Mese: agosto 2015
URBINO E MISANO ADRIATICO (HOTEL MOROTTI) 16-17/05/09
Il Palazzo Ducale, la città di Urbino, le terre del Montefeltro
La grande rassegna dedicata agli anni giovanili di Raffaello costituisce una straordinaria opportunità per conoscere o riscoprire le testimonianze storiche e artistiche dell’antica del Ducato, che ci restituiscono ancora oggi gli spazi e i contesti in cui si è formato il Maestro.
Innanzitutto il Palazzo Ducale, opera di Luciano Laurana e Francesco di Giorgio voluta dal Duca Federico da Montefeltro: uno dei capolavori assoluti dell’architettura rinascimentale, cuore e simbolo visivo della città di Urbino, oltre splendido contenitore della Galleria Nazionale delleMarche, che conserva alcuni dei più grandi capolavori di tutti i tempi. Definito il palazzo in forma di città da Baldassarre Castiglione nel Cortegiano, il Palazzo si sviluppa intorno al cortile d’onore con oltre 250 stanze.
Nel piano nobile, tra gli ambienti più suggestivi del cosiddetto Appartamento del Duca, vi è lo Studiolo del Duca Federico con le meravigliose tarsie lignee e i ritratti degli uomini illustri. Oltre la Sala del Trono si sviluppa invece l’Appartamento della Duchessa, dove è allestito il percorso di mostra. Il piano superiore è risultato da un ampliamento successivo, realizzato da Gerolamo Genga su incarico dei Della Rovere che sostituirono i Montefeltro dopo la morte senza eredi di Guidubaldo, figlio del Duca Federico.
Dal cortile si accede agli ambienti che ospitavano la grande Biblioteca e, attraverso la Sala dei Banchetti, alla Cappella del Perdono e al Tempietto delle Muse che accoglieva le otto tavole di Giovanni Santi e Timoteo Viti oggi alla Galleria Corsini di Firenze, restaurate per l’occasione ed esposte in mostra.
Infine si possono visitare gli immensi sotterranei del Palazzo, che raccontano gli aspetti più quotidiani della vita di corte.I due famosi Torricini guardano verso le terre del Duca, mentre la sua facciata ad ali disegna la piazza insieme alla Chiesa di San Domenico che nel portale esibisce l’elegante lunetta di Luca della Robbia e al Duomo che dissimula la massiccia mole dietro la nobile facciata neoclassica, di Giuseppe Valadier.
Grazie all’attività dell’Accademia Raffaello, fondata nel 1869 e sostenuta da numerosi privati italiani e stranieri, inglesi in particolare, Urbino conserva ancora il nucleo primitivo della casa natale di Raffaello. Trasformata in museo, custodisce tra le altre tre opere importantissime, che saranno esposte in mostra: una predella di Berto di Giovanni, l’“Annunciazione” di Giovanni Santi e l’affresco raffigurante la “Madonna con Bambino” che la critica assegna alla giovane attività di Raffaello.
Ma è tutto il centro storico di Urbino, raccolto fra le mura rinascimentali, a testimoniare l’ambiente in cui Raffaello ha trascorso i suoi anni giovanili fino a diventare “magister”. Molti dei suoi palazzi signorili, delle sue chiese e dei suoi oratori racchiudono capolavori assoluti. Eppure Urbino non è una “città – museo”, è un luogo dove la vivacità si incontra con la storia, creando delle atmosfere difficilmente ripetibili.
Il visitatore si trova a percorrere i caratteristici saliscendi delle strade accolto da architetture ben equilibrate, dove la luce delle stagioni esalta i colori caldi delle facciate. “Gli edifici suoi sono di perfetta materia, mattoni e calce, ornati di varie sorti di pietra gentilmente lavorate…”, così Bernardino Baldi esalta il decoro edilizio di Urbino. La testimonianza più significativa della pittura tardo- gotica è il ciclo affrescato dai fratelli Salimbeni di San Severino nell’Oratorio di San Giovanni Battista.
Accanto, l’Oratorio di San Giuseppe ospita la Cappella del Presepe, nata dalla maestria scultorea di Federico Brandani. Ricchi di testimonianze sono numerosi altri oratori, come quello di Santa Croce e quello dell’Umiltà, che custodiscono opere di Federico Barocci e della sua scuola. L’imponente Monastero di Santa Chiara comprende uno straordinario giardino pensile che si affaccia sulle colline delle Cesane.
Appena fuori le mura si erge il mausoleo di San Bernardino, prestigioso monumento assegnato al genio dell’architetto senese Francesco di Giorgio. Al suo interno era conservata la pala con la “Sacra Conversazione” di Piero della Francesca, oggi nella Pinacoteca di Brera.
Un ideale itinerario alla riscoperta della formazione di Raffaello può proseguire oltre la sua città natale, nel territorio dell’antico Ducato di Montefeltro, che proprio nel XV secolo ha conosciuto il suo massimo splendore, che possiamo ritrovare nelle pievi e nelle abbazie come quelle di Lamoli e di Fonte Avellana, nei borghi fortificati e nei castelli di Frontone, Piobbico, Piandimeleto, Sant’Agata Feltria, Frontino, nella rocca di San Leo, con la sua storia antica e piena di misteri, e in quella di Sassocorvaro, progettata come altre innumerevoli architetture militari e civili di queste terre dallo stesso Francesco di Giorgio e utilizzata durante l’ultima guerra mondiale come rifugio di migliaia di opere d’arte e straordinari capolavori. Non solo quelli della Galleria Nazionale di Urbino, ma anche di altri musei di Venezia e di altre città.
Tra questi la straordinaria Incoronazione della Vergine di Giovanni Bellini, oggi conservata nei Musei Civici di Pesaro. Una tappa fondamentale è Cagli, sulla via Flaminia verso Roma, dove l’affresco della Cappella Tiranni nella Chiesa di San Domenico ci riconduce al fondamentale rapporto tra Raffaello e il padre. Recentemente restaurato, grazie al Comitato Cultura di Confindustria Pesaro Urbino, l’affresco è considerato il capolavoro di Giovanni Santi e rappresenta proprio il punto di tangenza con la pittura del figlio, che ne erediterà la bottega. Nelle sembianze di San Giovanni Battista e di un angelo sembra perfino di poter riconoscere l’autoritratto del pittore e il ritratto di Raffaello fanciullo.
Importante centro già in epoca romana, Cagli offre numerose altre architetture, come il Torrione di Francesco di Giorgio, il Palazzo Pubblico, la chiesa gotica di San Francesco, la chiesa di Sant’Angelo minore con la Loggetta e il Noli me tangere di Timoteo Viti. Urbania, l’antica Casteldurante, è il centro di una delle più importanti aree di produzione ceramica, a cui dobbiamo alcune tra le più belle maioliche del Rinascimento.
La grande fioritura del XVI secolo si nutrì infatti di riferimenti raffaelleschi e di motivi ispirati dagli artisti della corte urbinate, distinguendosi per la raffinatezza del genere istoriato. Totalmente legato alle vicende dei Montefeltro e dei Della Rovere è il palazzo Ducale di Urbania e appena fuori delle mura il Barco Ducale, nato come residenza di caccia. Ma anche altre cittadine come Fossombrone, Fermignano, Sant’Angelo in Vado, Macerata Feltria, Mercatello sul Metauro, Apecchio, Novafeltria o Pennabilli custodiscono chiese, palazzi e piccoli musei, vantano spesso deliziosi teatri storici e sono inseriti in una magnifica cornice naturale.
Il Montefeltro è infatti ricchissimo di risorse ambientali (la foresta delle Cesane, l’Alpe della Luna, i monti Catria, Nerone e Carpegna) e di eccellenze gastronomiche come la caciotta di Urbino e il formaggio di fossa, il prosciutto di Carpegna e il salame del Montefeltro, il grande tartufo di Acqualagna.
La mostra
Raffaello e Urbino:
la formazione giovanile e i rapporti con la città natale
Urbino non fu solo la città natale di Raffaello, ma determinò in modo significativo la sua formazione, restando per tutta la sua vita un punto di riferimento essenziale. Partendo da questo presupposto, la grande mostra che si apre nel Palazzo Ducale di Urbino intende recuperare e valorizzare questa stretta connessione tra Raffaello e la sua città natale.
Esaminando il contesto urbinate dalla fine degli anni Settanta del Quattrocento, viene ricostruito l’ambito artistico-culturale in cui si formerà il giovane Raffaello e nel quale opera il padre, Giovanni Santi, pittore dei duchi e letterato, che è a capo di una ricca e fiorente bottega, oltre che autore della famosa “Cronaca” nella quale esprime importanti giudizi sui pittori a lui contemporanei.
La mostra, allestita nel Salone del Trono e nell’Appartamento della Duchessa del Palazzo Ducale, sede della Galleria Nazionale delle Marche, presenta i capolavori giovanili di Raffaello, 20 dipinti e 19 disegni originali, messi in rapporto alla pittura del padre e di altri artisti vicini alla fase giovanile della sua formazione.
La mostra rappresenta quindi un’occasione irripetibile che è resa possibile grazie a prestiti eccezionali concessi da alcune delle più prestigiose collezioni al mondo come il Prado, il Louvre, le National Gallery di Londra e Washington, il Getty Museum di Los Angeles, i musei di Lisbona, Berlino, Monaco, Francoforte, Vienna, Budapest, gli Uffizi, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, la Pinacoteca di Brera, il Poldi Pezzoli, il Museo di Capodimonte ed altri ancora. Raffaello nasce in Urbino nel 1483.
Il padre, Giovanni Santi, muore nel 1494, quando il giovane Raffaello ha solo 11 anni, un’età in cui normalmente, in quell’epoca, i ragazzi avevano già mosso i primi passi del loro apprendistato nell’arte. Per descrivere la formazione di Raffaello, fino ad ora la storiografia si è basata sul racconto di Vasari, secondo cui il giovane pittore fu molto presto inviato dal padre nella bottega di Perugino.
Un racconto che sembra poco realistico, in particolare in rapporto con le date reali della vita del futuro maestro. In realtà, già giovanissimo, egli aveva un solido patrimonio alle spalle e protettori importanti, mentre non esistono documenti che attestino un apprendistato diretto presso la bottega di Perugino. Dopo la morte del padre, Raffaello ne eredita infatti la bottega, che gestisce con l’aiuto di Evangelista da Piandimeleto.
Forte di questa posizione e ricchezza, egli non aveva necessità di andare come garzone o allievo presso altri, se non in occasioni specifiche per conoscere il modo di operare degli artisti più noti. L’ubicazione e la consistenza della bottega che Giovanni Santi lascia in eredità al figlio, suo erede principale, è ora attestata da nuovi documenti.
La bottega, che era molto grande, attiva e fiorente, dopo la morte del Santi è la testimonianza che meglio chiarisce la qualifica di “Magister” riferita a Raffaello nel 1500 in occasione della commissione della pala di san Nicola per Città di Castello. Come dimostrano i nuovi documenti emersi dalla ricerca approfondita negli archivi urbinati eseguita da Anna Falcioni e da Vincenzo Mosconi, è chiaro che Raffaello era radicato ad Urbino, – certa è la sua presenza nel 1497 e nel 1500, finora contestata dalla storiografia – da cui certamente si muoveva per altri luoghi, ma che rimane la sua base stabile, fonte di sussistenza e stabile punto di riferimento.
Giovanni Santi è la figura fondamentale nella formazione del giovane Raffaello, ma bisogna considerare l’influenza culturale non tanto e non solo di un pittore, quanto di un personaggio importantissimo nella cultura urbinate, cortigiano e uomo di lettere. Così legato alla cultura dei Montefeltro egli era il tramite perfetto affinché il giovanissimo Raffaello traesse indelebili impressioni dalla immensa raccolta di capolavori presente nel palazzo ducale di Urbino.
E’ necessario ricordare che mentre la Perugia di fine Quattrocento era una città relativamente provinciale dal punto di vista culturale (Perugino, il pittore più ricercato e pagato del momento, lavorava per lo più a Firenze), Urbino era invece un fondamentale centro della cultura rinascimentale, che già all’epoca di Federico da Montefeltro rivaleggiava con Firenze con la sua originale accezione “matematica” del Rinascimento.
Una ampia rassegna della pittura fiorentina era raccolta nelle splendide miniature della biblioteca ducale, a cui aveva certamente accesso Giovanni Santi, che mostra di conoscere bene i codici conservati nella straordinaria biblioteca di Federico. Fra gli elementi che avvalorano l’ipotesi di un rapporto diretto di Raffaello con la pittura del padre sono fondamentali i riscontri con l’ultima opera di Giovanni Santi, forse il suo capolavoro, la cappella Tiranni in San Domenico a Cagli.
I riscontri puntuali che emergono fra la pittura del giovane Raffaello e quella del padre sono stati tutti analizzati dalla critica, ma in questa mostra per la prima volta le sue opere giovanili sono messe in rapporto direttamente con quelle del padre. Gli stretti rapporti della pittura di Raffaello con le opere del Perugino (non bisogna dimenticare anche il rapporto diretto fra Perugino e Giovanni Santi) vanno di pari passo con l’influenza della pittura paterna e di altri artisti, quali Signorelli e Pinturicchio, senza contare i rapporti con Timoteo Viti che è presente a Urbino dal 1495, dopo aver frequentato a Bologna la scuola del Francia e che Raffaello chiamerà poi a Roma.
Una sezione finale della mostra è dedicata al rapporto dell’opera di Raffaello con la più importante produzione del ducato di Urbino, la maiolica, basata sulle immagini raffaellesche, di cui sono esposti esemplari antichi. Sarà visibile, per la prima volta, un pezzo mai esposto, derivato direttamente da un disegno originale e non da un’incisione di Raffaello, assieme a numerosi esempi fra i più preziosi di questa produzione.
VISITA ALLA MOSTRA”VAN GOGH DISEGNI E DIPINTI” A BS 18/01/09
LA MOSTRA
Per la prima volta in Italia l’occasione irripetibile di vedere indagata l’opera disegnata di Van Gogh nella più stretta relazione con le sue opere pittoriche. Al Museo di Santa Giulia, dal 18 ottobre 2008 e fino al 25 gennaio 2009, sarà possibile ammirare 100 opere di Van Gogh, 85 disegni e 15 quadri.Questa, in estrema sintesi, l’eccezionale opportunità che la città di Brescia offre agli appassionati d’arte. Com’è noto infatti, i disegni non sono mai esposti in permanenza nei musei, a causa della loro fragilità e dell’impossibilità di restare esposti per lungo tempo alla luce. Occorre dunque riferirsi alle rarissime occasioni espositive. Da qui il privilegio che Brescia offre al pubblico italiano.Oltre ai disegni dunque, anche quindici importanti dipinti dello stesso Van Gogh, che saranno posti a diretto e puntuale confronto, nell’identità del tema e del soggetto, proprio con i disegni. Ben si conosce lo stretto rapporto che in lui esisteva tra disegno e pittura, come il suo straziante epistolario ci conferma giorno per giorno. E la mostra intende dunque ricostruire questo laboratorio del pensiero e della bellezza tragica. Facendolo con l’aiuto, davvero miracoloso, del Kröller-Müller Museum di Otterlo in Olanda, l’istituzione che assieme al Van Gogh Museum di Amsterdam conserva ben oltre i due terzi dell’intera produzione del grande artista. E non va dimenticato che del genio olandese proprio il Kröller-Müller custodisce le opere riconosciute di maggiore qualità, secondo il giudizio di molti critici.
Da Otterlo giungono infatti, con un prestito generoso che ha dell’incredibile, tutte le oltre cento opere esposte. Che saranno divise in cinque grandi sezioni che corrispondono ai diversi periodi creativi della vita di Van Gogh: tra la regione mineraria del Borinage, Bruxelles e Etten nel 1880 e nel 1881, all’Aia tra 1882 e 1883, nel Drenthe a fine 1883, a Nuenen tra 1884 e 1885 e infine in Francia tra il 1886 a l’anno della morte, il 1890. Così, disegni e quadri famosi consentiranno di tracciare questo percorso dell’anima.Ma dallo stesso museo, come meravigliosa introduzione alla mostra, altri sedici quadri permetteranno di raccontare l’avventura di collezionista di Helene Kröller-Müller, che dal 1938 ha il museo a lei, e al marito Anton, intitolato nella grande foresta di Hoge Veluwe in Olanda. Luogo mitico da visitare per tutti i viaggiatori d’arte del mondo. Per qualche mese spostato a Brescia.Sulle pareti di Santa Giulia saranno dunque raccontate anche le altre passioni pittoriche di Helene e Anton: l’’impressionismo da Corot a Fantin-Latour, a Pissarro; il post impressionismo da Seurat a Signac; il simbolismo da Rops a Redon; le avanguardie da Gris a Mondrian e infine la prediletta pittura olandese da Prikker a Toorop.Van Gogh dunque al centro di un contesto eccezionale.
VISITA ALLA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI E ALLA CITTA’ DI PADOVA 18/10/2008
LA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI (1303-1305)
Sette secoli fa, nell’anno del primo Giubileo (1300), fu posta la prima pietra della Cappella che Enrico Scrovegni, ricco banchiere e uomo d’affari padovano, aveva fatto erigere a completamento del palazzo.Per adornare l’edificio, destinato ad accogliere lui stesso e i suoi discendenti dopo la morte, Enrico chiamò due tra i più grandi artisti del tempo: a Giovanni Pisano commissionò 3 statue d’altare in marmo raffiguranti la Madonna con Bambino tra due diaconi, a Giotto la decorazione pittorica della superficie muraria.Giotto era un artista già celebre: aveva lavorato per il papa nella Basilica di S.Francesco in Assisi e in S.Giovanni in Laterano a Roma, a Padova nella Basilica di S.Antonio e nel Palazzo Comunale (detto “della Ragione”).
A lui venne affidato il compito di raffigurare una sequenza di storie tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento che culminavano nella morte e resurrezione del Figlio di Dio e nel Giudizio Universale, allo scopo di sollecitare chi entrava nella Cappella a rimeditare sul suo sacrificio per la salvezza dell’umanità.Egli immaginò una struttura architettonica in finti marmi dipinti che sorregge la volta dall’aspetto di cielo stellato e i riquadri con le storie della Vergine e di Cristo.L’opera fu ultimata in tempi molto brevi tanto che nel 1305, dopo 2 soli anni di lavoro, la Cappella era tutta decorata e veniva consacrata per la seconda volta.Non si sa nulla, ancora oggi, della storia della Cappella fino all”800, quando rischiò di scomparire per il disinteresse dei nuovi proprietari che avevano lasciato crollare il portico sulla facciata ed il palazzo fatto costruire da Enrico.Questi eventi si rifletterono negativamente sulla Cappella, rimasta senza appoggio e priva di protezione sul lato sinistro e sulla facciata. L’intervento del Comune, che nel frattempo l’aveva acquistato (1881), servì ad impedirne la perdita, ma sia l’edificio che gli affreschi erano già gravemente danneggiati.Furono messi in opera radicali interventi di restauro soprattutto a fine ‘800 e agli inizi degli anni ’60. Ma più recentemente si era venuto a creare un nuovo fenomeno di degrado causato dall’inquinamento, per cui il colore si polverizzava e cadeva.Per capire come interviene, per alcuni anni furono effettuate indagini scientifiche mirate dai cui risultati si potè dedurre cosa fare per rallentare il degrado e, soprattutto, per impedire che in futuro esso subisse di nuovo pericolose accelerazioni.Gli interventi conseguenti ebbero conclusione quando, il 31 maggio 2000, venne attivato il Corpo Tecnologico Attrezzato (CTA), “polmone tecnologico” a protezione del più importante ciclo pittorico di Giotto ed uno dei più importanti di tutti i tempi.Solo dopo averne controllato per un anno il corretto funzionamento di prevenzione ambientale si sono potute iniziare le operazioni di conservazione e di restauro.
IL RESTAURO EFFETTUATO
I criteri seguiti, esposti in occasione della presentazione al pubblico del progetto di restauro il 12 giugno 2001. presso il Museo civico agli Eremitani, sono:
Interventi conservativi d’urgenza nelle zone a massimo rischio
Attenuazione delle disomogeneità cromatiche derivanti da differenti interventi di restauro (Botti e Bertolli fine ‘800, Tintori inizi anni ’60)
Quanto al punto 1. si è proceduto al consolidamento dell’intonaco e della pellicola pittorica ed alla rimozione delle efflorescenze saline, che ottundevano il rilievo plastico delle immagini oltre a mantenere attivo il degrado; per il punto 2. gli aspetti più importanti riguardano, per la loro estensione, le mancanze del colore azzurro di fondo e le stuccature di lacune dell’intonaco dovute a vecchi restauri. Le lacune nell’azzurro vengono “abbassate” cioè fatte arretrare otticamente in modo da non dare fastidio a chi guarda pur senza ripristinare il colore mancante e si cerca di fare assumere alle stuccature un aspetto il più possibile omogeneo, di “intonaco abbassato”, perchè interferiscano al minimo nella lettura dell’immagine.In casi particolarmente significativi (per esempio la finta architettura dipinta che sorregge tutta la decorazione e sostiene riquadri) le lacune vengono reintegrate “a tratteggio”e – come sempre negli interventi sulle lacune – ad acquerello.Nel cantiere, diretto da Giuseppe Basile hanno lavorato restauratori e allievi della scuola di restauro dell’ICR (coordinati da F. Capanna e A. Guglielmi), affiancati, per ciò che riguarda gli interventi di massima urgenza, dalle Ditte di restauro di opere d’arte Conservazione e restauro di Colalucci-Bartoletti, Pinin Brambilla Barcilon, Giantomassi-Zari, Conservazione Beni Culturali, Tecnireco di Fusetti-Virilli.A supporto del cantiere: i laboratori ICR, scientifici (coordinatore M. Marabelli) e di documentazione digitale (coordinatore F. Sacco), il Comitato internazionale di esperti nel restauro di dipinti murali, la Commissione interdisciplinare per il restauro della Cappella, costituita da funzionari tecnici del Comune e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e da esperti universitari e coordinata da Annamaria Spiazzi.
PADOVA
Secondo un’antica leggenda riferita da Tito Livio e da Virgilio, Padova sarebbe stata fondata nel 1184 a.C. da Antenore, eroe Troiano. La nascita della città si deve in realtà far risalire agli Illiri che, dopo aver fondato Ateste (Este), si diffusero in tutto il Veneto. Patavium (questo era il suo nome romano) stipula un accordo commerciale con Roma nel 226 a.C. e nel 49 a.C. Giulio Cesare concede alla città la pienezza del diritto romano iscrivendo i suoi abitanti nella tribù Fabia, diventando in breve un ricco centro agricolo e produttivo. Le grandi strade romane Popilia, Postumia ed Annia collegavano Roma con Padova e con i suoi fiumi navigabili. Decadde nel periodo delle invasioni barbariche e nel 602 fu distrutta dal longobardo Agilulfo.Dal 1138 Padova si diede ordinamenti comunali e partecipò alle guerre contro il Barbarossa, arricchendosi con la lavorazione della e dellaseta. Nel 1222 fu fondata la celebre Universitas Studiorum, tra le prime al mondo, con la particolarità di essere un organismo universitario controllato dagli studenti. Nel 1231 vi morì il predicatore francescano che venne santificato come sant’Antonio da Padova. Dopo la dominazione di Ezzelino da Romano, agli inizi del Trecento Padova riconquistò un ruolo di prestigio nel territorio. Durante il periodo delle signorie, Padova raggiunse il massimo splendore con la signoria di Jacopo da Carrara, ospitando artisti importanti come Giotto. Nel 1405 la città passò sotto il controllo di Venezia, di cui da allora seguì le sorti, mantenendo tuttavia per tutto il secolo una certa preminenza nel campo dell’arte, grazie all’opera di maestri del Rinascimento toscano, fra cui Donatello, e del padovano Mantegna. Lo studio divenne uno dei fattori morali della fama di Padova, conosciuta per i suoi ideali di libertà di pensiero e di parola che attiravano studenti da tutta Europa. La città fu successivamente dominata dai Francesi e dagli Austriaci e infine annessa al Regno d’Italia nel 1866, dopo che la popolazione aveva partecipato attivamente ai moti del 1848, progettati nello storico Caffè Pedrocchi.Padova è oggi una città molto attiva, in continuo sviluppo, attestato dai nuovi moderni quartieri periferici industriali e residenziali. Da tempo il maggior mercato del Veneto e punto obbligato di transito delle linee di traffico con i Paesi dell’Europa centro orientale, è oggi un importante nodo stradale, ferroviario e fluviale. Padova rappresenta insomma uno stupendo compromesso tra una città moderna e unaculla di mille arti.
