la Madonna con Bambino detta Madonna delle cave dalla Galleria degli Uffizi di Firenze, i due monocromi Giuditta e Didone del Museum of Fine Arts di Montreal, la Sacra Famiglia con Santa Elisabetta e il Battista bambino dal The Kimbell Art Museum di Fort Worth, La Vestale Tuccia e Sofonisba dalla National Gallery di Londra, i due straordinari dipinti provenienti dal Louvre, Minerva che caccia i vizi e Giudizio di Salomone, si aggiungeranno opere importanti di Lorenzo Costa e di chi ha lavorato nel suo tempo, come Nicolò Solimani, Francesco Bonsignori e il fratello Girolamo, Lorenzo Leonbruno, Bernardino Parentino, Gian Francesco Caroto, Vincenzo Civerchio, Girolamo da Treviso il Giovane, Gian Francesco Tura, Francesco Verla, nomi senz’altro meno conosciuti dal grande pubblico, ma autori di opere tecnicamente eccellenti, cariche di influssi mantegneschi ma al tempo stesso autonome nel loro percorso creativo, prendendo perciò in esame circa sessant’anni della magnifica arte in voga alla corte dei Gonzaga.La mostra comporta dunque un affascinante percorso di circa sessanta opere che raccontano la vicenda di Andrea Mantegna dal suo arrivo a Mantova sino all’esaurirsi della grande influenza che la sua arte suscitò nei pittori della generazione a lui successiva.

A Mantova il Mantegna entrò in contatto con la dirompente arte del Leon Battista Alberti che sarà protagonista in città con alcuni dei suoi lavori fondamentali: le chiese di Sant’Andrea e di San Sebastiano. Dalla suggestione albertina e dagli studi sui rapporti tra architettura e decorazione dipinta avviati fin dai suoi esordi patavini, a Mantova il maestro realizzò alcuni tra i suoi massimi capolavori, a partire dalla decorazione della Camera Picta detta degli Sposi, affrescata nel Castello di San Giorgio e considerata fin da subito una delle meraviglie di quell’età.